L’IMMAGINARIO ED IL REALE NELLA FIGURA DI SANTIAGO


di Javier García Turza- Università della Rioja 

Verso la metà del VII secolo si diffonde in Europa la notizia che Giacomo predicó nell’Occidente spagnolo. Molto più tardi arriverà nella Penisola Iberica il culto dell’apostolo e, già nei primi anni del secolo IX, troviamo testimonianze a proposito della scoperta della sua tomba ed i primi riferimenti alla costruzione della primitiva chiesa compostellana. Quello che agli inizi fu solo un culto locale, circoscritto alla Galizia, si propaga rapidamente fino in Francia. Già dalla metà del X secolo, iniziano ad arrivare pellegrini da tutta l’Europa attraversando i Pirenei specialmente per Roncisvalle e per il Somport.

Pistoia, Ospedale del Ceppo, Alloggiare i pellegrini: una delle Sette Opere di Misericordia, raffigurate da Santi di Buglione tra il 1526 e il 1528 in una maiolica a rilievo.

Lo sviluppo del culto a Santiago fu dovuto ad un insieme di fattori religiosi, culturali, politici, militari e la sue conseguenze socio-economiche furono rilevanti. Per la Ruta Jacobea arrivarono mercanti che riattivarono la vita commerciale e artigianale delle nuove popolazioni. Sul suo tracciato si rinnovarono le strade e si costruirono ponti. Per questo cammino, infine, penetrarono nuove correnti religiose, artistiche e letterarie provenienti dall’altro versante dei Pirenei e nello stesso modo, in direzione opposta, si diffusero le tendenze culturali della Spagna cristiana e di Al-Andalus. In pratica il Cammino servi’ come legame permanente tra la Penisola ed il resto dell’Europa, in un momento in cui l’Occidente cristiano sperimentava un processo di crescita generalizzato.

Il protagonista ultimo dell’avvenimento jacobeo fu senza dubbio l’apostolo Giacomo, figura spesso confusa per ambiguità, pero’ dotata di un carattere dagli aspetti molteplici. Fu capace di rivestirsi di attributi militari o nobili secondo l’epoca e fini’ per identificarsi con i pellegrini che percorrevano grandi distanze ed affrontavano inimmaginabili pericoli per andare a visitare le sue reliquie al confine dell’Europa cristiana, a Compostella. Nei fatti, non sappiamo niente di questo personaggio. Per giunta, se ci fermiamo a quelle che si potrebbero considerare fonti documentali dirette o vicine all’esistenza dell’apostolo, quasi nulla.

Nel secolo IX, quando si scopre nel Finisterre gallego la sua tomba, Giacomo era considerato come uno dei discepoli più vicini a Gesù, questo é certo. Pero’, nello stesso tempo, era uno degli apostoli meno popolari. Senza dubbio, l’informazione data dai Vangeli risultava insufficiente. Per questo, non deve stupire di trovare in tempi più tardivi numerose referenze, scritte ed orali, che pretendevano saziare la curiosità dei credenti. Differenti saranno invece le cose a partire dalla scoperta di una tomba con i suoi resti supposti: migliaia di pellegrini percorreranno i cammini d’Europa per prostrarsi al suo sepolcro davanti ai resti dell’apostolo. Questi anonimi camminanti, attratti dall’amore dell’apostolo, chiederanno di disporre di più e di migliori notizie sulla sua vita ed i suoi miracoli.

La risposta a questa domanda non tarderà ad apparire. Il profilo biografico risultante sarà la somma delle circostanze storiche in cui vivono i suoi seguaci e della pia fantasia del popolo che lo venerava e che cerco’ di forgiare una figura, prima di tutto, attraente e molto vicina. Per questo, il mito di Santiago si costituisce in un elemento vicino al credente, grazie alle sue molteplici sfaccettature spirituali e fisiche, e nello stesso tempo vivente, in costante evoluzione. Sarà insomma una figura debitrice del suo tempo.

Santiago pellegrino sulla facciata della Cattedrale di Compostela

Per la maggior parte degli studiosi e delle tradizioni, il Santiago dei pellegrinaggi corrisponderà all’apostolo San Giacomo il Maggiore. Nato probabilmente nella località di Jaffa, vicino a Nazareth, nel Nord di Israele, sulle sponde del lago di Genesareth, era figlio di Zebedeo e di Salomé e quindi fratello di Giovanni l’evangelista. Si suole segnalare che sua madre era imparentata con la Sacra Famiglia, forse con Maria, vedendo la familiarità con cui Salomé chiede a Gesù dei posti di privilegio per i suoi due figli. Zebedeo si dedicava alla pesca con i suoi figli e vari salariati. Giacomo il Maggiore riceve la chiamata del Signore precisamente quando con suo fratello e suo padre stava riparando le reti sulle rive del lago di Genesareth. Effettivamente, Giacomo e Giovanni, chiamati da Gesù, abbandonano Zebedeo nella barca con i salariati e lo seguono. Tra quei discepoli che accompagnarono Gesù, i due fratelli e Pietro occuparono sempre un posto di privilegio al suo fianco. Giacomo appartiene senza dubbio al gruppo degli intimi del Signore: appare nel Tabor quando Gesù si rivela come figlio di Dio nel momento della Trasfigurazione o lo accompagna nell’orto di Getsemaní o presenzia alla risurrezione della figlia di Jairo.

Pietro, Giacomo e Giovanni dormono mentre Gesù prega nell’orto degli ulivi in un dipinto del Tintoretto.

Gli stessi testi evangelici ci informano, anche se sommariamente, del carattere dei figli di Salomé e Zebedeo. Il tratto caratteristico del loro temperamento appare contenuto nel soprannome che gli diede Cristo, Boanerges. Talvolta lo si traduce come “figli del tuono” con referenza al loro carattere veemente, appassionato e impetuoso, ma anche come “veloci come il lampo”, “svelti di parola, pronti alla risposta”. Questa attitudine appare ben definita quando Santiago e Giovanni domandano posti di privilegio nel regno dei cieli, o quando dichiarano che potrebbero sollevare il loro proprio calice; pero’ soprattutto quando reclamano di castigare col fuoco i Samaritani ostili che negano alloggio sulla via di Gerusalemme: “Signore, vuoi che diciamo che scenda fuoco dal cielo che li consumi?”.

Allo stesso modo, questa veemenza porto’ Giacomo ad essere perseverante nella predicazione, attività seguita con interesse e ammirazione dalla società medievale.

Jacobo da Voragine (Varazze), celebre storico e agiografo genovese del secolo XIII, scrive nella Leggenda Aurea: “Si chiamava Bonaerges o figlio del tuono per la commozione che la sua predicazione produceva; in effetti, quando esercitava il suo ministero faceva tremare di paura i cattivi, toglieva la timidezza ai restii e risvegliava tutti con la profondità delle sue parole. La sua voce risuonava tanto forte che arrivava ai confini lontani; se avesse alzato un poco più il tono, il mondo sarebbe stato incapace di contenere la risonanza dentro dei suoi propri limiti”.

Altri personaggi, come il papa Gregorio Magno (1020?-1085), alludono alla sua virtù, la pazienza, forse come conseguenza delle numerose leggende in cui appare l’apostolo che ottiene scarso esito nel suo lavoro di evangelizzatore.

Da parte sua, il Codice Calixtino lo qualifica di “santo di ammirabile potere, fortunato per la sua vita, stupefacente per le sue virtù, di chiara intelligenza, di brillante eloquenza”. E poco più si sa della vita di questo apostolo. Herodes Agrippa, re di Judea, ordina la sua decapitazione in Palestina verso l’anno 44.

Decollazione di San Giacomo il Maggiore, Chiesa di Orsanmichele (FI), Tabernacolo dell’Arte dei Vaiai e dei Pellicciai, rilievo di Niccolò e Piero Lamberti

Pero’ lo studio della personalità di Giacomo il Maggiore implica molte difficoltà. Già al tempo degli apostoli si confondeva con altri personaggi dallo stesso nome vicini a Gesù. Per esempio, con Giacomo il Minore, figlio di Alfeo, che a sua volta suole provocare problemi di identificazione con un altro, denominato “Fratello del Signore” e “il Giusto”. In ogni caso, tutto ci porta a pensare che Giacomo Alfeo fu chiamato il Minore, non per essere più giovane del Maggiore, ma per essere stato chiamato all’apostolato dopo di lui. Inoltre, in alcuni momenti riceve il qualificativo di “Fratello del Signore”: forse per una certa parentela di sangue con Maria la Vergine. Cosi’ come fu chiamato “il Giusto” per il suo comportamento esemplare, la sua vita santa ed i suoi costumi.

Il padre della Chiesa, Clemente d’Alessandria (150-215 circa) arriva a dire di lui: “dal ventre di sua madre fu santo; non bevve vino né sidro; non si taglio’ mai i capelli; mai si applico’ pozioni; mai si fece il bagno”. Un fatto pare risaltare senza dubbi: per la purezza della sua vita, fu il primo vescovo di Gerusalemme. Mori’ decapitato intorno al 63.

Il costante equivoco tra i due Giacomo e l’affanno delle comparazioni continuó nel tempo. Lo stesso Codex Calixtino cerca una soluzione di compromesso chiudendo il dilemma dell’identificazione con questa frase: “Quelli che chiamano Giacomo Zebedeo o Giacomo Alfeo fratello del Signore stanno nel giusto”. Insomma, l’immagine storica di Santiago (talvolta il Maggiore; altre volte il Minore; in alcune occasioni la somma delle virtù di entrambi) fino alla scoperta del sepolcro ricevette da parte della cristianità antica e altomedievale un culto ed una venerazione che potremmo definire come freddi, dato il carattere “grigio” della sua personalità. Non bisogna dimenticare che Giacomo non godette della dimensione storica di Pietro. E neppure ebbe il prestigio che gli avrebbe potuto dare la evangelizzazione di un paese. E nemmeno gli si attribuisce un testo dottrinale decisivo per la consolidazione e l’espansione del Cristianesimo. Per giunta, la sua morte rapida gli impedi’ di forgiare qualsiasi altro aspetto della sua personalità. Riassumendo, la popolarità del personaggio si limita al non disprezzabile referente evangelico della predilezione che gli aveva dispensato Cristo, all’essersi mantenuto come uno degli intimi del Signore.

A partire dalla scoperta del sepolcro in Galizia nel IX secolo, dove a sorpresa si trovo’ quello che per molto tempo fu considerato come il suo corpo, l’immagine dell’apostolo cambierá radicalmente. Nello stesso tempo, si vedrà crescere un’importanza anch’essa sorprendente del lato immaginario nella promozione del culto, cosí come lo sviluppo dei pellegrinaggi a Santiago. La pietà popolare ed il potere ecclesiastico si incaricarono di fare luce nelle tenebre in cui era rimasta immersa la figura di uno dei Figli del Tuono. L’immagine esteriore risultante sará un’altra, molto diversa, come vedremo, a metà strada tra il fantastico ed il mitologico. Questa evoluzione delle caratteristiche del personaggio in assoluto deve porsi come un fatto fortuito e marginale. La sua creazione, di cui non conosciamo gli inizi, si presenta molto prima a noi come un processo di lungo periodo ed in alcuni casi ben strutturato e maturato.

Il primo aspetto a cui servono delle fonti scritte é quello della sua predicazione in Spagna e della scoperta del sepolcro di Giacomo il maggiore in Galizia. Pero’ queste notizie risultano chiaramente leggendarie e, per di più, molto lontane dai tempi dei fatti da queste narrati. In ogni caso, questa parte della leggenda nasce circondata da una moltitudine di elementi fantastici e meravigliosi. Le prime notizie a proposito del vincolo dell’apostolo con il territorio iberico erano state diffuse da numerosi autori greco-latini durante i secoli VI e VII, cioé molto prima che si produca il sorprendente scoprimento del suo sepolcro in Galizia.
E’ una credenza comune, fondata su informazioni molto tardive, che gli apostoli si spartirono le differenti parti del mondo conosciuto per realizzare il loro apostolato missionario. In effetti, una prima tradizione racconta che quei discepoli si riunirono alcuni anni dopo la resurrezione del Cristo per distribuirsi quelle zone. Pero’ nella relazione degli apostoli riuniti non si cita Giacomo, forse perché già deceduto.
Sará alla fine del secolo IV che si comincia a dare corpo a questa notizia e da allora ad ogni apostolo si attribuisce un territorio in cui avrebbe realizzato la sua missione pastorale. Questa informazione si trasmette con notevoli varianti nelle distinte versioni conosciute, pero’ con un messaggio più o meno comune: “Sarete i miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaría ed incluso fino ai confini della terra”.
In alcuni testi si informa che Giacomo predica alle dodici tribù giudee; in altri, come negli Atti etíopi di Santiago, si afferma che predica e fà miracoli nella città di Lidia, in Palestina, e nelle regioni limitrofe, in compagnia di Pietro. E secondo questa stessa tradizione, l’apostolo sarebbe sepolto in Giudea o in Cesarea, senza altre spiegazioni, anche se posteriormente si situa la sua tomba in una “città di Marmarica”. Per parte sua, il poeta merovingio Venanzio Fortunato scrive più tardi, verso il 600: “Nell’assemblea apostolica che risplende di luce raggiante / manda [san Pietro] il suo Andrea nella nobile Acaia. / Giovanni, distinto per meriti, nella venerabile Efeso / invia i due santi Giacomo nella Terra Santa”. Nelle stesse date le testimonianze scritte propendono per la sua predicazione in Palestina.

Santiago predica in Hispania

Al contrario, le notizie posteriori affermano che Santiago si era visto assegnare la difficile missione di evangelizzare l’Hispania. Il primo riferimento a questa possibilità lo troviamo nel “Breviario degli apostoli”, testo redatto verso la fine del secolo VI o agli inizi VII secondo fonti bizantine. Qui, per la prima volta, si attribuisce a Santiago la predizione in Hispania e nelle regioni occidentali ed la sua sepoltura in Arca Marmarica. Bisogna precisare un fatto di speciale interesse: la realtà storica di questo testo é assolutamente contestata dagli specialisti, come fu sospetta per l’eminente intellettuale spagnolo del secolo VII, Julián de Toledo, che rifiuto’ seccamente la sua predicazione in Spagna. In ogni caso, verso il 700, il vescovo di Sherborn, Adhelmo, dedica a Santiago il seguente poema: ” qui Santiago, nato di padre anziano, / difende il suo eccelso altare con la sua santa guardia. / Questi, chiamato piamente da Cristo sulle rive del mare, / lasciava suo padre e la sua barca: / il primo converti’ con il suo insegnamento le genti ispaniche, / convertendo con parole divine le barbare multitudini, / che prima celebravano vecchi riti e funesti santuari /, offuscati dagli artifizi dell’orrendo demonio”.
Il monaco inglese Beda il Venerabile (673- 735) va ancora più lontano: non solamente ratifica la tendenza difesa dal Breviarium apostolorum, ma anche opera per concretizzare la localizzazione esatta del corpo dell’apostolo in Galizia.
Su questa stessa linea bisogna ricordare l’inno liturgico “O Dei Verbum patris’, scritto alla fine del secolo VIII probabilmente dal Beato di Liébana -“un poeta mediocre pero’ di spirito audace” (parole di Díaz y Díaz)-, dedicato al monarca asturiano Mauregato (783- 788).
Allora, sotto quale forma appare nell’opera di Beato la figura di Santiago, quando nella Penisola si sono insediati i musulmani? Nella sua opera, l’autore segnala già Santiago come evangelizzatore della Spagna e lo invoca come guida aurea splendente del territorio iberico, il vero patrono protettore di uno stato; gli chiede che protegga il re, il clero ed il popolo, che li preservi da danni ed infermità, per fare in modo che con il suo aiuto possano raggiungere la gloria finale. Come se fosse poco, Beato lo rappresenta come mitico pastore, come difensore di una terra che pare identificarsi con l’Hispania. In altre parole, il poeta proclama: “Oh molto degno e molto santo Apostolo, / dorata testa splendente di Hispania, / sii nostro protettore e naturale patrono / evitando la peste, sii nostra salvezza celeste /”.
Riassumendo, questo messaggio corrisponde alla perfezione alla ideologia ufficiale della elite che governa nelle Asturie alla fine del secolo VIII, nel momento in cui i suoi governanti ed ideologhi si attribuivano l’eredità del mondo visigoto e mentre stava nascendo una pur tuttavia molto lontana offensiva cristiana contro i musulmani.

Al margine della supposta veracità della tradizione, rimane da chiedersi perché i suoi elaboratori scelsero il territorio iberico per fissare li’ il lavoro di apostolato di Giacomo e la sua posteriore sepoltura. Inoltre é risaputo che la Penisola, una delle zone geografiche più importanti della cristianità a partire della Piena Età Media, non contava con una tradizione documentata riguardo alla evangelizzazione dei suoi abitanti. Quindi non ci si deve stupire che si cercasse di sanare questa carenza. E con un procedimento semplice: attribuendo la missione apostolica a quei discepoli di Gesù di cui non si aveva una documentazione di una qualsiasi attività missionaria definita e chiara nei testi antichi. E come già si é visto, per Giacomo non si conosceva un territorio o paese in cui avesse sviluppato un lavoro di evangelizzazione.

Per riassumere, alla Spagna era necessario giustificare la conversione al cristianesimo dei suoi abitanti da parte di una gran figura apostolica. Ed a Giacomo, a sua volta, serviva dimostrare che era stato capace di cristianizzare una grande regione. Per di più, agli inizi della nostra era si sviluppava il trasporto di minerali come lo stagno, l’oro, il ferro, il rame, dalla Spagna ai porti mediorientali.
In questa forma, l’impianto necessario finisce per sviluppare e giustificare, tanto sul piano ideologico che materiale, una leggenda che, partendo da alcuni fatti storici, si evolve, spinta dalla domanda popolare, fino a convertirsi in qualcosa di fantastico.

Effettivamente, racconta la tradizione che l’apostolo realizzo’ il viaggio dalla Palestina alla Spagna in alcune di queste imbarcazioni di trasporto. Dalla costa dell’Andalusia passo’ a Coimbra e Braga, e da qui a lria Flavia, in Galizia, dove inizio’ l’evangelizzazione. In questo luogo, nel Finisterre ispanico, frequento’ genti di culto pagano, sulle quali la sua opera di predicazione risultó un autentico disastro. Secondo Jacobo della Vorágine, “l’apostolo Giacomo, dopo l’Ascensione del Signore, predicó durante qualche tempo per le regioni di Judea e di Samaria, trasferendosi poi in Spagna e seminando nelle sue terre la parola di Dio; pero’ vedendo che il frutto che ottenuto era scarso e che, pur avendo predicato molto in quel paese, non era riuscito li’ più di nove discepoli, lascio’ colà due di questi perché continuino a predicare, prese con sé gli altri sette e torno’ in Giudea. Il maestro Juan Beleth dice che l’apostolo Giacomo converti’ in Spagna solamente una persona”.

Durante il viaggio di ritorno in Oriente, racconta la tradizione che attraversó la Penisola Iberica per la valle dell’Ebro. A metà del cammino, abbattuto per la fatica fisica ed il fallimento evangelizzatore, riceve il conforto e lo stimolo della Vergine che gli apparve sulle sponde del rio Ebro sopra una colonna di quarzo, indicandogli di costruire un tempio in quel luogo, la Iglesia de Nuestra Señora del Pilar in Zaragoza. Da qui, seguendo il rio, poté dirigersi verso Valencia per imbarcarsi in un porto orientale (della Spagna) e tornare in Palestina intorno agli anni 42-44.
Di nuovo in Palestina, Giacomo fu il primo apostolo a soffrire il martirio. Il re di Giudea Herodes Agrippa lo condanna a morte per decapitazione nel 44.

Cosi’ narra i fatti Eusebio di Cesarea: “In quel tempo, il re Herodes si mise a maltrattare alcuni della Chiesa. Ed uccise Giacomo, il fratello di Giovanni, con la spada”. Con questa azione, Herodes pretendeva far tacere le proteste delle autorità religiose, compiacere i giudei e dare una forte lezione alla comunità cristiana. Dopo la sventura -racconta la tradizione-, due dei discepoli di Giacomo, Atanasio e Teodoro, raccolsero il corpo e la testa dell’apostolo e si imbarcarono su una nave nel porto di Jaffa, vicino a Gerusalemme. La nave si diresse, dopo aver passato il Mediterraneo e la costa occidentale della Penisola Iberica, verso il Finisterre galaico. Effettivamente, dopo sette giorni di fantastica navigazione arrivarono alle coste di lria Flavia, vicino alla città attuale di Padrón, in Galizia. Una volta sbarcati, la leggenda introduce sulla scena un nuovo personaggio, Lupa, una dama pagana, malvagia e molto ricca, che viveva presso la odierna città di Compostela. Atanasio e Teodoro, compagni di viaggio di Giacomo, le chiedono un pezzo di terra per interrare l’apostolo e alcuni buoi per portare il corpo fino al luogo dove si voleva seppellirlo. Lupa gli offri’, oltre a una piccola parcella di terreno, alcuni buoi selvatici e un carro con cui trasportare il corpo. Pero’, miracolosamente, i buoi si lasciarono condurre. Davanti a questa situazione straordinaria, la dama si converte ed i discepoli di Giacomo interrano il santo in quella che oggi é Compostela: “Li prepararono dunque unendoli a un carro sopra cui deposero il corpo di Giacomo con la pietra in cui lo avevano deposto. I buoi allora, senza che nessuno li guidasse, si diressero al palazzo della regina Lupa. Quando lei li vide, rimase stupefatta, credette e si fece cristiana. Tutto quello che i discepoli chiesero, fu concesso. Dedicó in onore di Giacomo il suo palazzo per fare una chiesa, che la regina stessa dotó magníficamente, ed in seguito terminó la sua vita facendo opere di carità”.
*Da parte sua, la Epistola del Papa Leone (secolo IX) riferisce in questi termini il trasferimento del corpo di Giacomo: “Si erano incaricati del suo trasporto i sette discepoli dell’Apostolo, navigando durante sette giorni con una barca guidata dalla mano di Dio. Alla fine la barca arriva in un luogo chiamato Bisria, situato alla confluenza dei fiumi Sar e Ulla. Arrivati li’, il corpo di Giacomo fu alzato al cielo e condotto verso la terraferma. I discepoli, rattristati dalla disparizione del corpo, percorrono più di dodici miglia fino ad incontrare il cadavere del loro maestro che giace già sepolto sotto un monumento a forma di arco marmoreo in un luogo che non si cita. Tre di questi discepoli, con l’aiuto di Giacomo, riescono ad uccidere un dragone che viveva nel monte Illicino, che da quel giorno é conosciuto come Monte Sacro. Questi tre discepoli riceveranno come premio di essere sepolti insieme al loro maestro, mentre gli altri quattro ritornano a Gerusalemme e comunicano al patriarca Leon l’accaduto”.
* Stando cosi’ le cose, i resti dell’apostolo Giacomo non faranno parlare di loro durante quasi otto secoli. E per di più, verso l’anno 800 il luogo della sua sepoltura ancora non era situato in Spagna. Al contrario, i cataloghi apostolici conosciuti ubicavano la sua sepoltura in Palestina, in Giudea, in Cesarea o in Marmarica. Insomma, la Chiesa spagnola primitiva sembra non avere coscienza che la si potesse considerare frutto del suo lavoro apostolico.
Allora, come é possibile che la collettività credente spagnola si dimentichi dell’opera religiosa dell’apostolo Giacomo nella Penisola Iberica? La risposta tradizionale afferma che le continue “invasioni” dei popoli barbari durante il secolo V e la “feroce conquista” islamica del VIII obbligarono i cristiani a mantenere nascoste tutte le immagini e reliquie di santi, tra cui quelle di Giacomo, protette e custodite dagli eremiti del posto. Logicamente, il passar del tempo avrebbe debilitato ancora di più la memoria del culto all’apostolo.
*Senza problemi, agli inizi del secolo IX gli asturiani erano convinti della evangelizzazione di Giacomo in Galizia. A suo favore poteva contare la conversione al cristianesimo del re visigoto Recaredo, con la trasmissione testuale delle testimonianze scritte, come il Breviario degli Apostoli o il Commentario all’Apocalisse, senza dimenticare la forza, sempre presente, della tradizione orale. Cosí, bastava solo dimostrare che il suo corpo fosse stato sepolto in quelle terre e che l’apostolo cogliesse l’occasione per manifestarlo ai suoi devoti.
Il momento opportuno del fenomeno jacobeo si produce nelle prime decadi del IX secolo, nel momento in cui si sta formando il regno delle Asturie, che necessita di ogni tipo di appoggio legittimatore. Per questo la cosa si presenta per il nucleo di resistenza asturiano come una necessità. Quale miglior elemento di identità per uno stato in fase embrionale che quello della apparizione nella sua area d’azione del corpo dell’apostolo Giacomo. Questo mezzo propizio si completa – nelle parole di Sánchez Albornoz nel suo dibattito con Américo Castro- con la pratica di una fede ingenua ed esaltata e una atmosfera di sogni e di prodigi. In aggiunta, la storiografia ufficiale ovietana del secolo IX ci rivela come si fossero sviluppate nelle minoranze direttrici del regno cristiano tre idee: la prima fà riferimento alla colpevolezza di fronte a Dio degli ispano-goti; la seconda suppone l’abbandono – per Cristo- del popolo ispanico nelle mani dei musulmani, come castigo dei suoi gravi peccati; la terza afferma che solo la misericordia divina poteva porre fine alla angosciosa situazione della cristianità iberica. “E’ possibile -afferma D. Claudio- che in questo ambiente di fede, di meraviglia, di angoscia e di speranza, il ritrovamento casuale di un vecchio sepolcro paleocristiano, forse venerato in altri tempi nel paese -di Giacomo? , di Prisciliano? , di nessuno dei due?- sblocchi la fantasía di qualche chierico influenzato dalle idee del famoso Beato di Liébana, forse ancora in vita; di qualche chierico devoto di Giacomo, lettore dei Commentari sull’Apocalisse di S. Giovanni e dell’inno dei giorni di Mauregato in cui si invocava l’Apostolo come testa fulgente di Spagna.

La traslazione del corpo di San Giacomo

Dopo, il ritrovamento/invenzione del sepolcro di Giacomo sarebbe stato ingenuamente presentato come tangible manifestazione di misericordia divina, come prova che Dio aveva perdonato i peccati spagnoli, il cui castigo aveva provocato la perdita della Spagna, e come chiara testimonianza del fatto che, compassionevole per l’afflitta cristianità spagnola, delegava il suo Apostolo perché la proteggesse d’ora in avanti come patrono celeste, cosi’ come i signori terreni difendevano e proteggevano i loro patrocinati. Il sentimento vassallatico della religiosità ispanica medievale avrebbe facilitato il coagulo di questa singolare concezione del culto a Giacomo”.

In questo ambiente di necessità religiosa, di intolleranza e di azioni militari, pare sorgere una tradizione -raccolta di sicuro in fonti molto posteriori del secolo XI e XII (la prima relazione estesa che si conserva sopra il ritrovamento é la Concordia de Antealtares del 1077)- in cui si narra come verso l’anno 820/834 un eremita, chiamato Pelayo, assistette nelle vicinanze di Solovio, nel bosco di Libredón, ad una serie di prodigiosi fenomeni luminosi (piogge di stelle) ed apparizioni angeliche. Tutto quello, si afferma, era la prova inequivocabile che lí riposavano i mitici resti dell’apostolo Giacomo.
Pelayo lo fece sapere a Teodomiro, vescovo della diocesi di Iria Flavia, il quale, dopo di aver confermato la supposta autenticità di quello che era successo, fu condotto dalle portentose luci, in compagnia di una grande moltitudine di fedeli, fino alla grotta in cui si trovava il mausoleo dell’apostolo. Lí, in mezzo al bosco illuminato dallo splendore celeste, trovarono un sepolcro di pietra, in cui riposavano tre corpi: quello di Giacomo il maggiore e di due suoi discepoli Teodoro e Atanasio.

Il vescovo Teodomiro riconosce le tombe di San Giacomo e dei suoi discepoli nella Concordia de Antealtares

Poco dopo, il monarca Alfonso II (791-842) venne a conoscenza del ritrovamento del corpo di Giacomo. Immediatamente lo visita per venerarlo come patrono e signore di tutta la Spagna e ordina di costruire in quel posto una basilica per il culto jacobeo, che riceve poi la categoria di sede vescovile.
Sorprende la straordinaria celerità con cui il mito si difffuse nell’insieme della Cristianità europea: Santiago de Compostela si converte a partire dal secolo XI in uno dei suoi centri più emblematici, paragonabile solo, per la sua attrattività, alla Terra Santa o a Roma. E bisogna anche ricordare che Gerusalemme e Roma avevano dei secoli di vantaggio su Santiago. In questo modo, già a metà di quel secolo, Compostela comincia a trasformarsi in un luogo di riferimento obbligato per i credenti. A partire da queste date sará capace di portare in pellegrinaggio migliaia di fedeli provenienti da tutti gli angoli del mondo allora conosciuto.

A questo punto bisogna porsi il problema dei fattori che intervengono nella cristallizzazione di una devozione. O, detto in altro modo, dove si radicava la chiave della espansione jacobea? In primo luogo, bisogna evidenziare che buona parte del successo raccolto dal mito compostellano risiede nella sua perfetta identificazione con le domande spirituali che in quel momento sollecitava la emergente società feudale. In questo aspetto, il signore veniva a colmare il vuoto provocato dall’inesistenza o lontananza del re o dell’imperatore; nello stesso modo, il santo -in questo caso, Giacomo- diventava un ponte tra il terreno e Dio.
Pero’ questa identificazione dell’apostolo con le esigenze della cristianità latina non fu del tutto spontanea. Per prima cosa, riposava sulla base di un ingente lavoro di propaganda ideologica, sorta principalmente nei circuli intellettuali degli “scriptoria” monastici, negli ambienti cortigiani delle nascenti monarchie da un lato e altro dei Pirinei e, chiaro, nella curia pontificia.
Cosí, a partire dal secolo VI e VII, si rivitalizza la tradizione dell’evangelizzazione di Giacomo in Spagna attraverso gli scritturali monastici. Tra le altre opere, si edita il già citato “Breviario degli Apostoli”, dei secoli VI- VII, o il “Commentario all’Apocalisse” di Beato de Liébana, della fine del secolo VIII, e non dobbiamo dimenticare l’enorme diffusione che sviluppo’ la tradizione orale.
D’altro lato, anche l’ambiente politico favori’ questo successo. Come si sa, la popolazione astur-galaica, dall’inizio della dominazione musulmana, dovette affrontare in numerose occasioni gli eserciti dell’emirato cordobese, cosi’ come i carolingi che erano in piena espansione. Percio’ i cristiani occidentali scelsero di recuperare il mito jacobeo per affermare i suoi caratteri distintivi identitari di fronte ai musulmani ed ai carolingi, per fondare il suo spirito di riconquista sorto recentemente e per avvicinarsi al resto della cristianità in cui aspiravano ad integrarsi.

Riassumendo, la congiuntura politica e militare in cui si trovarono i resti dell’apostolo non poteva essere più favorevole. Nello stesso modo risulto’ importante nella espansione e divulgazione del ritrovamento, il protagonismo dei monarchi asturleonesi e del papato. I re comunicarono rapidamente la buona notizia alle autorità pontificie, mentre dalla Santa Sede si proclamava la notizia a tutta la Cristianità.

Alla fine, con l’avvento del secondo millennio, tenendo conto della natura chiaramente sospetta delle testimonianze scritte che proclamano il suo protagonismo, si assiste alla nascita e sviluppo di Giacomo come santo di origine locale e universale. Locale, perché la sua presenza rafforzerá, da un lato, lo spirito nazionale dei cristiani situati intorno alla Cordigliera Cantabrica e, dall’altro, la sua immagine, quasi sempre circondata di elementi mitici e fantastici, tenderá ad evolvere seguendo le circostanze culturali e sociopolitiche che diventano via via più complesse. Cioé, l’evoluzione e l’apparizione dell’immagine dell’apostolo modellano un mito ogni volta più attrattivo e prossimo – alcune volte più complesso- agli occhi del credente. Pero’, in aggiunta, il suo carattere perseguirá anche l’universalità: la presenza dei monarchi e del papato finirà per sanzionare “l’irruzione dell’apostolo nell’elenco dei grandi santi”.

Il processo di evoluzione e di cambiamento, di sviluppo e di sincretismo delle differenti immagini di Giacomo il Maggiore avviene soprattutto a partire dal secolo XI. Due secoli dopo la scoperta del sepolcro, Europa assiste al risveglio dal letargo in cui era caduta, colpita dal fallimento della ricostruzione imperiale carolingia, e comincia a mostrare segni evidenti di sviluppo, tanto economico che sociale.
Pero’ se la crescita demografica e economica, urbana e territoriale sono fattori specialmente legati a questo secolo, la Chiesa comincerà a profilarsi come autentica colonna vertebrale di tutta la Cristianità, capace di intraprendere, sul piano interno, una profonda riforma; di imporsi, in ambito esterno, sopra i poteri terreni e, in special modo, di implicarsi in una avventura per ricuperare i Luoghi Santi con le Crociate.

A partire dal 1071 , anno in cui i turchi seleúcidi conquistarono Gerusalemme e distrussero la chiesa del Santo Sepolcro, varie spedizioni militari si diressero alla riconquista della città, obiettivo raggiunto nel 1099.

Sbarco dei Crociati in Terra Santa

Mentre i crociati marciavano verso Oriente, anche nella Penisola Iberica si iniziava una guerra di religione. Precisiamo che si suole ricordare che la prima impresa ammessa come crociata é la conquista fatta dai cristiani pontifici, francesi, italiani, catalani e aragonesi di Barbastro, nel 1064. Pochi anni dopo, nel 1085, la città di Toledo, antica capitale del regno visigoto (e sede della Chiesa cristiana mozarabe ndr), cade nelle mani di Alfonso VI. Con questa vittoria si incorporava al regno castigliano l’area compresa tra il sistema montagnoso centrale ed il Tago.

Potremmo concludere che, grosso modo, c’era un totale parallelismo tra Terra Santa e Spagna, tra Gerusalemme e Compostela. Le due città si convertono in meta di pellegrinaggio ed in centro dell’ideale cristiano di fronte all’infedele. E’ in questo ambiente militare, molte volte leggendario, che la figura di Giacomo ed il suo culto acquistano una dimensione fino ad allora inimmaginabile.

La grande Croce di Santiago che ancora oggi campeggia sulla fortezza del Clavijo

Nella costruzione della sua figura, l’apostolo si avvicina -e talvolta si identifica pienamente- alle figure che lo accompagnano o lo circondano. Cosí, Santiago si converte in protagonista delle prime vittorie contro gli infedeli, pero’ associato con l’altrettanto leggendario Carlomagno. Precisamente, le prime testimonianze sono quelle dell’imperatore ispirato dall’apostolo. In questo modo, Carlomagno finisce per trasformarsi nell’autentico scopritore della tomba di Santiago e nel primo promotore del Camino. In altre parole, il suo ruolo propizia l’espansione della popolarità di Santiago al Nord dei Pirenei.

Agli inizi del secolo XI si produsse la caduta del Califfato di Córdoba. Questa circostanza profitto’ alle truppe cristiane per conquistare Toledo, la capitale dell’antico regno visigoto, nel 1085. Cioé, lo spirito della Crociata europeo si sviluppa nello stesso tempo nella Penisola con la riconquista di fronte all’infedele. Alla testa della crociata spagnola, Santiago comincerá a mostrarsi come principale campione delle truppe cristiane; le sue prodezze e fatti soprannaturali si integrano poco a poco nella lotta, e la tradizione orale, più tardi fissata nei testi, raccoglie un numero importante di miracoli.
Come é logico pensare, l’immagine del Santiago “Matamoros” non sorse dal nulla né spontaneamente; il ” brodo di coltura” era quello idoneo ed il modello si elaboró durante varie fasi. In effetti, uno dei miracoli più antichi narra come l’apostolo liberó venti vassalli del conte Armengol dalla prigione musulmana di Zaragoza e come poi li condusse sani e salvi fino ad un castello cristiano. Si raccoglie questo fatto eroico nel Libro dei Miracoli del Codex Calixtinus, prima testimonianza scritta che descrive una azione militare di Santiago in favore dei cristiani, pero’ un intervento incruento.
Poco a poco, mentre avanza la Reconquista verso il Sud iberico, aumenta il suo protagonismo. La iconografia comencerá ad identificare Santiago con lo spirito che domina gli Órdini militari. I membri di queste congregazioni collaborano nella lotta contro i musulmani in Terra Santa; si definiscono come monaci e come soldati protettori della Chiesa. In questi coincide il sentimento religioso proprio degli ordini monastici e lo spirito cavalleresco e militare dell’epoca. Non risulta strano vedere l’apostolo con la spada nella mano combattere, alla testa delle truppe cristiane, contro gli ismaeliti.

Di nuovo il Codex Calixtinus racconta un altro miracolo. In questa occasione, si rappresenta Santiago come cavaliere combattente contro l’Islam. Il suo intervento diretto permise alle truppe di Fernando I la conquista di Coimbra. Era l’anno 1064. In questo modo si narra la vittoria cristiana contro i musulmani: “Quando il tempio del Signore in Gerusalemme assediavano i nemici / nel cielo appare un esercito meraviglioso: / con i suoi cavalli bianchi, dorate armis, vesti splendenti, / cavalieri in difesa della giusta fede. / Cosí il potere del Signore e tutto un esercito del cielo / proseguono una battaglia contro i nemici della fede. / Lí fu dove molti, i fedeli che lo meritavano, / videro il grande Santiago portando la sua bandiera”.

La trascendenza del fatto dovette essere tanto grande che, a partire da questa data, definitivamente l’immagine di Santiago risulto’ legata alla guerra santa che significava la Reconquista. Da allora in poi, le sue apparizioni sui campi di battaglia si moltiplicano fino a convertirsi in un luogo comune. Il mito arriverà pure a penetrare nella storia ufficiale.

Un altro intervento dell’apostolo si produsse nel secolo IX. Durante il regno di Ramiro I, secondo alcuni, o di Ordoño I, per altri, ebbe luogo uno scontro tra gli eserciti cristiano e musulmano (sotto il comando di Abderramán II o del banu qasi Musa II, secondo le fonti diverse) con il proposito di sopprimere il tributo chiamato delle “cento donzelle”. Questo tributo consisteva nel dare ai musulmani annualmente cento donne giovani; come controparte, i cristiani potevano vivere in pace un anno. Raccontano alcune cronache che l’asturiano Ramiro I mobilitó tutta la regione contro gli infedeli e che i cristiani furono sorpresi e sbaragliati a Albelda (vicino a Logroño ), ritirandosi alcuni dei fuggitivi nella rocca di Clavijo.

In questo luogo isolato, nella notte, mentre aspettavano il disastro finale del giorno seguiente, apparve l’apostolo al monarca e gli ricordó che era il suo patrono e protettore. Secondo la “Crónica General”, l’apostolo si rivolse al re Ramiro I in questi termini: “N. S. Gesù Cristo sparti’ tra tutti gli apostoli, miei fratelli, tutte le altre province della terra, ed a me diede solo la Spagna perché la tenga e la ripari dalla mano dei nemici della fede… E perché tu non dubiti di quello che io ti dico, domani mi vedrai andare in battaglia su un cavallo bianco, con una bandiera bianca e una grande spada lucente nella mano”. Effettivamente, all’alba, il campo cristiano apparve capitanato dallo stesso apostolo Santiago che veniva in battaglia montato su un cavallo bianco. Nella mano sinistra portava lo stendardo di alfiere della milizia della fede; nella destra brandiva la spada. Il risultato fu terribile: da solo riusci’ a decapitare più di settantamila musulmani. Come si sperava, la vittoria sorrise all’esercito cristiano.

Raffigurazione lignea di Santiago Matamoros

Questo successo leggendario sará quello che consoliderà definitivamente l’immagine del Santiago “Matamoros” partecipante insieme all’esercito cristiano nella lotta contro gli infedeli. Per consequenza, il Poema de Mío Cid presenta Santiago totalmente popolarizzato: “Vedrai lí tante lance infilzare e alzare / trapassare e rompere tanti scudi / spezzare e penetrare tante corazze / levare tinte di sangue tante bandiere bianche, / tanti cavalli splendidi trottare senza padrone. / I mori gridano “Maometto!” ed i cristiani “Santiago!” / in pochissimo spazio caddero morti almeno milletrecento”.

Come segno di ringraziamento per l’aiuto prestato alle truppe cristiane, il re Ramiro decide “di offrire allo stesso [Santiago un] dono perpetuo”: il “Voto di Santiago”. Si tratta di un privilegio, falsificato nel secolo XII, di cui la prima menzione esplicita appare nella bolla “Iustitiae ac rationis ordo” che il papa Pasquale II  concede al vescovo di Compostela, Gelmírez, nell’anno 1101. “Per questo – narra il « Voto»- stabiliamo per tutta la Spagna e luoghi che Dio permette di liberare dai saraceni, ed in nome dell’apostolo Santiago, che si dia ogni anno in primo luogo una misura di grano ed altra di vino per ogni ara di terra per il sostentamento dei canonici che risiedono ed officiano nella chiesa di Santiago. Concediamo anche e confermiamo che quando i cristiani di tutta la Spagna invaderanno la terra dei mori, daranno del bottino ottenuto la parte che spetta ad un guerriero montato”.

In realtà, con il racconto fantastico della battaglia di Clavijo si trattava di giustificare i favolosi diritti che si attribuiva la Chiesa apostolica di esigere un sostanzioso tributo nazionale. Comunque la disposizione del Voto non ebbe effetti diretti: non si pagó al principio, anche se cominció ad avere efficacia il suo pagamento con i monarchi castigliani Alfonso XI e Pedro I. A partire dal secolo XV, questa rendita si estese a diverse comarche del regno castigliano fino ad arrivare nelle terre di Granada.

In seguito, cominceranno i problemi, in primo luogo quando si mettono in discussione le questioni della residenza e del patronato dell’apostolo in Spagna, unito alle ambizioni della Chiesa di Compostela nella sua ansia espansiva territoriale della rendita; e in secondo luogo per la presenza di un clima ideologico che guadagnerà sostegni e che porterà alla abolizione del Voto nelle Cortes di Cádiz e definitivamente nel 1834.

Nell’elaborazione della figura di Santiago come protagonista delle prime vittorie contro gli infedeli bisogna cercare i precedenti remoti di questa tradizione. E’ Américo Castro, a partire dal Mito dei Dioscuri, che cerca di spiegare la nascita del culto jacobeo nella Penisola. Come la mitologia dei figli di Zeus/Júpiter, Castore e Polluce si sarebbe intrecciata con quella dei Vangeli. In alcune occasioni, come succede nel vangelo apocrifo, si fà di Gesù il gemello di uno dei suoi apostoli; in altre, si confondono i due Giacomo, uno figlio di Zebedeo e l’altro di Alfeo (quest’ultimo anche chiamato fratello del Signore).
A partire da queste connessioni culturali -continua dicendo Américo Castro- sorgono due interpretazioni perfettamente definite. La popolare, secondo cui uno dei fratelli, Castore (che subito sarà identificato con Gesú), sale al cielo; mentre l’altro, Polluce (relazionato con Santiago), dimora sulla terra per molto tempo proteggendo gli uomini. Dobbiamo precisare che Polluce e Santiago appaiono sempre nella iconografia e nella letteratura rappresentati su cavalli bianchi.
La seconda interpretazione, la letteraria, presenta dei caratteri più elaborati. I testi scritti affermano che nelle coste galiziane sarebbe stato presente il culto ai fratelli gemelli Dioscuri, che apparivano nei combattimenti aiutando gli eserciti greci o romani. Nei due casi montando su cavalli bianchi per aiutare i loro protetti. Per Castro, la letteratura ispanica ha conservato una apparizione dioscurica di Santiago. Si tratta della presenza di Santiago nella battaglia di Simancas accompagnato da San Millán, in questa occasione anche lui cavaliere celeste.
Il poeta riojano Gonzalo de Berceo, che forse segue il contenuto della Crónica Silense, racconta nella vita di San Millán come il conte castigliano Fernán González ed il re di León, Ramiro II, vinsero il califfo Abd AI-Rhamán III nella battaglia di Simancas (anno 939) grazie all’intervento congiunto dell’apostolo e del santo Emiliano. In verità, il poeta narra la battaglia come se la stesse vedendo:

(437) Mentre in questo dubbio  erano le buone genti,
timore invadeva le menti contro il cielo;
videro due persone  graziose e lucenti,
erano molto più bianche delle nevi recenti.

(438) Vengono con due cavalli più bianchi del cristallo,
armi che nessun uomo mortale vide mai;
uno teneva il bastone e la mitra pontificale,
l’altro una croce, l’uomo non vide cose simili.

(441) Quando vicino alla terra    furono i cavalieri,
entrarono tra i mori    dando colpi sicuri;
fecero tali danni nelle file davanti,
che piego’ la paura quelle arretrate

Termina il poeta insistendo sul fatto che non era uno solo il condottiero che guidava le truppe cristiane, ma due: Santiago e San Millán. In questo modo, i castigliani ebbero per patrono il santo Emiliano e, nella monarchia comune con León, dal 1230, fu uguale per un periodo con Santiago.

(447) Quello che teneva la mitra ed il bastone in mano,
era l’apostolo fratello di san Giovanni;
quello che la croce teneva ed il cappello piatto
fu san Millán il figlio cogollano.

All’immagine dell’apostolo come capo degli eserciti, difensore e patrono di Spagna, si aggiunsero altre qualità, come quella di cavaliere, componente della nobiltà militare. Il giorno prima della presa di Coimbra con il re Fernando I di León (9 luglio 1064), racconta la tradizione leggendaria che un vescovo greco, chiamato Stefano, decise di cambiare la mitra del suo vescovato con un miserabile abitacolo nella chiesa compostellana. Questo fatto dobbiamo inserirlo forse nella rottura definitiva delle relazioni che si produce in questo secolo tra i cristiani orientali ed occidentali. Un giorno, il vescovo Stefano fu stupito nel sentire come i contadini chiamavano l’apostolo Santiago: “Caballero”. Pare che indignato per questo attributo, li riprese. Ma la notte seguente, Santiago, “abbigliato di bianco candido e armato di armi lucenti più del sole, convertito quasi in cavaliere”, avverte il vescovo: “Stefano, figlio di Dio, tu che hai voluto che non mi si chiami cavaliere, ma pescatore, appaio a te cosi’ perché non possa dubitare che io sono cavaliere e campion di Dio, e che guido i cristiani nelle loro lotta contro i saraceni”. In aggiunta, gli annunciava che si disponeva ad aiutare il monarca Fernando I per conquistare la città di Coimbra.

Questa é una delle prime occasioni in cui lo si cita come “caballero”. Pero’ esistono altri riferimenti. A un livello popolare ed eminentemente religioso, i pellegrini lo vedono come “cavaliere dell’invittissimo imperatore”, cioé Cristo. In questo modo chiamano per poter accedere al suo sepolcro quando trovano chiuso il tempio compostellano. Al contrario, la relazione allo spirito cavalleresco é molto limitata, ristretta ad un segmento sociale più ridotto, quello dei cavalieri.

Santiago de Espaldarazo

Il modello iconografico più significativo é quello della tavola che si conserva nella cappella di Santiago nel monastero di “las Huelgas” di Burgos. Questa immagine seduta del secolo XIV, con braccia articolate, sarà utilizzata per l’investitura dei cavalieri. Lo si conosce come “Santiago del Espaldarazo” perché coronó alcuni re di Castilla. Allo stesso modo, sappiamo che il monarca Alfonso XI viaggia a Compostela e riceve il cavalierato dalle mani di Santiago, come si narra nella sua Cronaca: “Il Re si rivesti’ con tutte le sue armi prendendo per se stesso tutte le armi dell’altare di Santiago, che nessun altro aveva avuto: e l’immagine di Santiago, che stava sopra l’altare, porto’ il Re a sé, e fece in modo che gli desse il tocco sulla guancia. Ed in questa maniera ricevette il cavalierato questo re dall’Apostolo Santiago”. Ugualmente, si continua a certificare che armó cavalieri, circostanza che poté succedere durante la sottomissione temporale della nobiltà ribelle. Alfonso XI pare restaurare il costume caduto in disuso di farsi armare cavaliere prima di essere incoronato, secondo quanto si stipulava nelle “Partidas” di Alfonso X. In effetti, nella “Crónica di Juan I” si afferma che, nel 1379, “il giorno di Santiago, davanti a questi, [Juan I] si incoronó nel Monastero delle Dueñas de las Huelgas; e nello stesso giorno fece anche incoronare la Regina. E armo’ cento cavaliari nel giorno medesimo”. Difatti, la cerimonia doveva essere presieduta dalla persona di superiore rango: nel caso di armare cavalieri dentro alla nobiltà, il re; nel caso del re, l’apostolo Santiago.
Una ultima forma iconografica, anche se fuori dall’ambito ispanico – nelle aree germaniche -, rappresenta Santiago come “coronatio peregrinorum”, con chiaro riferimento alla questione delle investiture.

In tutte queste risulta evidente l’aspetto militare e signorile. La spada che porta la sua mano destra é il simbolo di un modello sociale contemporaneo: il guerriero feudale. Questa versione di Santiago “Caballero” favorisce la fondazione dell’Ordine di Santiago, gruppo di cavalieri che consacrano la loro vita alla “guerra santa” contro gli infedeli. I membri della Orden usarono la spada, simbolo del martirio dell’apostolo, come emblema, pero’ finirono per dargli la forma de croce. Questa é la simbiosi dell’idealismo religioso e della sua attività bellica.

In conclusione, la figura de Santiago guerriero non dovette far violenza al pensiero ed alla sensibilità della società dei secoli del medioevo centrale, abituata ad udire notizie sugli sviluppi delle Crociate, a soccorrere, e se serviva, pure a stimolare, i cavalieri degli Ordini Militari, veri protettori dei palmieri che si dirigevano alla Terra Santa. Questa unione religioso-bellica si trovava anche, nello stesso modo, nella credenza musulmana. Il profeta Maometto era propagatore della fede e predicatore della Guerra Santa nello stesso tempo. Santiago, antitesi di Maometto secondo Américo Castro, comportava la cristianizzazione delle condotte bellico-religiose musulmane. Per di più, la cristianità ispanica innalzó la sua figura come talismano e simbolo della vittoria contro gli infedeli; in altre parole, risultó un elemento fondamentale nel processo della riconquista penisolare.
*Insieme al clima bellico dell’epoca, che propizia la presenza di Santiago come “Matamoros” e come “Caballero”, un altro fenomeno capitale si stava producendo nella Penisola Iberica. La presenza abituale di pellegrini, molti provenienti da più lontano che i Pirenei, e quella di gruppi di commercianti ed artigiani, avventurieri e religiosi, serve per fissare le mai scomparse relazioni tra i due mondi. Si sa che, a partire dai secoli XI e XII, il culto apostolico ed i pellegrinaggi verso Compostela cominciano a sperimentare il loro maggior auge ed a acquistare la loro dimensione europea. In questo modo, la tomba di Santiago si converti’, per un lato, nel simbolo dell’avanzata della Reconquista e, per l’altro, nella meta di una via di speranza.

Pertanto, a partire del secolo XII, quando la devozione a Santiago é in pieno auge, troviamo numerose immagini dell’apostolo vestito come pellegrino: riparato dalla tunica, coperto dal sombrero e aiutato dal bordone o bastone.
Ci sono molti miracoli che spiegano l’aspetto da pellegrino. Un esempio: un giovane in cammino a Santiago é abbandonato dai suoi compagni. Poco dopo, muore per la fatica del viaggio. Un altro camminante lo trova e rimane con lui mentre invoca l’aiuto di Santiago. L’apostolo gli compare come Santiago “Matamoros”, montato sopra il cavallo bianco, e li conduce fino a Compostela, dove si suppone che resuciti il morto. Un altro miracolo, come quello del gallo e la gallina della località riojana di Santo Domingo de la Calzada, ci permette di concludere che la figura apostolica si sta convertendo in un modello per tutti quelli che intraprendono un cammino con un fine solidario. In questo modo, i pellegrini non viaggiano mai soli. Dal momento in cui decidono di andare, Santiago li accompagna e li protegge da tutti i mali. Cosi’ servi’ come referente per una moltitudine di genti. L’apostolo, “primo pellegrino tra pellegrini”, fu seguito da migliaia di camminanti di tutta Europa.

Santiago pellegrino nella chiesa dedicata a San Giacomo a Puente la Reina, all’incrocio fra il Camino Francès e il Camino Aragones.

Il secolo XI servirá quindi per integrare la Spagna all’Occidente cristiano. L’arrivo di genti da diversi luoghi d’Europa e l’attitudine favorevole all’integrazione politico-religiosa dei monarchi pamplonesi e castigliani servirono per unificare le distinte elaborazioni immaginarie che circolavano su Santiago.

Nasce da questo, a metà del secolo XII, il “Liber Sancti Jacobi” o “Codex Calixtinus”, opera attribuibile alla Chiesa compostelana. In primo luogo, riunisce un compendio di tradizioni fantastiche nelle sue pagine della maggioranza delle notizie concernenti Santiago. Cioé, la sua edizione chiude lo sviluppo mitologico della figura dell’apostolo. In secondo luogo, il Liber pretende di fare la promozione del pellegrinaggio. Per questo, apporta nelle sue cinque parti un ampio insieme di dati sui testi e formulari della liturgia santiaguista (miracoli, traslazione del corpo in Galizia, sepoltura, relazioni con Carlomagno e le principali tappe e dettagli del Cammino).

In questa dinamica, insieme al lavoro realizzato dal papato e dai monarchi ispanici in favore dell’impulso di Compostela, dobbiamo menzionare Diego Gelmírez, arcivescovo di Santiago. A lui si deve la finalizzazione della chiesa romanica sui resti dell’apostolo e la reclamazione per Santiago del titolo di città apostolica, senza dimenticare la redazione della “Historia Compostelana”, opera significativa che ci informa delle ambizioni, progetti e realizzazioni di Gelmírez e della grandezza della città e della Chiesa compostellane. Riassumendo, “tutta la sua opera si indirizza a confermare il prestigio e la grandezza della Chiesa e della Signoria compostellane”.
Il Liber Sancti Iacobi chiude, come già si é detto, ogni altra innovazione sopra il personaggio e non si aggiungeranno elementi nuovi. Chiaro che l’apostolo continuerà ad accumulare miracoli: restituirà la vosta ai ciechi; guarirà i poveri storpi; tornerà anche a farsi vedere in battaglia come quella de las Navas de Tolosa (1212), dove vincerá, una volta di più, gli infedeli; e seguirá soccorrendo e proteggendo i pellegrini che visitano il suo santuario. Durante questo tempo, la sua figura ha riempito una pagina incancellabile del divenire ispanico ed ha lasciato orme indimenticabili fin dal momento in cui si proclamó difensore del cristiano di fronte al musulmano e che il suo culto servi’, tra l’altro, per ampliare le relazioni della Spagna con i territori più settentrionali.

La definizione del personaggio era arrivata alla fine, perché il suo ciclo immaginario era già completo e l’invocazione a Santiago cominciava a dare segni di debolezza. La Leggenda Aurea della metà del secolo XIII ne é il miglior esempio: nella sua elaborazione, Jacopo da Vorágine (Varazze) non incluede nessuna novità significativa rispetto a quanto menzionato dal Codex Calixtinus. E per di più, il secolo XIII segnerà la nascita e lo sviluppo di altre devozioni. Tra queste, quella della Vergine Maria stava reclamando il suo protagonismo. Sono altri tempi e le nuove tendenze sono molto ben ricevute e perfettamente difese dai cistercensi e premostratensi, senza dimenticare la sensibilità risvegliata dalla letteratura cortese. Ancora più tardi, altre forme di pietà ed altri protagonisti finiranno per dimenticare Santiago o, nel migliore dei casi, rivaleggiando con lui, come santa Teresa di Gesú. Spirano ora nuovi venti!

 

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