Il Libro di san Giacomo ed il Codex Calixtinus


bernard giquelDi Bernard Gicquel

Dopo sette secoli di letargo torna alla luce il Codex Calixtinus, di cui Bernard Gicquel ha fatto la traduzione integrale in francese, con una presentazione in cui ne descrive minuziosamente la genesi. Un solo manoscritto che unisce testi diversi.
La grande raccolta di testi relativi a san Giacomo che figura talvolta come “Il libro di san Giacomo” e talvolta come “Codex calixtinus” é un dossier che raccoglie nei quattro libri, ciascuno con un numero d’ordine, dei testi relativi al culto (Libro I), ai miracoli (Libro II), alla traslazione (Libro III) ed al pellegrinaggio (Libro IV) di san Giacomo, formando un insieme. Tra il libro III ed il libro IV, il manoscritto del Codex Calixtinus comporta la Storia di Carlomagno e di Orlando attribuita a Turpino, arcivescovo di Reims (comunemente chiamata lo Pseudo-Turpino). Dopo il libro IV, una appendice contiene dei poemi a carattere liturgico o agiografico e dei brani musicali. L’attribuzione dei quattro libri al papa Callisto II, ritenuto compilatore di questi testi ed autore della prefazione, spiega perché sia designato come Codex Calixtinus. Tuttavia non bisogna confondere testi ed edizione, non si possono indifferentemente usare i termini di Libro di san Giacomo e di Codex Calixtinus. Il primo designa i testi, che hanno ciascuno la loro storia, ed il secondo un manoscritto che li contiene, di cui la genesi é un altro problema.

 

Più della metà consacrato a delle opere liturgiche.

Il primo libro del Libro di san Giacomo, consacrato essenzialmente alle omelie, alle messe ed agli uffizi, occupa da solo più della metà del Codex Calixtinus, cosa che marca una sproporzione considerevole in favore dell’orientazione liturgica e pastorale, due dimensioni della pratica religiosa definite dai canonici regolari di sant’Agostino. L’importanza accordata in questi testi all’imitazione della vita apostolica da parte del clero e la fedeltà al rito romano vanno nello stesso senso.
L’essenziale di questi sermoni é l’esposizione della dottrina cristiana, sviluppata talvolta al punto di perdere ogni rapporto concreto con san Giacomo, che nei fatti non é che un pretesto. Ne risulta che san Giacomo diventa interessante per la sua trasparenza per rapporto al messaggio evangelico, e questi discorsi non hanno come prima vocazione di trasmettere delle informazioni che lo riguardino, ma di confortare nella retta via i loro uditori possibili, senza dubbio più preti e monaci che laici, ricordandogli i santi precetti e stigmatizzando gli abusi generalizzati.
Il sermone 17, Veneranda dies, di cui si dice che era un vero trattato sul pellegrinaggio, fa’ un po’ figura d’eccezione, poiché riprende i temi della traslazione di san Giacomo, che ne é il fondamento, rigetta le leggende apocrife che vi si collegano, condanna le pratiche fraudolente degli albergatori sul cammino di Santiago, mette in guardia contro i falsi preti e propone una interpretazione simbolica molto precisa degli attributi tradizionali del pellegrino.

La pubblicità tramite i racconti di miracoli.

Il secondo libro del Libro di san Giacomo é consacrato ai miracoli. L’inno “Ad honorem Regis summi”, conservato nella versione precedente al Libro di san Giacomo, cioé nel Libro dei Miracoli di san Giacomo di papa Callisto, fornisce un sommario di 22 miracoli che sono alla base di questa compilazione, insieme all’attribuzione di questa summa a Aimeric Picaud, prete di Parthenay, dove c’era un hôtel-Dieu (ospitale) Sainte-Madeleine, che era un priorato dei canonici agostiniani.
Con ogni probabilità, questo personaggio, determinante per l’avvenire dei testi leggendari relativi a san Giacomo, é quello stesso che fu inviato a Compostella nel 1131 dal Patriarca di Gerusalemme, Guglielmo di Messina, lui stesso canonico agostiniano. Facendo una deviazione per Cluny, per presentare al papa Innocenzo II, lui pure canonico agostiniano, le lettere d’obbedienza del Patriarca, é lui che riferisce alcuni miracoli che il Patriarca aveva redatto. Raccoglie nel corso del viaggio altri miracoli relativi ad altri santi che gli sembrano utili per attribuirli a san Giacomo. Questo modo di procedere é identico per attribuire dei sermoni, pronunciati in origine per altri santi, a san Giacomo. Tra i fornitori di questi miracoli, uno si é distinto in modo particolare, un certo Hubert, canonico di Sainte-Marie-Madeleine di Besançon, e dunque arruolato nello stesso quadro di devozione di Aimeric Picaud.
L’obiettivo pubblicitario di questi miracoli é evidente. Tutti accaduti a pellegrini di san Giacomo, mirano chiaramente a scacciare la paura dissuasiva che poteva avere naturalmente ogni candidato al pellegrinaggio, mostrando un san Giacomo attento ad ogni difficoltà che poteva incontrare un suo pellegrino e non chiedendo altro, per sollecitare un intervento divino immediato, che una preghiera che emana da un cuore puro. Buona occasione anche per ricordare i precetti che assicurano la validità d’un tale pellegrinaggio : la confessione, la castità, la carità, etc.

La leggenda di san Giacomo e l’invenzione del suo sepolcro.

Il terzo libro del Libro di san Giacomo sviluppa le informazioni leggendarie sulla traslazione meravigliosa di san Giacomo, che raccontano il suo trasferimento da Gerusalemme, luogo del suo supplizio, a Compostella, dove trova la sua ultima dimora. Queste figurano già nell’inno “Ad honorem Regis summi” riportato sotto il nome di Aimeric Picaud.
In contrasto con i testi che rinviano al passato lontano della traslazione di san Giacomo, altri sviluppi ne mostrano il prolungamento nell’epoca contemporanea sotto la forma di tre celebrazioni, quella dell’elezione e della traslazione, che é l’antica festa compostellana del 30 dicembre; quella della Passione, che é la festa romana del 25 luglio; infine quella dei miracoli, il 3 ottobre, attribuita a sant’Anselmo, quindi di invenzione posteriore alla redazione dei Miracoli, ma che pare non si sia imposta nella pratica corrente.

Un Libro spesso confuso con il tutto.

Infine, il quarto libro del Libro di san Giacomo, non ha titolo, ma tratta con tutta evidenza del pellegrinaggio a Santiago. E’ quello che ha suscitato le maggiori fantasmagorie. La prima e la più frequente é quella di averlo attribuito senza alcuna prova a Aimeric Picaud. Quasi altrettanto frequente e sviluppato a piacere, é l’anacronismo che consiste a far credere che questa Guida del Pellegrinaggio, conosciuta solamente dopo il 1884 e diffusa nella sua versione francese apparsa per la prima volta nel 1938, sia stata largamente conosciuta nel Medioevo. Cosa che non é per niente vera. L’ignoranza generalizzata di questo testo é stata stabilita da due ordini di fattori concordanti : il primo é che esiste solamente sotto la forma che noi conosciamo oggi di Codex Calixtinus, che fino alla fine del 19imo secolo non é praticamente uscito dagli Archivi della cattedrale di Compostella; il secondo é che nessuno dei racconti né itinerari di pellegrini dei secoli successivi lo menziona né segue l’itinerario che propone. Il terzo errore, indotto dal titolo che gli é stato dato di Guida del pellegrino, consiste nel credere che indichi dei cammini di Santiago in modo prescrittivo, Quando invece indica solo delle possibilità.
Questa presentazione dei cammini di San Giacomo emana dai canonici regolari agostiniani a cui é stata affidata nel 1132 la direzione dell’ospitale di Roncisvalle. Questo é il fatto determinante, da cui deriva tra l’altro la menzione della sepoltura di Orlando a Blaye, nella collegiata di Saint-Romano, come pure la deposizione del suo corno a Saint-Seurin, tutti luoghi gestiti anch’essi dai canonici agostiniani.
Tuttavia la presentazione dei diversi santuari della via fa’ cenno anche a quelli che sono abbazie cluniacensi, in particolare Vézelay e Saint-Gilles, manifestando dunque un equilibrio sensibile tra i due ordini religiosi che testimonia della loro collaborazione al servizio del pellegrinaggio.

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Carlomagno invocato al soccorso di Compostella.

Intercalata tra il terzo ed il quarto libro del “Libro di san Giacomo” si trova la “Storia di Carlomagno e di Orlando”, attribuita all’arcivescovo Turpino, che é il risultato finale di una evoluzione relativamente complessa, derivante dalla redazione successiva di tre racconti differenti che trattano della ritirata perigliosa dalla Spagna di Carlomagno per Roncisvalle.
Il primo racconto, redatto verso 1110 tra l’arcivescovato di Pamplona ed il papa Pasquale II, fa’ di Orlando non solo un eroe senza paura e senza macchia, ma anche un santo laico che difende la cristianità channoro l’Islam e muore, come Turpino, arcivescovo di Reims.
Il secondo racconto, di carattere autobiografico ed attribuito allo stesso Turpino, data degli anni 1123-1125 e deve essere messo in relazione con l’applicazione che fa’ Compostella delle decisioni del concilio Laterano e dei voleri di papa Callisto II. Turpino partecipa al combattimento, ma vi é solo ferito e sopravvive abbastanza a lungo per raccontare i suoi ricordi, mentre cura le sue ferite a Vienna, cosa che suggerisce la sua identificazione con il papa Callisto II, arcivescovo di questa città.
Infine, il terzo racconto appare dopo che i canonici regolari agostiniani si sono installati a Roncisvalle. Più rigoroso sul piano del diritto canonico, non pone l’arcivescovo nel combattimento, ma per conservare la qualità autobiografica del racconto, gli attribuisce una visione celeste che lo informa di come si sono svolti i fatti. Quest’ultimo dei tre racconti della battaglia di Roncisvalle, imputabile successivamente ai canonici regolari di Pamplona, Compostella e Roncisvalle, richiede come compensazione una descrizione di una gloriosa entrata in Spagna. Questo racconto sarà fornito da San Denis, che ricorderà, mettendolo sotto il nome di Tylpin, forma esatta del patronimico dell’arcivescovo di Reims, che costui fu agli inizi monaco con questo nome a Saint-Denis. La cosa più importante in questo testo é l’apparizione di san Giacomo a Carlomagno per chiedergli di andare a liberare la Galizia e la sua tomba dal giogo degli Infedeli.

Un regalo inutile ed un manoscritto dimenticato.

A discapito della diversità dei loro contenuti e dei loro redattori, i numerosi testi del Libro di san Giacomo hanno anche questa particolarità comune di essere conosciuti in modo separato nei manoscritti originari della brillantissima abbazia di canonici regolari che fu Saint-Martial di Limoges. Negli anni precedenti al 1160, il suo Abate non era altri che Pietra di Poitiers, ex-bibliotecario di Cluny, amico di Pietra il Venerabile ed inviato da lui a Toledo nel 1151 per contribuire a una traduzione latina del Corano. Ci sono ragioni per supporre che Pietra di Poitiers sia l’autore della messa in scena descritta nella prefazione del Libro di san Giacomo attribuita al papa Callisto, poiché lui stesso é stato testimone dell’incontro tra il canonico Aimeric Picaud con il papa Innocenzo II a Cluny, e di averla stilizzata, alzandone il tono per farne una specie di visione quasi divinoa impartita al papa Callisto. Il personaggio cristico che appare a quest’ultimo per approvare la sua collezione di miracoli, lo invita inoltre a terminare il sermone “Veneranda dies” che figura nel Libro di san Giacomo. Come molti altri brani della compilazione, questo sermone contiene dei versi “presi” al poeta Venance Fortunat, vescovo di Poitiers, che possiamo considerare come una specie di firma d’arte di Pietra di Poitiers. Cosi’, l’autore del Libro di san Giacomo, che é rappresentato sotto la maschera del papa Callisto II sarebbe non solo fittizio, ma composito, cioé un insieme di Aimeric Picaud di Parthenay e di Pietra di Poitiers, il primo redattore dei miracoli ed il secondo redattore del sermone “Veneranda dies”.
L’intervento di quest’ultimo non si limita solo a questo. Secondo ogni probabilità é stato anche colui che ha rimaneggiato i racconti dei miracoli del Libro II, il compilatore dei racconti della traslazione del Libro III e l’ultimo redattore della Storia di Carlomagno e di Orlando, di cui ha operato la fusione delle due ultime versioni del racconto di Roncisvalle, aggiungendo quello dell’entrata in Spagna di fonte sandenisiana, ornando le due parti di commentari dimostrativi ed esortativi atti a rivelarne tutto il senso morale.
Un intervento successivo, dovuto probabilmente a Hugues il Poitevino, cronista di Vézelay, arricchirà la Guida del Pellegrinaggio e riunirà le parti musicali delle messe del Libro I. Cosi’ definito, il testo sarà trasmesso a Cluny per essere copiato durante il breve periodo in cui fu abate Hugues di Frazans che, destituito nel 1161, si rifugia dapprima presso Federico Barbarossa, portando con sé i quattro libri del Liber sancti Jacobi. E’ senza dubbio alla corte imperiale, dove ci si interessava ad una versione germanica della “Storia di Carlomagno e di Orlando”, che si fece l’interpolazione tra il Libro III ed il Libro IV. Quando invierà a Compostella il cardinale di Wittelsbach per fare omaggio di questo prezioso manoscritto, in occasione della consacrazione solenne della nuova cattedrale, Federico Barbarossa poteva sperare di trovarci un appoggio per la canonizzazione di Carlomagno da parte dell’antipapa che lui stesso aveva instaurato. Le sue speranze furono vane, Compostella non lo segui’ per niente e pure il cardinale di Wittelsbach abbandono’ il suo partito per mettersi con il papa legittimo Alessandro III.
L’opera fu deposta nel tesoro della cattedrale e qualche esemplare di prestigio fu copiato nel XIV secolo, per il papa e per qualche sovrano che si affrettarono a metterli negli archivi. L’opera intera fu conosciuta solo alla fine del XIX secolo, mentre il contenuto dei Libri II e III, e la Storia di Carlomagno e di Orlando – quest’ultima soprattutto – beneficiarono di una più ampia diffusione grazie al Libro dei miracoli di san Giacomo del papa Callisto, sotto diverse forme che sono altrettante versioni precedenti al Liber sancti Jacobi.

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