I RACCONTI E LE STORIE


CAMMINANDO





MEMORIE DEI CAMMINI DI SANTIAGO 1

FLAVIO VANDONI detto BARABBA

SYNOPSIS:
* Introduzione
* Ai bordi dei cammini
* Cammino e pellegrinaggio
* Ultreia
* Elogio del camminare
* Caminante no hay camino
* Le nostre ruote
* La poesia nel camminare
* Rumores del Camino
* Canti, rituali, abitudini, vitto dei pellegrini
* Peregrin che vien da Roma
* Pellegrini celebri
* Miti e leggende
* Cammini e business
* Il Camino francés e fisterrano-muxiano
* Il Camino del Norte
* I cammini portoghesi
* Camminando in Italia

INTRODUZIONE.
Io non sono un pellegrino, se non nel senso che dava Dante nella Vita Nova a questo termine, riferendosi a quelli che andavano a ovest verso la Galizia ed il Finisterrae. Sono un peregrino perché non ho molti soldi da spendere in cammino, intorno agli 8€ al giorno di media negli anni di magra ed i 15€ negli anni di vacche grasse.
Ho conosciuto gente che cammina senza soldi, mi hanno insegnato alcuni modi di sopravvivenza, però anche confessato che alcune volte gli toccava far finta di leggere un libro, con lo stomaco vuoto e brontolante, mentre gli altri mangiavano...
Io sono un camminante, perché gli aspetti mistico religiosi, i pozzi di luce e gli inchini agli idoli, non fanno parte del mio bagaglio culturale preferito; sono un camminante perché andare a piedi è una forma di lotta contro lo stress della vita moderna e di ritorno ad un ritmo lento, più consono alla riflessione ed al guardare-vedere le cose.
Talvolta, quando i piedi o le spalle mi fanno troppo male, mi viene la tentazione di prendere una bici (di quelle che costano poco o niente, solo 5 minuti di paura, e che sono là appoggiate al muro dove sto passando) e che mi permetterebbero di fare in fretta i km che mi mancano… Però prevale alla fine il vantaggio di poter contare solo sui propri mezzi, che è già un buon risultato. E poi gli amici ciclisti mi raccontano della loro solitudine, del loro dover fare attenzione alla strada, macchine, buche, pedoni, cani e gatti...
Più veloci certo, ma meno liberi di sognare ad occhi aperti!
Ed allora continuo a camminare...
Come tutte le persone, accumulo strati di sensazioni, camminando... osservando... incontrando... faticando... e mi capita alcune volte di lasciare sgorgare il troppo pieno in situazioni particolari o alla fine del cammino in fase di addii, con gente che ti è stata vicina per giorni o anche per poco, ma con cui il feeling si è stabilito così, senza dire niente, a fior di pelle, con uno sguardo o un sorriso, una parola di aiuto o altro.
Per me il cammino è solitario, ma ricco di cose e persone, di scambi e di incontri, in una comunione di vita che può essere anche scontro; dove culture diverse ed approcci diversi alla vita ed all’esistenza si confrontano con una pratica univoca: dormire, lavarsi, convivere in uno spazio ristretto.
Varie forme di fare il cammino si evidenziano, tutto si mescola e ne esce fuori talvolta il meglio e spesso il peggio dell’umanità (vedi la parte finale galiziana dei cammini in estate, specie negli anni santi).
Ciascuno fa’, sente, vive e ricorda poi il suo cammino; rifugi splendidi diventano orribili perché l’accoglienza fu brutta, ma rifugi spartani diventano regge perché l’hospitalero si fa’ in quattro per voi.
Per parte mia ho percorso molti cammini, ciascuno diverso dagli altri, e penso che ognuno debba farsi il suo, senza farsi condizionare da guide o libri. Strada facendo, potrà trovare (o no) quello che forse non sa di cercare o quello che davvero cerca? La risultante sarà sempre una cosa nuova e differente da quella cercata, ed in alcuni casi darà luogo a risultati strani, imprevedibili ed imprevisti. Per questo, quando scrivo i miei descrittivi, ci metto solo le cose fondamentali e necessarie, il resto lo lascio aperto all’esperienza che ciascuno vivrà. Il cammino è vostro!
Come disse Ulisse ai suoi nel Canto 26 dell’Inferno (La (divina) Commedia di Dante): “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza”


AI BORDI DEI CAMMINI.
Agli inizi era solo un rigagnolo: qualche appassionato, talvolta dei vagabondi, spesso dei turisti. Un’élite (?), degli apripista, dei pionieri, diremmo noi...c’è sempre qualcuno che apre una via ed altri seguono poi le tracce... E questo rigagnolo è diventato un fiume.
*Fare l'accoglienza a Saint Jean pied de port o a Roncesvalles permette di vedere la dimensione che ha preso questo rigagnolo oggi, ma non di valutare le sue componenti e le sue motivazioni. Non abbiamo il tempo per farlo né la distanza necessari e sufficienti. Vediamo il fiume, ci siamo dentro. Il rigagnolo diventato ruscello e poi fiume e che talvolta si trasforma in una inondazione. L’Accueil di Saint Jean Pied de Port o di Roncesvalles è come la diga che apre le sue paratoie e lascia passare il flusso (dei pellegrini).
*Essere hospitalero, come qui a Saint Palais, a Cizur Menor o in altri albergues, permette di vedere le diverse componenti, età, stagioni, motivazioni, variazioni di questo fiume.
Al di là dell'aspetto “gestione dell'albergue” (pulizie, cucina, planning) la differenza è anche nel “tempo”: l'accoglienza “ad personam” e la possibilità di avere un contatto più lungo quotidiano (o più) con le componenti di questo fiume di umani. Siamo, insomma, in una posizione privilegiata “ai bordi dei cammini”, come sulle rive di un corso d'acqua e questo ci permette di farci qualche riflessione.

LE STAGIONI DEI CAMMINI
Se i mesi estivi restano i più frequentati, soprattutto in Spagna, la primavera e l’autunno registrano forti aumenti di frequenza, mentre l’inverno rimane un’eccezione.
Da Pasqua alla fine settembre, per una, due settimane per fare i 100 o 200 km, o per un mese o più per percorrere un più lungo cammino, ormai la stagione piena dura otto mesi e si sceglie un cammino o uno spezzone sulla base del tempo disponibile. All’epoca primordiale dei pellegrinaggi questa possibilità non esisteva, tutti dovevano partire da casa loro, ma nei nostri tempi moderni, è una scelta quasi obbligata dalla vita reale che ci condiziona tutti.

LE ETA’ DEI CAMMINI
Una ricerca costosa, durata anni, è stata pubblicata all’autunno 2006 e le sue conclusioni descrivono la solitudine dei seniors. Se fossero venuti sui cammini, avrebbero visto con i loro occhi questa realtà che noi conosciamo bene. Anno dopo anno, sempre più persone di una certa età percorrono i sentieri verso Compostella e non solamente…
Voglia di mettersi alla prova, piacere di incontrare altre persone, di uscire dalla propria solitudine o disperazione, di andare fuori dalla propria routine, dappertutto in Europa, e non solamente, i seniors si mettono in marcia, tutto l’anno.
Anche se luglio ed agosto sono in gran parte riservati ai meno di 45 anni (lavoratori, studenti, vacanzieri), sono i seniors che anno dopo anno fanno vivere i cammini, li sviluppano, li nutrono e bisogna tenerne conto per verificare le nostre scelte, per ben preparare accoglienze e albergues, e meglio equipaggiarli, là dove ce n’è bisogno...

LO SPORT ED IL TURISMO
L’attrazione della marcia a piedi, con o senza lo zaino, con o senza auto al seguito, alimenta questa voglia di cammini. I puri e duri vi diranno che il vero cammino è quello che si fa’ partendo dalla porta di casa fino a Compostella e Finisterra come nel Medioevo. Ma non siamo più a quell’epoca e bisogna tener conto delle variazioni e delle scelte differenti. Tuttalpiù, bisogna cercare di dimostrargli che è possibile ed auspicabile, anche per i più anziani, il camminare normalmente, senza pesi superflui, con il necessario nello zaino, come fanno i camminanti di lungo corso.
Ai bordi dei cammini si osserva il va e vieni dei furgoni portabagagli… Come se la gente dovesse necessariamente portarsi dietro 30 kg di più.
Ma, di che cosa di più? Possiamo dirgli che trovano tutto quello che gli può servire, ma hanno talmente l’abitudine a spostarsi in auto, alle vacanze normali, ai bagagli ingombranti, che non riescono a concepire “la privazione, la semplicità, lo stretto necessario” che impone il peso dello zaino sulle spalle durante le lunghe giornate di marcia.
Ed allora, facciamo della pedagogia… si discute, si confronta, si invita... chissà se un giorno non capiscano e non vengano a fare un cammino “normale”.
Anche nei confronti degli sportivi in cerca d’exploit, di record; i bulimici del chilometraggio, del “io, io faccio…tot Km al giorno”, del “io, io lo faccio in...tot giorni”. Come se fosse una maratona o una competizione.
Ai bordi dei cammini, passano anche i turisti che becchettano il cammino come degli uccellini che saltabeccano di città in città alla ricerca di cose da vedere senza mai entrare nello spirito del cammino: la fatica della marcia a piedi che diventa routine, le sensazioni che si accumulano, l’apertura necessaria agli altri camminanti come voi, la condivisione che diventa gioia di stare insieme, la solidarietà, il superamento di sé e della solitudine quotidiana, la relazione tra umani insomma, questo legame sociale che ci unisce tutti alla fine, quale che sia la nostra origine.

SOLO O IN GRUPPO
In coppia o solitari, in gruppo d’amici in vacanza o soli alla ricerca di qualcosa, li vediamo passare, ognuno la sua storia. E talvolta non abbiamo voglia di ascoltare le “solite storie”. Soprattutto quelli che paiono dei professionisti della parola e del “io, io...”.
Talvolta aspettiamo che l’altro si apra; aspettiamo e non dice niente; è troppo presto? o troppo tardi? Speriamo che prima della fine possano riuscirvi.
Talvolta i gruppi organizzati numerosi (spesso ripiegati su loro stessi) ci disturbano, perché alterano la vita dell’albergue, occupano tempo e spazi. Talvolta li rifiutiamo e li mandiamo a mangiare in un altro posto o li indirizziamo all’hotel (loro sanno il perché).
Ai bordi dei cammini, si può cercare di dargli qualche suggerimento preso dalla nostra esperienza e fargli vedere che esistono anche altre maniere di farlo. Senza, per questo, metterci dei fini metafisici o extraterrestri o mistici.
Ai bordi dei cammini dobbiamo fare in modo che “lo spirito del cammino” entri anche nelle loro abitudini con il nostro servizio ed esempio.
Noi dobbiamo garantire degli albergues accoglienti e puliti, delle infrastrutture funzionali, delle cure ed attenzioni alle persone, dei suggerimenti per i cammini.
Che sia equipaggiata con Que..ua o Decat… o altre marche, che sia povera, a piedi o in bici, locale o straniera, pellegrina, camminante, sportiva, quello che ci interessa è che questa “ COMUNITA’ IN MARCIA” possa l’indomani riprendere il suo cammino, quale che sia, nelle migliori condizioni possibili.
La comunità in marcia riscopre la sua umanità e noi, ai bordi dei cammini, noi operiamo per questo. Saint Palais, 28/09/07


CAMMINO E PELLEGRINAGGIO.

Il pellegrinaggio è un atto di devozione, di omaggio, di adesione a una credenza, a una mitologia, a un luogo "santo", a delle reliquie, a un dio, a una religione.
Il cammino invece racchiude in sé il concetto di movimento, dell'andare, del divenire. Si sa da dove si viene, non si sa dove si potrà arrivare... Come si farà, solo chi si mette in cammino, lo sa.
Camminando, biciclettando o cavalcando, da soli o in compagnia, con zaino, carrello o somarello, visitando, scoprendo, imparando e conoscendo, dialogando o in silenzio, condividendo o stando in disparte... con segni esteriori di fede per chi lo fa come pellegrinaggio o nell'intimità delle sue credenze, a ciascuno il suo cammino.
"Caminante no hay camino, al andar se hace camino" dice Antonio Machado. Semplici parole che racchiudono una verità profonda.
È camminante, è in cammino chiunque lasci la sua casa, la sua vita "normale" per diventare viandante, senza domicilio fisso, che vada verso una meta o no, che segua vie tracciate o no, che disponga di fondi o no. Potrà fare delle esperienze fuori dal quotidiano ed imparare un modo differente di vivere, di viaggiare. Lascerà per terra solo le sue orme, accetterà le incognite, gli imprevisti, gli sguardi curiosi o di disprezzo degli altri, penerà, suderà, sarà accolto o scacciato, aiutato o scroccato, ma sarà il suo cammino.
Ma che cos'era un peregrino?
La parola latina Peregrinus fa riferimento a «per agra» (attraverso terre), cioè a colui che abbandona la sua casa e si mette in viaggio, diventando così uno straniero, un forestiero in terre sconosciute, soggetto agli accidenti climatici e sociali. Ancora oggi in Sardegna per riferirsi a terre altrui, si dice "in agro di", cioè terra appartenente ad altra gente.
Insomma, il peregrino è colui che, affrontando pericoli e percorrendo terre a lui sconosciute, trasforma le sue esperienze in conoscenza e saggezza, vivendo fuori dai canoni "normali".
Chi sono oggi i pellegrini?
La polemica a proposito dei veri e falsi pellegrini è sempre presente. È vero che i cammini si sono popolarizzati, tutto si è mescolato, tra sacro e profano. Il concetto stesso di "peregrino" è stato assorbito e modificato dalle chiese, dalle religioni, per farne un percorso di fede con una meta prefissata e "premio finale".
Nel corso dei secoli la diatriba tra la "peregrinatio" statica o in movimento ha vissuto momenti e certezze diverse all'interno della chiesa e dei poteri forti ed il suo valore rimane differente secondo le religioni.
L'opera di confusione tra pellegrinaggio e cammino continua ad essere intrattenuta.
Andare in cammino è diventato, per queste credenze, un andare al santuario, con qualsiasi mezzo: pullman, treno, aereo, auto, con viaggio organizzato, una gita, una processione....
Un mezzo per "spostare" gente in luoghi "inventati e adattati" allo scopo, con miracoli e reliquie, che nei secoli possono cambiare secondo i bisogni locali (ad esempio Nazaré è stato sostituito da Fatima Cova Iria, Betharram soppiantato da Lourdes) per farci business organizzato e redditizio sia per la Chiesa che per gli Enti commerciali interessati. Non avendo più personale disponibile ed agile, la chiesa ha deciso che deve essere la gente a muoversi a sue spese per andare al luogo "santo", più o meno noto.
Il massimo risultato con il minimo sforzo.
E Santiago di Compostela è stato nei secoli un esempio da seguire in questa dinamica: un misto di crociata, colonizzazione, turismo ed affari.
E quando la crociata e la colonizzazione non furono più necessarie per l'unificazione territoriale, il centro madrileno riprese il potere e imposero santa Teresa de Ávila come patrona di Spagna. Con altri ordini religiosi, i poteri forti lottarono contro l’imposizione di tasse santiaguista ed i pellegrini vagabondi stranieri furono bollati e scacciati come parassiti. La riforma ed il progresso culturale diedero un colpo ulteriore a questa forma di peregrinatio in movimento che aveva assunto il carattere di parassitismo sociale organizzato.
Il cammino oggi
Oggi si assiste al rinnovamento delle attività del turismo culturale, del movimento a piedi e in bici, alla ricerca di cose e luoghi diversi (l'esotismo del diverso). Anche le antiche vie romane e medievali, che servivano al pellegrinaggio, alla viandanza, al commercio medievale, all'espansione militare, alla colonizzazione, tornano di moda.
In Francia, paese che ha riscoperto il cammino a Santiago nel 1950, le cose sono chiare: tutte le vie tracciate rispondono a criteri precisi per essere omologate dalla federazione francese di trekking (solo 15% di asfalto, presenza di alloggi e punti d'acqua, villaggi e chiese) e solo dopo vengono usate come "vie di pellegrinaggio", come ad esempio il GR65 denominato poi Via del Puy o via podiense. Il trekking, la randonnée pedestre, il camminante, l'escursionista sono concetti precisi e pellegrino è solo colui che va ad un luogo "santo".
Negli altri paesi, come l'Italia, la confusione tra pellegrino e camminante continua...
È chiaro che un cammino, una via, può essere anche un itinerario di pellegrinaggio, dipende da come uno lo fa e perché lo fa.
Per alcuni è un trekking, una prova sportiva, un'occasione di misurarsi. Per altri una gita, breve o lunga, l'occasione di incontrare gente e di visitare luoghi diversi dal solito.
I turisti abbondano, becchettano il cammino, saltando di posto in posto, usando le strutture di alloggio come punti di appoggio a basso prezzo.
Ed è vero che le sfumature sono infinite nel modo di fare il cammino.
Ci sono quelli che pretendono di fare il cammino perfetto con un controllo stretto su ogni tappa, su ogni pausa, su ogni rifugio, su ogni euro speso.
Ci sono i bulimici che ne vogliono sempre di più, di km... E quelli che cercano l’esoterismo, i pozzi di luce cosmica dappertutto.
Il cammino soddisferà i loro desideri e riempirà di esperienze tutta questa gente, secondo il loro spirito e le loro coscienze...
Il cammino fuori e dentro.
Il cammino è in realtà il nostro cammino, perché è quasi impossibile sottrarsi alla nostra propria soggettività. Passo dopo passo, facciamo un cammino che alimenta il nostro immaginario privato, anche se poi va a fondersi nell’immaginario collettivo.
Il cammino va diritto o serpenteggia, sale e scende, si fa' rischioso o facile; sono delle circostanze che bisogna saper assumere. Anche se oggi alcuni saltano, tagliano via le parti difficili o noiose, come si salta da un programma all’altro alla televisione.
Il cammino è anche la risultante tra le nostre aspettative e la realtà, tra il nostro desiderio, la nostra voglia e la nostra resistenza fisica e mentale, tra l’incognita dell’inizio con le sue paure e speranze e la gioia della fine, dello sforzo compiuto. Talvolta arriviamo a sublimarci, ma spesso emerge quello che noi siamo nella vita reale e ci condiziona... Con il nostro coraggio, un po’ d’amore e di saggezza, affronteremo gli ostacoli. Appariranno vesciche e tendiniti, dubbi e fatica, le cattive compagnie e le tentazioni.
Il peso del sacco si aggiunge ai dolori mutevoli che passano ogni giorno da un piede ad un ginocchio, da un’articolazione ad un tendine. La coabitazione non sempre è facile quando sono in molti a dormire nella stessa stanza e c’è solo una toilette, un lavabo. Tutto ciò farà parte di un cammino da cui ognuno, speriamo, ritornerà più saggio e cosciente. Non è possibile affrontare il cammino con il rituale quotidiano e le esigenze della vita normale. Il cammino ci porta alla temperanza, a una migliore gestione delle nostre forze, a meglio percepire gli altri, a essere più aperti.
Il cammino è lotta, ma appare anche come preparazione alla vera lotta che è la nostra propria vita.
Essere qualcuno, riuscire, formare una famiglia, studiare, coltivare le proprie amicizie e partecipare a questa società mobile e mutevole, non è davvero facile. Ce lo dimostra la grande quantità di persone toccate nel cervello o nevrotiche in quella che noi chiamiamo «normalità» o vita reale.
Così, alla fine del cammino, ci aspetta la ripresa della lotta, ma con un po’ più di forza di prima. O, talvolta, affondati ancora di più nei nostri deliri o persi sui cammini per sempre.
Il nomade d’altri tempi, il camminante dei tempi andati viaggiava a piedi o in carretto, in barca a vela o cavalcando. Attraversava le contrade con la lentezza dei pianeti, aveva il tempo per mangiare, dormire, discutere in ogni villaggio, in ogni feudo.
Questo aereo o questo treno superveloce ci portano ad una certa arroganza. Il cammino ci obbliga a ritornare ad una dimensione perduta, più umana: quella del camminare.
Il camminante non dimenticherà mai che cosa significhi marciare per 20-30-40 km al giorno. Né lo dimenticheranno i suoi piedi indolenziti.
Ma in questa calma andatura, in questo paesaggio di rocce, pietre, campi, passo a passo, si ritrova la libertà.
Il camminare è per qualche settimana la liberazione dalle strutture societarie moderne.
Tu cammini ed è fatta! Ti fermi, bevi, fai una pausa e stiracchi i piedi, i muscoli, le braccia …
Scoprire se stessi ed imparare…una evoluzione.
Ma lo zaino pesa, anche scegliendo la semplicità estrema. Prima della partenza, il sacco fa paura per il suo peso di cose di cui non si può fare a meno. E’ evidente che caricarlo troppo prima del cammino è diverso dal portarlo in spalla ogni giorno. Il problema è duplice: o portare delle cose che si reputano necessarie e vitali, avendo un peso superiore, o ridurlo allo stretto necessario, rischiando di mancare di cose cruciali.
All’inizio si porta di più, il cammino è davvero una incertezza. Dopo due o tre giorni e con le prime bolle ai piedi, si entra in una fase ossessiva per scaricarsi del peso superfluo: di questo libro che si voleva leggere, di questo maglione, di queste scarpe in più, di questa guida diventata inutile. Lo zaino pesa, questo è sicuro, ma si tratta di una necessità. Noi siamo degli esseri bisognosi e stiamo cercando la nostra autonomia, libertà, indipendenza. Lo zaino più o meno pieno, più o meno vuoto, simboleggia la sofferenza inevitabile perché troppo pieno o troppo vuoto prefigura il surplus o il deficit, due facce della stessa medaglia.
Vorrei dire che bisogna accettare il peso che si porta. In effetti è il peso esatto delle nostre paure meno le nostre sicurezze. Accettarne il peso significa accettare il carico dei nostri condizionamenti, primo passo per potere camminare più leggeri. Solo tu puoi portare il tuo sacco, perché il sacco è il tuo spirito. E’ lui che lo pesa, che lo soffre, che si libera, anche.
Quanto pesa lo spirito?
La maggioranza della gente che incontriamo sul cammino (e noi pure per loro), sono dei punti o delle linee, appena una immagine o una sequenza.
Nella misura in cui ci sintonizziamo con una persona appare una terza dimensione, il punto e la linea diventano piano, sfera, cerchio: amicizia, disprezzo, comprensione, intolleranza …
Si viene da un posto (da dove vieni?) e si va verso un altro (dove vai?). Ogni personaggio che incontriamo sul cammino è una opportunità per scoprire il nostro proprio personaggio, la nostra propria pazzia, la nostra finzione di vita, e così trovare una via d’uscita. Come nelle ragnatele, nei miraggi e nelle illusioni del cammino si fanno intrappolare le personalità immature, i sogni distrutti dalla durezza del mondo.
Sul cammino ci sono dei salvatori e delle vittime, dei templari fantasiosi, delle arpie ospitaliere, dei bonzi del bordone e dei cammini, dei fissati per il cammino.
Dal cammino sgorgano molte cose e tra queste affiora l’allegria ed il canto. Per momenti, la presenza della natura ti fa percepire una cosa così evidente: tu fai parte della vita. Una cosa così semplice e nello stesso tempo così profonda. Ed allora si può cantare, sorridere, essere felici, aprirsi … Sgorgano pure vecchi pesi, rimorsi, fallimenti e sconfitte, le lacrime ed i pianti, perché il passato così presente trova delle fessure per uscire e poter essere risolto, infine, forse...
Nella misura in cui le cose represse o negate risorgono, si può lasciare che il vento le porti via e le cancelli senza riserve... E le piccole cose ci sembrano, ora, davvero così piccole, così meschine, così ridicole. Ma sgorgano anche le nostre speranze, le nostre illusioni ed i nostri desideri. Appare la tentazione di riempire un vuoto vitale presente.
Nello stesso modo in cui il cammino ci insegna a camminare con i nostri due piedi, a sopportare le nostre carenze, così il vuoto della nostra vita non può essere sostenuto che dalla presenza altrui, dalla loro amicizia, dalla loro compassione, dal loro ascoltarci, dal loro appoggio, dalla loro simpatia.
Dice il poeta che si fa il cammino andando. Il cammino si fa con ogni passo, dandogli un senso. Ed ogni passo ti avvicina o ti allontana dal tuo destino, perché non sempre posiamo bene i nostri piedi. Ci sono dei posti dove ci si perde ed altri dove ci si ritrova. Chiaro che questo, nel nostro cammino interiore, dipende dai nostri punti deboli, dai nostri complessi, dalla nostra coscienza che va e viene, dall’armatura che ci siamo costruiti.
Ma attenzione! C’è anche il cammino esteriore.
Esistono dei punti d’arrivo, esistono i differenti punti di partenza. Esistono i rifugi e le frecce gialle e gli amici del cammino che le tracciano.
Grazie a tutto questo, si può camminare senza troppi problemi. Buon Cammino! PS: grazie per i suoi suggerimenti a Julian


ULTREIA
Presentato come grido di raccolta o di incoraggiamento dei pellegrini, la parola Ultreia conserva un certo mistero. Concorre alla magia dei cammini di Santiago ed alimenta i sogni dei pellegrini di Compostella.
L’origine di questa parola non è ancora ben certa. per alcuni deriva dal latino: ultra. Per altri, avrebbe piuttosto un'altra origine, dato che si trova due volte nel Libro I del Codex Calixtinus, manoscritto del XII secolo della cattedrale di Compostella. E' incluso in due poemi latini di cui i titoli sottolineano l'apporto di parole straniere, «greche e ebraiche»:
1) una volta nel capitolo XXVI foglio 120 v°, nella messa di san Giacomo detta di Callisto, in questo verso: suseia, ultreia.
Questo verso appartiene alla decima strofa della «prosa di san Giacomo in parole latine, greche ed ebraiche abbreviata dal papa Callisto» e composta come un poema di 14 strofe. Sopra le parole " suseia, ultreia" sono scritte nel manoscritto le parole "sursum perge, vade ante" che significano «alzati, va avanti».
2) una volta nei «supplementi», foglio 193/122, nella quarta strofa (su 13) di un poema intitolato " Alleluia" in greco. "Herru Sanctiagu / Gott Sanctiagu / E Ultreia, e suseia / Deus aia nos".
Questa strofa di quattro versi è scritta in una lingua di tipo germanico. Si può tradurre così: «Monsignor Santiago / Buon Santiago / andiamo più lontano, più in alto / che Dio ci aiuti».
Da dove viene questa quartina? E' nata senza dubbio da canzoni popolari germaniche riprese dal XI secolo almeno, nei testi clericali largamente diffusi in tutta l'Europa, sia in intero (esempio 2), sia parzialmente (esempio 1), prima di arrivare fino a Compostella da dove ha potuto sciamare ancora.
Dopo 1150, lo si ritrova in una seconda versione del Libro di san Giacomo, in un canto versificato intitolato «verso d’Aimeri Picaud, prete di Parthenay» che riassume la vita di san Giacomo e recita i 22 miracoli che gli sono attribuiti [1].
Si può immaginare che la parola "ultreia", isolata, fu ripresa come grido di battaglia o grido di gioia dai pellegrini di Santiago, che andassero a Compostella, verso gli altri suoi santuari o verso ogni altro santuario. Lo si ritrova, francesizzato, in numerosi testi medievali, come nel "Roman de Renart”: «ils ont crié oultrée / Et puis chez eux s’en sont retournés» (hanno gridato ultreia e poi sono ritornati a casa loro)
Ma ha potuto essere anche grido di guerra, associato all'azione del pellegrinaggio specifico delle Crociate: nel XIII secolo, il trovatore Guiot de Dijon l’utilizza in questo senso quando fa cantare la giovane fanciulla che piange il suo bel cavaliere partito in Terra Santa: «Mon Dieu, quand ils crieront Oultrée, Ô Seigneur, aidez mon pèlerin pour lequel je suis épouvantée car impitoyables sont les Sarasin». (mio Dio, quando grideranno Ultreia, o Signore, aiutate il mio pellegrino per cui tremo perché sono spietati i Saraceni).
Questa strofa nata più di mille anni fa é ancora viva. Oggi è il refrain di una canzone per i pellegrini di Compostella composta da Claude Bénazet e che figura nella Guida spirituale del pellegrino dell'abbazia di Conques:" Ultreia, ultreia, et suseia / Deus adjuva nos".
Bernard Gicquel
con M. V. Cambriels e D. Péricard-Méa
1) manoscritto trascritto nella "Histoire littéraire de la France" 1847, t. XXI p 277



Elogio del camminare
Mettere un piede davanti all’altro è un gesto quotidiano. Ma il camminare va oltre il semplice esercizio fisico. Dal gironzolare alla meditazione, dalla prova di coraggio all’introspezione, ecco cosa alcuni scrittori ci raccontano del «senso» del loro camminare.
Pratica sportiva o spirituale, turistica o terapeutica, il camminare ha ritrovato oggi i suoi titoli di merito. Perché si cammina? Che cosa si cerca? Scappatoia al mondo della velocità ed alla modernità, il camminare spinge a superare fisicamente i propri limiti oltre che ad intraprendere un cammino intimo.
Di fronte alla valanga di bloggers, influencers veri o fittizi, scribacchini o speranzosi di un successo che tarda a venire, che riempiono pagine social con esperienze, vere o fittizie, di viaggi tutti uguali, in posti sempre uguali, con foto sempre uguali (selfies più o meno rischiosi), commenti sempre più banali, alla ricerca dell’esotismo più pacchiano, etc. etc. faccio un tentativo di dare più sostanza ed esperienza reale al camminare, all’esplorare, al raccontare ed allo spiegare che cosa sia un viaggio a piedi.
Ogni tanto faccio una ricerca sul web in un posto a caso per vedere cosa producono i cosiddetti “nuovi media” che spesso ci scrivono per avere spazio o pretendendo di darci spazio con la loro “influenza” …
Il viaggio dell’anno sabbatico degli anglosassoni è tipico ed anche monotono nei luoghi e destinazioni asiatiche, offre talvolta degli spunti per luoghi idilliaci che in pochi mesi saranno inghiottiti dalla massa che segue gli apripista, riuscendo a far chiudere spiagge come Fa long, o come sulle montagne ormai invase da tonnellate di immondizia degli scalatori massificati. Oppure destinazioni europee, come la rota vicentina, lanciata dai germanici ed altri nordici in cerca di calore e confort e seguita da sud europei, su cui bloggers e influencers di vario tipo producono banalità o video silenziosi devastanti. O sui cammini di Santiago, su cui si va non per fare un cammino, ma per fare un video, un libro, un reportage, sempre copiati uno sull’altro, una pena…
Ma, in mezzo a questa cianfrusaglia di dilettanti allo sbaraglio, per fortuna emergono persone che davvero camminano e vedono, trasmettendo quello che sentono e perché lo fanno. Ecco alcuni esempi.

Sylvain Tesson, scrittore viaggiatore: «ci si infila in una crepa e si cammina» «Oggi, ogni piccolo gesto è diretto dalla rivoluzione numerica. Per prendere un treno o andare in un museo, bisogna passare dal computer. Ed a partire dal momento in cui noi affidiamo il minimo dettaglio della nostra esistenza a questo processore ed a questo procedimento, ci si blocca ogni possibilità di imprevisto. […] Ora, quando non si ha la legittimità di aprire ed esporre un discorso critico su questo tema, non ci resta che il CAMMINARE, che ci offre la possibilità di sfuggire al dispositivo. Scivoliamo in una crepa e si cammina, si ritorna a questa libertà dei dettagli, scappando via»
Sylvain Tesson, il wanderer, appassionato, generoso, è uno scrittore viaggiatore di oggi. «Non me ne frega niente dell’avvenire. Per me, domani non esiste, domani saremo morti. Mi interesso molto poco ai domani…» -
Ad un giornalista che gli chiedeva che cosa preferisse nei viaggi, lui rispose: «ritrovarmi solo». - Certo, la risposta può sembrare paradossale perché il discorso comune è che il viaggio è fatto per incontrare «gli altri». In mezzo a questo concerto molto consensuale a proposito di questa necessità di andare sempre ad incontrare «gli altri», Tesson afferma: " non ho bisogno di fare 6000 km per andare ad incontrare l’altro. Ce ne sono ovunque, di altri, per esempio qui in questo appartamento. E poi mi oppongo fermamente al discorso di moda che afferma che c’è un rapporto proporzionale tra la distanza che si mette tra sé e gli altri e l’interesse che gli altri manifestano. Si sente spesso dire che incontrare un Uzbeko o un Papou o un Groenlandese è più interessante che incontrare la vicina di casa o la bottegaia all’angolo. Un giorno, bisognerà che me lo spieghiate”.
Nato nel 1972, cammina con A. Poussin negli anni Novanta e poi con P. Telmon, tentando avventure disperate, soprattutto nelle steppe e nell’antica Siberia russa, che ama particolarmente, e scrive davvero tanto… e pubblica… Sylvain Tesson casca da un tetto nel 2014. Quando esce dal coma, attraversa la Francia a piedi per “ripararsi”. Da questo periplo ne tira un libro: Sur les chemins noirs (Gallimard, 2016), dove descrive il camminare come una critica in movimento della modernità: camminare è fuggire il mondo numerico ed opporsi così al regno della prevedibilità.

Sarah Marquis, avventuriera: «Camminando ci si scopre coraggiosi»
«Se le mie spedizioni avessero un solo fine, questo sarebbe di mostrare che il legame con la natura è il solo mezzo per l’essere umano di salvarsi la vita. Ho passato la metà della mia vita ad attraversare le foreste, i deserti, le steppe, ed ho sviluppato questa capacità di rigenerarmi, dopo circa venti minuti di cammino. Dopotutto, si tratta semplicemente di ritrovare la condizione originale dell’essere umano: mettere un piede davanti all’altro, nel cuore dell’immensità della natura.» Da più di vent’anni Sarah Marquis percorre il mondo a piedi, in solitaria. Dopo una spedizione nella Cordigliera delle Ande nel 2006, ha camminato durante tre anni dalla Siberia all’Australia. Migliaia di km ed un libro: Sauvage par nature (Pocket, 2015). I suoi lunghi vagabondaggi le hanno valso il titolo di «avventuriera dell’anno» dal National Geographic.

Frederic Gros, filosofo: «Camminare è fare prova di dignità»
«Camminare lungamente, lentamente, con risolutezza, durante giorni, mesi, è fare prova di una forma precisa di coraggio: questa resistenza, che non è ardore esplosivo, ma un modo di tener duro nella durata, è fare prova anche di dignità: chi cammina sta dritto e avanza. Il camminare simbolizza una umiltà che non è mai umiliante.»
Filosofo e professore all’Institut d’études politiques di Parigi, Frédéric Gros elabora un’opera politica, etica ed estetica nel solco di Michel Foucault. In “Camminare, una filosofia (Paris, Carnets Nord, 2008, e Flammarion, 2011), analizza il senso politico che può avere il camminare, individuale o collettivo, modo di espressione popolare per eccellenza.

Martine Segalen, etnologa: «Esiste uno spirito della corsa ed uno spirito del camminare» «Se la corsa ed il camminare rivendicano la stessa origine e la semplicità della loro tecnica, però si differenziano immediatamente per il loro vocabolario: nella corsa si fanno delle falcate; nel camminare dei passi. Aldilà della differenza nella velocità dell’esercizio, che resta il principale carattere marcante, e dell’uso del proprio corpo come motore, corsa e camminare sono praticati da pubblico differente; sono portatrici di valori differenti, che si tratti del rapporto al tempo, allo spazio, a se stessi ed agli altri. In questo senso, appare chiaro che esiste uno spirito della corsa ed uno spirito del cammino.»
Martine Segalen, professoressa emerita all’université di Paris-Nanterre, è l’autrice di uno dei primi libri sulla corsa a piedi: “I figli d’Achille e di Nike. Elogio della corsa a piedi ordinaria” (Métailié), pubblicato nel 1994, che è stato appena riedito con una lunga prefazione che analizza le trasformazioni della corsa, da quella dei Flower Children (figli dei fiori) fino all’attuale movimento del running.

David Le Breton, sociologo: «Il camminare è spesso guarigione, la sua potenza riorganizzatrice non ha età. Da’ la distanza fisica e morale propizia al ritorno su se stessi, la disponibilità agli avvenimenti, il cambiamento di ciò che ci circonda e di chi sono i nostri interlocutori, e quindi l’allontanamento dalle routines personali; ci apre ad un uso del tempo inedito, a degli incontri, secondo la voglia di opportunità di chi cammina»
Sociologo ed antropologo, David Le Breton è professore all’università di Strasburgo, membro dell’Institut universitaire de France ed autore di «Eloge de la marche” (Métailié); «Marcher. Eloge des chemins et de la lenteur» (Métailié) e «Du silence» (Métailié) e di numerosi altri testi sulla biomeccanica del corpo umano e sociale. Nei suoi libri, David Le Breton fa l’elogio del camminare e della lentezza come mezzo di redenzione di fronte alle depressioni ed alle amarezze della vita.

Antoine de Baecque, storico: «Camminare fa pensare, poi, talvolta, scrivere. La deambulazione pedestre implica quindi una scrittura. Si pensa camminando; camminare fa pensare, poi, talvolta, scrivere, soprattutto sul … camminare. Questo cerchio può dare la sua struttura, la sua forma anche alla scrittura, altrettanto che il suo soggetto, offrendogli un ritmo, una tessitura, una direzione. Il camminare non è semplicemente una incitazione al racconto, alla condivisione dell’avventura con gli altri, ma può essere capito, da certi autori, come una scansione del corpo indispensabile al ritmo della narrazione».
Queste sono le questioni che si pone lo storico, Antoine de Baecque. Nel libro: “Dans une histoire de la marche” (Perrin, 2016), questo specialista di storia culturale del XVIII secolo e professore di storia del cinema all’École normale supérieure, pensa il camminare come una metafora della scrittura.

ROBERT LOUIS STEVENSON (nel secolo scorso)
Dopo una rottura amorosa e per ritrovare i luoghi della rivolta dei Camisards nelle Cevenne francesi, Stevenson che vi cerca la solitudine, compra un’asinella, tenta di caricarla con il suo bagaglio, impara sul campo a camminarci insieme, compie un periplo in questo territorio, raccontandolo in: “Viaggio con un asino nelle Cevenne”, mescolandosi alla fauna umana di questo angolo perduto di Francia. Viaggiatore autentico, fa’ suo il motto di Montaigne: «bisogna viaggiare per strofinare e grattare il cervello contro quello degli altri”. Camisards, contadini o semplici escursionisti, tutti sono descritti in modo semplice, aperto, così come le città, i villaggi, la natura: «Nessuno conosce le stelle se non ha dormito “à la belle étoile” (sotto il cielo stellato). Può conoscere tutti i nomi e distanze e grandezze, ma allo stesso tempo ignorare che quello che veramente interessa all’umanità è la loro serena e benefica influenza sullo spirito. Le stelle sono la più grande sorgente di poesia e in verità sono loro stesse la più classica poesia». Stevenson si è nutrito prima di partire di letture varie per il suo progetto di viaggio, interessandosi in modo approfondito alla storia della regione, e riuscendo a fare del suo libro un invito al viaggiare. Siamo ancora in un’epoca di turismo per pochi, soprattutto a piedi. Nel settembre 1878, R. L. Stevenson, accompagnato da un’asinella magrissima, attraversa in dodici giorni le Cévennes, da Monastier a Saint-Jean-du-Gard. Dormendo sotto le stelle, lavandosi nell’acqua dei torrenti, facendo esperienze diverse come i monaci trappisti, i dissidenti protestanti, scopre la magia degli incontri, la complicità dei paesaggi, l’ubriacatura della libertà. Lui che cercava la solitudine, trova nel rapporto con gli altri e con la natura una soluzione ai problemi della vita.

JACK LONDON (secolo scorso)
Una vita sola talvolta permette di averne molte diverse. Quando ci si chiama Jack London, almeno. Tra mille diversi lavori, esperienze di strada, ma anche di comando di navi e di grande reporter, Jack esce dal mondo sottoproletario dei marginali di Oakland (California) e parte per diventare il grande scrittore di esperienze di viaggio che fu: dal Canada, con i cercatori d’oro del Klondike, o a Londra nei bassifondi. Sempre con gli oppressi e dimenticati della terra, questo “vagabondo delle stelle”, melanconico ed impegnato a fianco dei diseredati, diventa corrispondente di guerra nel conflitto russo-giapponese in Corea, nel terremoto di San Francisco nel 1906, nella rivoluzione messicana. Autodidatta, Jack London produrrà una cinquantina di romanzi, novelle e reportages, tra cui Il richiamo della foresta e Martin Eden.

JOSEPH (Jef) KESSEL (1898-1979 nato in Argentina da genitori russi emigrati), aviatore dell'Aéropostale agli inizi (Vent de Sable, 1929), ed amico di Jean Mermoz, di cui scriverà la biografia (Mermoz, 1938) fu giornalista, membro della resistenza, pilota, viaggiatore. Testimone dell’indipendenza irlandese (Mary de Cork, 1925) e della nascita dello Stato di Israele (Terre d'Amour de Feu, 1948). Dall'Africa (Au Grand Socco, 1952 e Le Lion, 1958), arriva in Birmania (La Vallée des Rubis, 1955), in Afghanistan (Les Cavaliers, 1967), in Estremo Oriente (La Rose de Java, 1937 e Hong-Kong et Macao, 1957) ed in America (Dames de Californie, 1929). Kessel, anima pura, per cui l’amicizia conta molto ed i cuori grandi anche, ci racconta il mondo in mezzo al fracasso delle guerre ed alla tormenta dei sentimenti. Rimane un testimonio del camminare nel secolo attraversato con passione, cantore della sofferenza e della felicità degli esseri, quali essi siano.

BRUCE CHATWIN, viaggiatore irrequieto 
Nato a Dronfield, Yorkshire 13/05/1940- Morto a Nizza 18/01/1989.
Bruce Chatwin aveva uno zaino di pelle conciata di vitello bordeaux, fatto su misura, di cui ogni tasca era stata concepita per un oggetto preciso. Quando andava a camminare nelle Black Mountains, tra Galles e Inghilterra, portava un carnet de Moleskine nero acquistato a Parigi, una stylo Montblanc, un binocolo regalo di Werner Herzog. Questo era Chatwin: degli amici, dei miti, delle favole. Predestinato al chiacchiericcio (to chat, chiacchierare), di una semplice passeggiata faceva un’odissea. Da una storia banale, un’epopea. «Tutte le sue oche erano dei cigni» diceva la sua “formalmente” moglie, Elizabeth. Dotato di verve ed immaginazione, aveva uno charme naturale che faceva presa nel mondo e gli permise di avere storie e di riuscire a cavarsela, malgrado i problemi finanziari. Leggere i suoi diari personali, diventati pubblici nel 2010, affascina per gli espedienti che usa, per l’inesauribile voglia di conoscere, per la capacità di descrivere fatti semplici come se fossero tragedie greche. Ma alla lunga stanca…
A 18 anni entra da Sotheby's come magazziniere e sale i gradini, facendo affari in proprio, legali ed illegali, fino a voler diventare direttore. Non lo sarà ed abbandona il posto a 28 anni per studiare archeologia a Edimburgo. Ha una storia con il suo professore, che vuole suicidarsi, se ne va a Londra (L'Alternativa nomade), scrive articoli al Sunday Times Magazine. E lascia tutto per partire in Patagonia. Vuole diventare scrittore a 37 anni, ma ha grosse difficoltà a finalizzare i suoi scritti, di cui fa molteplici versioni. Nel 1989, a 48 anni, muore a Nizza di AIDS, malattia di cui non vuole che si dica che era affetto, pretendendo che era un rarissimo fungo asiatico del bambù, così come non vuole che si dica di lui che era omosessuale. 
Chatwin lascia libri di fiction e viaggio mescolati (In Patagonia), romanzi esotici (Il viceré di Ouidah), biografie e romanzi «rustici» (I gemelli di Black Hill), storie di viaggio e saggi filosofici (Il canto delle piste), novelle, saggi, reportages (Cosa ci faccio là). Mille pagine sul nomadismo, l’erranza, l’esilio. Diventato mito alla sua morte, circolano storie e leggende urbane su di lui, alimentati dalla questione che egli pone: “l’incapacità dell’uomo a stare fermo». Tra le sue amicizie, la crema della mondanità letteraria dell’epoca e della jet society, che alimentò le sue tasche per viaggiare, lo ospitò spesso e gli permise la sua irrequietezza. Dice sua moglie che amò solo due uomini in tutta la sua vita: il disegnatore di moda, Jasper Conran, ed il collezionista d’arte, Teddy Millington-Drake. Gli altri erano un passatempo nella variabilità della sua vita, come le mete dei suoi viaggi.

E LE VIAGGIATRICI?
Si potrebbe pensare che questo campo sia riservato solo agli uomini, per i problemi connessi al viaggiare sole delle donne, come scrive la storica del camminare, l’americana Rebecca Solnit.
Invece ci sono anche alcune donne straordinarie, come Alexandra David-Néel (1868-1969) che ci fa scoprire il Sikkim e il Tibet nelle sue numerose opere. Fu la prima donna occidentale ad entrare in Lhasa nel 1924 (Voyage d'une Parisienne à Lhassa, 1927) ed a incontrare il 13° Dalai-lama nel 1912.
Una svizzera incredibile, Ella Maillart (1903-1997) pubblica Oasis interdites (2002), racconto del suo favoloso periplo da Pechino al Cashmire nel 1935.
Un’ altra svizzera, Isabelle Eberhardt (1877-1904), esplora l'Africa del Nord (Yasmina, 1902; Au Pays des Sables, 1925). Ironicamente (sic) morirà a Aïn Sefra, nel deserto algerino, travolta dalle acque di uno oued in piena improvvisa.
Queste donne hanno saputo provare con il loro coraggio e audacia, che l’universo del viaggiare non è solo ridotto agli uomini.

Ernest Hemingway (1899-1961). Giornalista, vive a Parigi negli anni Venti, dove gravita anche lui intorno al salotto di Gertrude Stein (A Moveable Feast / Paris est une Fête, 1964). Uomo d’azione, partecipa alla campagna d’Italia (A Farewell to Arms / L'Adieu aux armes, 1929), poi durante la IIa Guerra Mondiale, allo sbarco in Normandia ed alla liberazione di Parigi, alla guerra greco-turca, alla guerra civile spagnola (For Whom the Bell Tolls / Per chi suona la campana, 1940). Va in safari in Africa (Green Hills of Africa, 1933-The Snows of Kilimanjaro,1961). Si ritira a Key West nel sud della Florida (To Have and Have Not, 1937), poi all’Avana a Cuba (The Old Man and the Sea, 1952). Morirà suicida.
Un trotamundos infaticabile, spesso in treno, Paul Theroux (1941-), americano canadese, gira su tutti i continenti: l'Asia (The Great Railway Bazaar,1975), le Americhe (The Old Patagonian Express,1979), la Gran Bretagna, The Kingdom By The Sea (1983), dalla Russia alla Cina (Riding the Iron Rooster,1988), o l'Africa in (Dark Star Safari, 2002) dal Cairo al Cap. Girovaga nel Mediterraneo (The Pillars of Hercules, 1995).
Finiamo con il britannico Colin Thubron (1939-) ed i suoi racconti asiatici: Behind the Wall: A Journey Through China (1987) The Lost Heart of Asia (1994), Samarkand (1996), Shadow of the Silk Road (2006) To a Mountain in Tibet (2011).
Altri ancora ce ne sono e arriveranno, basta approfondire ed aver voglia di leggere e conoscere.

Antonio MACHADO
"Se hace camino al andar..." Canto XXIX Proverbios y cantares, Campos de Castilla, 1917.

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada mas;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.

Camminante, sono le tue orme
il cammino e nulla più;
camminante non c'è cammino,
si fa’ cammino andando
andando si fa’ cammino
e guardandoti indietro
si vede la pista che mai
tornerai a calpestare
camminante, non c'è cammino
ma solo scie nel mare.




LE NOSTRE RUOTE:
QUALCHE CONSIGLIO PER CAMMINARE
Per andare in cammino non servono materiali molto sofisticati e costosi, anche se bisogna sceglierne di adatti e di qualità.
La parola cammino copre delle pratiche abbastanza diverse secondo: 1) la durata (qualche giorno, un mese, più stagioni) 2) il luogo (campagna, mezza montagna o misto)
Per quanto riguarda i piedi e le scarpe i consigli sono quasi gli stessi, sia che si vada per pochi giorni che per un lungo cammino.
Vediamo prima i problemi dei piedi.

LE CURE PREVENTIVE
Le unghie sottoposte a forti compressioni diventano rapidamente dolorose, soprattutto nelle discese quando il piede spinge contro la punta della scarpa, (non dimenticate di stringere i lacci prima delle lunghe e ripide discese).
Devono essere tagliate "quadrate", senza smussare i bordi laterali, abbastanza corte perché non tocchino da sole contro la punta delle scarpe, ma non troppo corte.
Se si hanno dolori plantari, soprattutto nell'avampiede, e crampi nell'arco interno, bisogna consultare un podologo per correggere la statica podale con una suola apposita.
Qualcuno usa indurire i piedi con borotalco, altri li ammorbidiscono con vaselina. Che siano piedi dolci o piedi duri, l'importante è che ciascuno trovi il suo rimedio per proteggerli, sono le nostre ruote!!!

LE CURE
Una regola d’oro: Evitate i pediluvi caldi e prolungati prima e dopo la marcia, ma docciateli rapidamente con acqua calda per sciogliere i muscoli e raffreddateli subito con acqua fredda che rivitalizza la circolazione, anche al mattino prima di partire.
I pediluvi con acqua fredda e sale (10%) o acqua e aceto possono servire a togliere un po' di gonfiore, a disinfettare.
I massaggi, anche senza creme specifiche, possono servire a rilassare le parti indolenzite per ritrovare un appoggio del piede normale.
Sennò usate le creme a base di arnica montana, quella vera, non i sottoprodotti che non hanno principi attivi... Interessante la sua capacità di alleviare il dolore traumatico e ridurre le infiammazioni e edemi con gli stessi benefici dell'ibuprofene, che invece ha effetti secondari sull'apparato digestivo.
Un paracetamolo 500, sciolto in acqua e ingerito dopo cena prima di coricarsi, permette di rilassare i muscoli e di dormire meglio.

Le bolle
Se si sente un dolore localizzato, tipo bruciore, che lascia presagire la formazione di una bolla, si può evitare o ritardarne la formazione:
-verificando dapprima che le calze non facciano pieghe
-coprendo la zona con un cerotto che protegga la pelle.
Quando la bolla è formata, è meglio bucarla per svuotare il liquido che si è formato, senza togliere la pelle e senza introdurre fili vari, e disinfettare la zona. La pelle sopra la bolla deve restare a protezione della carne viva sottostante ed il piede deve restare il più possibile all'aria libera.
Poi per riprendere a camminare, si coprirà la zona con un cerotto di varie forme e dimensioni secondo l'importanza della bolla. Per le zone difficili in cui il cerotto non sta in posizione, ci sono in vendita in farmacia dei tubicini (dott. Scholl's) che si possono tagliare ed infilare sulle dita dei piedi a protezione.
E per i primi tre giorni si verificherà la formazione di liquido interno e si procederà alle cure come la prima volta. Poi la pelle soprastante seccherà e la nuova sarà pronta.
E' chiaro che se si formano bolle sopra bolle, il problema risiede nelle scarpe troppo piccole o strette o troppo a punta.
Il piede si allarga nella parte anteriore e gonfia durante la marcia e di questo va tenuto conto all'atto della scelta delle scarpe.
Alcuni iniziano allora a calzare sandali per trekking, sempre di una misura in più, con o senza calze, ma il terreno su cui si cammina non deve essere sconnesso, sennò si passa da una bolla a una storta....
Gli ematomi sotto l'unghia
Le unghie diventano dolorose, poi nere, a causa delle scarpe troppo piccole, troppo strette in punta, oppure a causa di lunghe discese ripide.
Un sollievo immediato è ottenuto bucando l'unghia e evacuando così l'infiammazione o l'ematoma. Ma è un lavoro delicato, indolore, se fatto da un podologo, che è meglio non fare da soli.

Le storte semplici
Un dolore vivo si sente quando si ha una torsione del retro piede, storta alla caviglia per esempio, dovuta a marcia su terreno sassoso. Bisogna fare una fasciatura di contenzione per limitare al massimo le torsioni interne e soprattutto quelle esterne della caviglia, creando una protezione del tallone. Bisogna immobilizzare il piede ad angolo retto sulla gamba e stabilizzare la caviglia lateralmente. Se il dolore resta forte e se un edema sopravviene, meglio consultare in ospedale, può essere una storta più grave o una frattura. Su terreni instabili, sassosi o in montagna, è meglio usare scarpe mid o high più rigide.

L’ACQUISTO DELLE SCARPE
La scarpa è l'accessorio maggiore del cammino: veste il piede, lo isola da freddo e acqua, lo protegge dalle asperità del suolo e mantiene la caviglia.
Per un cammino di mezza montagna si preferiscono scarpe a suola semi rigida, ben artigliata per evitare scivoloni, MID o HIGH, con eventuale uso di solette amovibili ammortizzanti e respiranti, che si possono togliere e lavare.
Per quello misto, tipo cammino spagnolo, possono bastare dei sandali da trekking o delle scarpe da hiking-walking-running basse, con suola di vibram.
Per scegliere la misura, bisogna provarle con delle calze tecniche senza cuciture, in piedi, e camminarci per vedere se sfregano contro il tendine d’Achille o l'alto della caviglia, se la punta è adatta al nostro tipo di piede. La scelta finale sarà di una misura in più e a punta larga, per evitare dal principio ogni tipo di sfregamento che non sia quello provocato dalle ore di marcia che "scaldano" il piede.
Le scarpe devono essere usate per alcuni giorni prima della partenza per vedere le pieghe che si formano e come queste interagiscono con i nostri piedi.
Questo permette inoltre di indurire un poco i piedi che saranno meno sensibili nei primi giorni di cammino.
LE CALZE
La scelta delle calze è importante. Alcuni giurano per la lana o misto lana con acrilico, perché assorbono la traspirazione, la evacuano verso l'esterno (ma se le scarpe sono di goretex resterà all'interno), riducendo la macerazione e quindi l'ammollimento della pelle, causa di bolle e riscaldamento del piede.
Le calze di cotone sono da evitare, perché seccano e sfregano sulla pelle.
Alcuni consigliano l'uso di doppie calze sovrapposte, una fine ed una spessa: anche se sono perfette in sovrapposizione all'inizio, nel corso della marcia finiranno per scivolare e provocare frizioni con i risultati che sappiamo.
Personalmente, da anni uso delle calze tecniche senza cuciture che durano anni, si lavano ed asciugano in fretta e che esistono in taglie diverse, sia corte che lunghe.

I BENEFICI DELLA MARCIA
La marcia a piedi è l'esercizio fisico naturale per eccellenza, che si può praticare a ogni età; è un atto semplice che necessita il minimo sforzo, ma che brucia molte energie.
La marcia a piedi è un'attività sportiva alla portata di tutti, raccomandata ai cardiaci ed ai diabetici; basta prendere qualche precauzione, soprattutto se non si è fatta attività fisica per molto tempo, e farsi visitare da un medico, se si hanno problemi di cuore e di tensione arteriosa. E' uno dei rari sport che mette in movimento tutto il corpo.
La marcia fa funzionare il sistema osseo, muscolare e tendineo; permette di mantenere la scioltezza articolare ed migliora il sistema respiratorio e cardio-vascolare, favorendo una migliore irrigazione sanguigna dei tessuti, e non comporta nessuna contro-indicazione.
In particolare, si mettono in moto due meccanismi fisiologici che stimolano la circolazione di ritorno:
- i muscoli del polpaccio, contraendosi, si comportano come una pompa che fa risalire il sangue venoso verso il cuore.
- l'arco plantare funziona come una spugna: il suo schiacciamento a ogni passo provoca una spinta della colonna sanguigna, favorendone l'ascensione verso il cuore.
La marcia quindi fa’ funzionare armoniosamente il cuore ed i polmoni e migliora la circolazione collaterale.
Per di più, è un esercizio eccellente in quanto equilibrato e progressivo, che richiede uno sforzo continuo, in opposizione ad altri sport con partenze ed arresti brutali, come il tennis o lo squash, che quindi sono meno indicati per il cuore.
Bisogna sempre fare un allenamento progressivo con delle passeggiate via via più lunghe e su terreni più accidentati, ma senza oltrepassare le proprie possibilità fisiche.
Partire lentamente, raggiungere il proprio ritmo normale (a ciascuno il suo) e mantenerlo. Per andare più veloci, conviene allungare il passo, conservando lo stesso ritmo.
Oltre ai piedi, tutti i muscoli e le articolazioni lavorano durante la marcia. Per le articolazioni si raccomanda di tenere le ginocchia piegate in discesa e posare i piedi ben piatti senza curvare la schiena in avanti nelle salite. Durante gli sforzi prolungati i muscoli liberano acido lattico che provoca crampi e dolori muscolari. Bisogna bere spesso dell'acqua e fare degli stiramenti prima e dopo per limitare questi dolori. Poi al ritorno, bisogna raffreddare muscoli e piedi e fare un buon massaggio per alleviare dolori e rilassare le articolazioni.
Oltre ai piedi surriscaldati, alle articolazioni indolenzite, ai crampi e contratture muscolari, altri piccoli malanni possono accadere: colpi di sole, punture d'insetti, piccole ferite, screpolature. Si può prevenire il colpo di sole, coprendosi con un buon cappello e proteggendosi con una buona crema solare su tutte le parti scoperte e si può curare con una crema rinfrescante che allievi il dolore della scottatura. Quanto alle punture di insetti vari, pare che applicare sugli indumenti due gocce di oli essenziali di lavanda officinale, di geranio e di limoncina possa allontanare il pericolo. Ma esistono in commercio anche spray antizanzare.

LO ZAINO
Di norma per un cammino di parecchi giorni un adulto può portare fino al 20% del suo peso, 10kg per una donna di 50kg, 15kg per un uomo di 75kg. Per non sentire troppo il peso dello zaino, bisogna ripartire il carico in modo che il centro di gravità sia il più vicino possibile al corpo e che pesi più sul bacino che sulle spalle. Quindi è meglio riporre le cose più pesanti lungo la schiena, né troppo alte sulle spalle, né troppo basse sulle reni, e piazzare le cose più leggere verso l'esterno dello zaino. Le cose di cui non si ha bisogno in giornata, come il sacco a pelo, ricambi ed altro, vanno posti in basso, mentre le cose come la giacca impermeabile o poncho devono stare in alto. Nelle tasche esterne vanno tutte le cose da usare nella giornata, come borraccia, crema solare, cartine, viveri ed altro. Lo zaino va regolato con le varie cinghie: dapprima lo si pone in spalla e si stringe la cinghia ventrale ben situata sul bacino. Poi si regolano gli spallacci, ricordando che nelle salite bisogna caricare un po' di più le spalle per alleviare il bacino e che nelle discese bisogna abbassare il carico sul bacino per avere più stabilità. In questo sono necessarie le manovre sui tiranti tra spallacci e la parte alta dello zaino, che con un po' di pratica vi dimostreranno la loro utilità e funzione.
Come idratarsi bene?
In cammino si raccomanda di bere regolarmente, anche se non si ha sete, per evitare il rischio di disidratazione.
• Il fabbisogno in acqua del camminante cresce con lo sforzo, poiché si perde in media un quarto di litro per ora ad andatura moderata e fino a un litro per sforzi più intensi.
• Quindi c'è bisogno di bere molto per compensare queste perdite dovute alla traspirazione ed alla respirazione più intensa, ma anche per rispondere ai bisogni legati allo sforzo muscolare ed alla necessità di evacuare le tossine cellulari.
• Per una marcia di una mezza giornata bisogna prevedere almeno un litro e mezzo d'acqua, meglio con l'aggiunta di sali minerali (tipo compresse solubili). Per l'acqua dei ruscelli e fontane o non trattata, si consiglia di aggiungere erbe aromatiche come timo e lavanda o menta piperita che eliminano i batteri e aiutano a bere.
Prima dello sforzo: bere... ma non troppo!
Prima dello sforzo si consiglia di bere acqua normale, non gasata, però non troppo, perché può disturbare la digestione e non previene la disidratazione durante la giornata.
Durante lo sforzo: bere poco, ma spesso
Per permettere al corpo di funzionare al meglio, bisogna quindi bere spesso per compensare la perdita di sali minerali. Il deficit d'acque e sali può provocare disturbi più o meno gravi, debolezza, aritmia cardiaca, crampi, confusione mentale e nei casi più gravi, un edema cerebrale.
• Bere regolarmente
Il buon dosaggio dell'idratazione dipende da molti fattori come la temperatura esterna, l'intensità e la durata dello sforzo, ma anche dal tipo di liquido ingerito, dalla sua temperatura, dal suo tenore in sodio ed altri sali minerali. Bisogna quindi bere prima di aver sete per poter camminare più facilmente (mezzo litro per ora sarebbe l'ideale).
• Bere per conservare i sali minerali
Il cammino esige un lavoro muscolare che, scaldando, provoca un meccanismo di autoregolazione del calore corporeo. E' il ruolo della traspirazione che serve a conservare la temperatura media corporea (teoricamente 37,2 °C). La traspirazione è composta per 99% d'acqua e 1% di sali minerali. Sarà più o meno forte secondo la temperatura esterna, l'intensità dello sforzo e le vostre capacità fisiche.
Dopo lo sforzo: rinnovare le riserve di sodio e di bicarbonato
• Dopo lo sforzo è importante bere acqua normale o gassata con sodio e bicarbonato e nutrirsi con zuccheri lenti (pasta, riso, ecc.) e zuccheri rapidi (cioccolato). Meglio bere tè che caffè.
• I pericoli dell'iperidratazione e dell'acqua ghiacciata
Bere troppo può provocare una iponatremia, cioè una diluzione troppo forte di sodio nel sangue. Nel caso di ambiente molto caldo e secco, l'aria che penetra per la bocca essicca le mucose e le vie respiratorie con un'impressione di bocca pastosa, che il bere molto non risolve. E' meglio bagnare le labbra o sciacquarsi la bocca senza deglutire. Meglio non bere acqua ghiacciata che può provocare uno choc termico e collasso.
Cosa bere?
L'acqua minerale possiede sali minerali, ma esistono anche bevande energetiche ricche in glucosio. Meglio alternarle e non mescolarle, ma soprattutto bisogna bere acqua naturale in caso di forte calura perché il suo effetto dissetante è decisamente superiore alle bevande zuccherate. Se si è in forte disidratazione, si può sciogliere una bustina di sale nell'acqua.

Come alimentarsi bene in cammino?
Una marcia in piano a un ritmo di 4 km/ora mobilizza circa 400 calorie per ora. Quindi per 24km si bruceranno circa 2400 calorie. Per rispondere a questi bisogni energetici bisognerà dunque fornire al corpo dei glucidi, lenti e veloci, e dei grassi.
I glucidi lenti servono a costituire le riserve di glicogeni nei muscoli e sono prodotti da farinacei. Si consiglia quindi di consumarne, prima del cammino e durante, sotto forma di pasta, riso, zuppe con verdure.
I glucidi rapidi servono per lo sforzo immediato e quindi devono essere ingeriti durante lo sforzo, nel momento in cui si ha bisogno di ricaricarsi. Non prima, poiché il corpo reagirebbe secretando dell'insulina, che abbassa il tasso di zuccheri nel sangue, proprio nel momento in cui se ne avrebbe bisogno.
I lipidi sono un apporto energetico indispensabile per gli sforzi di lunga durata, il mantenimento fisico e la protezione contro il freddo. Si trovano nei semi come le mandorle, arachidi, noci ed altri oleaginosi, e forniscono apporto energetico, magnesio e acidi grassi.
In ogni caso, quale che sia la durata e lo sforzo richiesto, vale la regola fondamentale che siamo tutti diversi e che bisogna saper ascoltare il proprio corpo, soprattutto quando ci fa capire che siamo troppo oltre e che bisogna andarci cauti.
Una nota personale: essendo un gran consumatore di caffè ed avendo avuto problemi di tendinite, un'amica fisiatra mi consigliò di passare al tè (che contiene teina, equivalente della caffeina) e di berne frequentemente perché manteneva l'irrigazione delle guaine tendinee, impedendo le frizioni infiammatorie. Se proprio volevo scariche di energia caffeiniche, potevo passare alla cioccolata che ne contiene anch'essa, una goduria! Devo ammettere che tutto funziona per il meglio da allora... Buon cammino, flavio

LA POESIA DEL CAMMINARE

La mia bohème (Rimbaud 1870)
Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate;
ed anche il mio cappotto diventava fittizio;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero il tuo seguace;
Oh! quanti amori splendidi ho sognato!

I miei unici pantaloni avevano un largo squarcio.
Pollicino sognatore, nella mia scorribanda sgranavo rime. Il mio giaciglio era sotto l’Orsa Maggiore, nel cielo dolcemente frusciavano le mie stelle

Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade
in quelle belle sere di settembre in cui sentivo gocce di rugiada sulla fronte, come vino corposo;

dove, facendo rime in mezzo a fantastiche ombre,
tendevo, come fossero corde musicali, le stringhe
delle mie scarpe ferite, un piede vicino al cuore!
Questo sonetto è l’evocazione del desiderio di avventura, di un vagabondare fisico e mentale. Rimbaud si presenta come un vagabondo senza soldi, senza vestiti decenti e senza alloggio, ma che non soffre di questa situazione. Anzi, appare spensierato e libero di perdersi e fondersi nella natura, senza problemi, per rinvigorire l’anima, un poeta errante che viaggia, come Pollicino alla ricerca di orizzonti, di una via, un cammino, una strada, non necessariamente lineare, da percorrere proprio come uno zingaro in contrasto con l’agiatezza ed il tran tran del borghese.
Nel corso di questo cammino emozionale e razionale ci si “inebria” di vita e di parole, si fa’ poesia, perché questa è indissolubile dal camminare.
Piccoli esseri, sottoposti al clima ed al bisogno, usurati nei piedi e negli abiti, diventano padroni del cielo stellato e delle sensazioni acuite, in allegria.
La poesia e l’andare offrono la possibilità di evadere da una realtà costrittiva e da un universo troppo conformista. Le stringhe delle scarpe diventano corde della lira per la musica del cammino.
C’è un’analogia sui cammini tra il vagabondare di Rimbaud, la sua “bohème”, e la “ebbrezza” di Baudelaire, che non è uno stato di incoscienza, ma di ipercoscienza, cioè una condizione di grazia mentale che si acquisisce con le endorfine prodotte dal lungo camminare, che non fa perdere il controllo della realtà, ma al contrario permette di cogliere le emozioni, la bellezza, la vita in una dimensione sublimata.
“Enivrement”, “ebbrezza”, “ma bohème”: simboli della ricerca di un senso da dare alla vita, grazie alle conoscenze e alle esperienze maturate in questo cammino, in questo andare.
L’esistenza è un continuo divenire che ognuno arricchisce con le proprie peculiarità.
Rimbaud, come tutti noi, idealizza questo periodo d'erranza, la trasfigura per conservarne solo gli aspetti piacevoli. La scrittura trasforma l’esperienza, gli da’ un’intensità superiore come periodo di vita straordinario.

CAMPOS DE CASTILLA di Antonio Machado
"Caminante no hay camino, al andar se hace camino...
“camminante, sono le tue orme il cammino e niente più;
camminante non c'è il cammino,
si fa il cammino andando, andando si fa il cammino
e guardandoti indietro, si vede la pista che mai tornerai a calpestare,
camminante, non c'è cammino, ma solo solchi nel mare."
dice Antonio Machado.
Semplici parole che racchiudono una verità profonda.
E' camminante, è in cammino chiunque lasci la sua casa, la sua vita "normale" per diventare viandante, senza domicilio fisso, che vada verso una meta o no, che segua vie tracciate o no, che disponga di fondi o no.
Potrà fare delle esperienze fuori dal quotidiano ed imparare un modo differente di vivere, di viaggiare. Lascerà per terra solo le sue orme, accetterà le incognite, gli imprevisti, gli sguardi curiosi o di disprezzo degli altri, penerà, suderà, sarà accolto o scacciato, aiutato o beffato, ma sarà il suo cammino.
Camminando, biciclettando o cavalcando, da soli o in compagnia, con zaino, carrello o somarello, visitando, scoprendo, imparando e conoscendo, dialogando o in silenzio, condividendo o stando in disparte... con segni esteriori di fede per chi lo fa come pellegrinaggio o nell'intimità delle sue credenze, a ciascuno il suo cammino. Dal cammino sgorgano molte cose e tra queste affiora l’allegria ed il canto. Per momenti, la presenza della natura ti fa percepire una cosa così evidente: tu fai parte della vita. Una cosa così semplice e nello stesso tempo così profonda.
Ed allora si può cantare, sorridere, essere felici, aprirsi…
Sgorgano vecchi pesi, rimorsi, fallimenti e sconfitte, le lacrime e i pianti, perché il passato così presente trova delle fessure per uscire e poter essere risolto, infine, forse...
Nella misura in cui le cose represse o negate risorgono, si può lasciare che il vento le porti via e le cancelli senza riserve... E le cose ci sembrano, ora, davvero così piccole, così meschine, così ridicole. Ma sgorgano anche le nostre speranze, le nostre illusioni ed i nostri desideri.
David Le BRETON - Éloge de la marche
Da una parte c’è la «modernità». Gli ingorghi stradali e l’automobile “tragica”. Gli schermi dei computers ed i CD-ROM che propongono escursioni virtuali. L'uomo frettoloso.
Dall’altra c’è l’andare a spasso, «che le nostre società non tollerano come non tollerano il silenzio», la marcia, il viaggiare. Ed i nostri piedi. «Non ci sono radici per i nostri piedi, sono fatti per muoversi.» Tra le due cose, DLB ha scelto «la marcia che consente il piacere al ventre», attraverso racconti e ricordi di cammini, e raccoglie degli autori, dei viaggiatori, con cui «si tratta di camminare insieme e di scambiare impressioni come se fossimo a tavola insieme in un albergue, la sera, quando la fatica ed il vino sciolgono le lingue.»
Le prime linee: «La marcia è apertura al mondo. Rimette l’uomo nel sentire felice della sua esistenza. Ti immerge in una forma attiva di meditazioni che sollecitano una sensorialità piena. Ne torniamo talvolta cambiati, più inclini a godere del tempo che a sottomettersi all’urgenza che prevale nelle nostre esistenze contemporanee.» (Éditions Métaillé, 2000)
Dieci anni dopo l’Eloge de la marche, David le Breton ritorna su questi temi in “Marcher, Eloge des chemins et de la lenteur “ (2012).
Se evoca anche la difficoltà dei lunghi cammini e le loro ferite, le pagine di questo libro parlano del piacere del camminare, attività scelta, elogiando l’andare a spasso. Le Breton insiste: il camminare non è orientato verso un obiettivo né una ricerca di performance… è improduttivo, «inutile come tutte le attività essenziali» (pag.31). Privilegiando la lentezza, è “un atto di resistenza» agli imperativi di velocità e di efficacia del nostro quotidiano.
Il camminante riacquista il suo tempo e rinnova il suo ritmo interiore, quello del ritorno a sé o del filo dei ricordi, quello della disponibilità a quello che lo circonda. L’importante non è il fine da raggiungere, ma il cammino percorso. Allo stesso modo, non basta mettere un piede davanti all’altro, ma bisogna accordarsi con l’ambiente che ci circonda. Il cammino può anche essere un momento di ristoro. Il pensiero vi trova un nuovo slancio che supera la ruminazione delle cose. Il camminare diventa in questo senso «un modo di ritrovare il proprio centro di gravità dopo essere stati gettati fuori di sé dalle cose della vita» (pag.152).
« Arte dei sensi » (p.51), DLB insiste sul fatto che il camminare non utilizza solo la vista, ma anche le dimensioni olfattive, auditive, tattili, cinetiche ed anche gustative (la pausa caffè o picnic) del camminante. Le Breton evidenzia che il camminare tende a « uno spaesamento delle routine sensoriali » (p.49) poiché viene immerso in un ambiente che scopre o riscopre. La curiosità, l’attenzione e la disponibilità gli permettono di usare tutti i suoi sensi. Il paesaggio non è più un oggetto da contemplare, ma il suo involucro, la sua atmosfera, il suo universo.
Le Breton constata che il camminare ha fatto molti adepti in dieci anni, senza dubbio perché questo «metodo tranquillo di disincanto dello spazio e della durata nell’esistenza» fa uscire il camminante «dai solchi dove si perde talvolta la voglia di vivere». Chiaro che si tratta di un’attività scelta, volontaria, sennò è piuttosto simbolo di miseria o di dura prova personale. Il camminare implica una salute sufficiente, ma non si limita al solo movimento fisico: «porta a disfarsi del fardello di essere se stessi, rilascia le pressioni che pesano sulle nostre spalle, le tensioni legate alle nostre responsabilità sociali ed individuali»
Sui cammini ci si libera degli «imperativi di velocità, di rendimento, d’efficacia»: non si cammina per « guadagnare del tempo », ma per « perderlo con eleganza » ed affermare tranquillamente «che il tempo ci appartiene ».
David Le Breton solleva «una terribile questione di parità tra uomini e donne», bisognerebbe piuttosto dire della disparità. Se le donne sono meno numerose nei viaggi a piedi, è anche perché sono confrontate all’insicurezza più che gli uomini su certi cammini, in certi quartieri, in certi paesi, come già denunciava Rebecca Solnit in “L’arte del camminare”.
David Le Breton varia gli angoli d’approccio per descrivere la relazione dei camminanti al mondo e a loro stessi. Lungi dall’idealizzarla, ricorda che « la marcia è una scuola di pazienza, mai di rassegnazione; al contrario ci insegna a non precipitarsi e ad adeguarsi alle circostanze, che siano felici o piene di complicazioni».
«Il camminante è un artista delle occasioni».
“Marcher, Eloge des chemins et de la lenteur “si chiude con un capitolo d’attualità «Il camminare come rinascita». «Camminare è ritrovare il proprio cammino. Un modo di progredire talvolta a passi da gigante. La volontà di congedarsi da se stesso per diventare un altro lungo il filo dell’avanzare, logorando la malattia e le tristezze».

MORMORII DEL CAMMINO DI SANTIAGO

Ho sperimentato il silenzio nutritivo;
il silenzio di melodie soavi;
il silenzio delle pietre e degli alberi ricurvi;
il silenzio fraterno, il silenzio stanco, quello vivificante;
il silenzio silenzio e nulla più;
quello animato delle foglie al vento, dei tronchi che si curvano, dei fischi, delle onde, degli scoppiettii delle rocce, dei voli di farfalle, della frescura di acque danzanti;
il silenzio bianco della nebbia e quello che si condensa in fine ed abbondante pioggia, quello delle croci con lo sguardo sempre levato al cielo e che vi stoppano;
il silenzio rumoroso dei boschi dove le fate e gli gnomi volteggiano e gironzolano;
il silenzio come sintonia della danza ricevuta al sole su colline verdi;
il silenzio dell'aria appiccicato alla processione canterina di pellegrini;
il silenzio delle greggi, del cane che le sorveglia, del grano che aspetta la falce, della nuvola che si dissolve, del fiore amato dall'ape;
il silenzio della colomba proprio prima del rucolio;
il silenzio del mantra emesso dal centro della terra, delle sue spalle caricandosi di grilli e di cicale, quello del cammino stesso, di questo sentiero che più che un sentiero è un flusso;
il silenzio tra le righe del pentagramma di una conversazione con compagni pellegrini o quello che tra loro sembra un sorriso e provoca così una misteriosa ed inevitabile tenerezza come inevitabile è il fiorire ogni anno delle gemme;
il silenzio mistico dei conventi e dei seminari, dei chiostri aperti all'universo, il silenzio sospeso tra laude e laude delle monache come sfondo alla trasognazione del corpo febbrile, disfacendosi e ricomponendosi in una nuova sinfonia, il silenzio del proprio sangue che vibra;
il silenzio canoro della sorgente che sgorga borbottando, quello della rugiada nei prati e dell’erba nel petto e nel ventre, quello dei villici aspettando la chiacchierata timida col pellegrino che passa e che beve da questa come da una fonte di saggezza, come lo stesso pane;
il silenzio tra russare e russare di pellegrino che riscatta teso la sua fatica, che è anche la tua, al tuo fianco;
il silenzio del passo delle mucche, del Passo Honroso, delle vetrate della cattedrale di Leon, dei bicchieri che i suoi giovani leonesi, nelle aurore domenicali, bevono per dare più colore al loro cammino ebbro di ritorno a casa con gli amici, prima di acciambellarsi tra le lenzuola;
il silenzio della sopravvissuta all'offensiva napoleonica nella cattedrale di Burgos, custodita dal silenzio del Cid, il silenzio del Cristo di Burgos, della Vergine del Cammino e del Bambino, della Vergine curva del Cebreiro e del suo bambino, quello del Cristo naturalizzato di Fisterra, quello della salvatrice Vergine da Barca, là sulla collina di Muxia, e fino al silenzio dello stesso Santiago, il sanguigno fratello di Giovanni e figlio di Zebedeo;
il silenzio dei polverosi e dimenticati quaderni della piccola scuola che oggi è suolo e banco per il pellegrino;
il silenzio titillante e fugace delle stelle;
il silenzio magico di un villaggio senza tetti e fogne, in altri tempi gloria nel cammino, grembo di pellegrini;
il silenzio del suo crocifisso in piedi come stendardo di eternità, di permanenza delle sue anime che abitano le pietre della sua unica via-cammino (Foncebadon), il silenzio della polvere sollevata, quella di uomini e donne-terra, quello delle loro anime piene attraverso alcuni occhi-finestre;
il silenzio delle tombe del balcone di Triacastela, argentate dalla luna, vicino alle quali il sonno del pellegrino può essere tranquillo, poiché smitizzano la morte;
il silenzio attento dei cani delle donne galiziane;
il silenzio della mano che scolpisce amorevolmente il bordone, compagno inseparabile, il silenzio della fronte appoggiata a lui, delle mani giunte a lui;
il silenzio personale proprio del bordone;
il silenzio popolato di un camminare mano nella mano con un pellegrino-amico, che sia nel corpo di un uomo anziano, di un valente hospitalero o di una geisha giapponese;
il silenzio del calice e della pelle dei tamburi del Cebreiro, delle sue capanne antiche di pietra, quello che ogni uomo e donna vorrebbe provare nei suoi passi di approccio all'arrivo al Portico della Gloria;
quello del crepitio degli indumenti che si estinguono nel fuoco purificatore nelle rocce del Capo Fisterra;
il silenzio digestivo delle altrui parole tremende e del suo pianto di gioia, che è anche il tuo, il silenzio del sole che si corica e si copre col lenzuolo dell'oceano, il suo silenzio anche stiracchiandosi al risveglio tra violetti, azzurri, rosacei e rosati…;
quello dell'indiano apache che contempla l’alba in America, il Nuovo Mondo; il silenzio di un falco che sceglie la medesima pozza d'acqua e lo stesso tuo momento per bagnarsi;
il silenzio di un palazzetto dello sport vuoto al mattino, con le grida dei tifosi, i rimbalzi della palla e l’ansimare dei giocatori che flottano nell'aria; quello della gioia di cagare sopra l'erba e di abbandonare il tutto affinché diventi sterco fertilizzante;
il silenzio quando tu ti distacchi o no dal cammino, salendo al secondo piano di un autobus;
il silenzio gioioso del tramonto di ritorno a casa-famiglia-amici (con cui sempre hai camminato anche in questo cammino), un tramonto così bello come quello di Fisterra, oggi.
CARMEN "GUTI" GUTIERREZ FELIPE
(traduzione mia)



Canti, rituali, abitudini e vitto dei pellegrini.

Canti pellegrini
«E più avanti / E più in alto / Dio aiutaci!». (e Ultreya e Suseya, Deus adjuva nos). Queste sono le parole di uno dei canti del pellegrino medioevale che ritmavano il cammino.
Da sempre, le azioni ripetitive (il lavoro dei campi e la marcia, ad esempio) producono, con la loro cadenza, canti e cantilene, per alleviare la fatica e la monotonia. Il pellegrino medievale cantava per ritmare il passo, ma anche per esprimere la sua spiritualità.
Un canto dei pellegrini al momento di entrare in Roma era "Ad limina apostolorum". La prima strofa era un saluto alla «nobile Roma», «arrossata dal vermiglio sangue dei martiri / e bianca del candore dei gigli delle vergini», a cui seguivano due strofe dedicate a Pietro e Paolo, a cui si chiedeva di intercedere presso Dio.
Non importa se la melodia era la stessa di un canto da taverna, nel quale un innamorato esalta le grazie della propria amata, mettendole sotto la protezione divina («protegga le tue curve / colui che fece il cielo e le stelle, / e creò i mari e la terra»), ed esprime il desiderio della donna, poiché la «fuga» lo faceva bramire «come un cervo quando scappa il piccolo».
Nel XIV secolo, anche i pellegrini di Monserrat (Spagna) esprimeranno la loro devozione alla Madonna, madre di tutti: «ricchi e poveri, grandi e piccoli. / Ognuno si mette in cammino / per vedere con i propri occhi / e poi fa ritorno ricolmo di grazia».
Ma il canto poteva anche servire per ottenere altri benefici.
In due canti del XVI secolo, le povere pellegrine «di fangho brodolate» chiedevano «Caritate, amore Dei / [...] / che da Roma siam tornate / dalli sancti giubilei».
Altre, che invece a Roma erano dirette allo scopo di lucrare il «perdon sancto e divino», imploravano la «gente cortese» di fare «bene» nei loro confronti, in quanto «del ben che vui haremo, / ce farem tra via le spese», un modo per pagarsi il viaggio.

Pellegrin che vien da Roma (canto popolare)
va el birocc, birocc el va
con le scarpe rotte ai piè
birocc el vegn, birocc el va
pellegrin che vien da Roma
con le scarpe rotte ai piè.

Buonasera signor oste
va el birocc, birocc el va
ha una camera per me?
birocc el vegn, birocc el va
buonasera signor oste
ha una camera per me?

Una camera l'avrei
va el birocc, birocc el va
ma ghe dorme me mujer
birocc el vegn, birocc el va
una camera l'avrei
ma ghe dorme me mujer.

Per maggiore sicurezza
va el birocc, birocc el va
lu ghe mett un campanell
birocc el vegn, birocc el va
per maggiore sicurezza
lu ghe mett un campanell.

Quando suona mezzanotte
va el birocc, birocc el va
campanell sona anca lu
birocc el vegn, birocc el va
quando suona mezzanotte
campanell sona anca lu.

Brutto porc d'un pellegrino
va el birocc, birocc el va
coss t'è fatt à me mujer?
birocc el vegn, birocc el va
brutto porc d'un pellegrino
coss t'è fatt à me mujer?

L'u ciavada e riciavada
va el birocc, birocc el va
come s'usa al me paes
birocc el vegn, birocc el va
l'u ciavada e riciavada
come s'usa al me paes.

Se campassi anche cent'anni
va el birocc, birocc el va
pelegrin na ciapi pu
birocc el vegn, birocc el va
se campassi anche cent'anni
pelegrin na ciapi pu.



Altre abitudini erano presenti in pellegrinaggi specifici. I pellegrini a Compostela facevano la corsa a chi per primo raggiungeva la sommità del «Monte de Gozo» da cui si vedeva la cattedrale. Chi per primo l’avvistava era proclamato «re del pellegrinaggio». Un uso analogo è attestato presso i pellegrini romei, in questo caso l’altura era il Monte Mario.
Altro uso dei pellegrini jacobei era, come ricorda il V libro del codex Calixtinus, quello di piantare una croce sul passo di Cize (sopra Roncisvalle), pregando genuflessi rivolti a occidente (uso risalente a Carlo Magno). Oppure quello di trasportare da Triacastela a Santa Maria de Castañeda (dove c'erano i forni per la calce) una pietra per la fabbrica della cattedrale del santo.
Un altro rituale jacobeo: «per amore dell’Apostolo» (così dice Aymeric Picaud) era lavarsi in un rio a due miglia da Compostela, «mentulas suas», le parti intime ed ogni sporcizia del corpo. Abluzione purificatoria, comune ad altre società ed epoche, come pure all'arrivo al Finis Terrae, dove al lavaggio purificatorio seguiva l'indossare indumenti nuovi, simbolo di rinnovamento vitale. Prima della costruzione della nuova cattedrale a Compostela era possibile fare il rito dell’abluzione all’ingresso laterale attuale di sinistra nel ruscello che ancora oggi scorre sotto la chiesa.

A tavola coi pellegrini
Di fatto il pane ed il vino sono, come spesso si trova nei documenti, gli alimenti del pellegrino. Il libro V del Codex Calixtinus ricorda «pane di frumento», «pane di segala» e i vini, senza nome preciso, delle zone attraversate. Si menzionano anche «carne», «pesce», «sidro» ed altro, anche se non si può parlare di prescrizioni alimentari precise per il pellegrinaggio, visto che si attraversano zone diverse per produzioni e usi alimentari.
Il pane fa parte della narrazione di miracoli jacobei (una donna, che negò il pane ad un pellegrino, trovò pietre sotto la cenere in cui stava cuocendo il suo pane), perché a partire dall'anno Mille era in corso una rivoluzione alimentare: da un regime tipico dei regni barbarici basato sul consumo di carne, si passa ad uno con il pane alimento base, grazie alla ripresa dell’agricoltura.
Anche il consumo di vino è particolarmente diffuso nel Medioevo: Abelardo non proibiva di «bere a sazietà» neppure alle monache di Eloisa (Lettere). Del resto l’ubriachezza non era un peccato grave, ma veniale : ne "I miracoli di Nostra Signora" (opera di Gonzalo de Berceo della prima metà del XIII secolo) si narra di un monaco che aveva alzato troppo il gomito e che, nonostante fosse «scivolato nel vizio del bere», meritò ugualmente di essere aiutato dalla Madonna, che lo salvò dagli attacchi del demonio e «lo prese per mano, lo condusse al suo letto, / lo coprì con il mantello e con il copriletto, / gli aggiustò sotto il capo il guanciale», affinché con una bella dormita smaltisse la sbornia.
Bere vino era una prevenzione igienica; l’acqua poteva essere inquinata e provocare danni; il vino, anche scadente, conteneva un minimo di alcol che lo rendeva asettico.
Pane e vino erano quasi sempre offerti al pellegrino presso gli ospitali e le foresterie delle abbazie. Non era un trattamento standard: in alcuni si riceveva solo il pane, al resto si doveva provvedere da soli.
Boccaccio, nel Decamerone (novella X della VI giornata: Fra Cipolla), ricorda il «calderon d’Altopascio», pentolone collettivo di brodi di carne salata e sminuzzata o di verdura, conditi in vario modo, in cui si inzuppava il pane. La logica del profitto spinge gli albergatori ad usare furberie ed astuzie. Il sermone "Veneranda dies" (I libro del Codex Calixtinus) avverte il pellegrino: allungano il vino con acqua, usano botti dal doppio fondo (vino buono, per l’assaggio, e scadente, da servire), e pesi e misure truccate.


IL CAMMINO NON E' SPAZIO, E' TEMPO! TEMPO DI PROGRESSO, DOVE LA RAGIONE E L'ESPERIENZA INCUBANO LA SAGGEZZA.

In tempi antichi il termine "peregrinare" significava "andare per terre sconosciute", il peregrino era lo straniero; poi il Cristianesimo utilizzò la parola per dargli un connotato religioso "andare in pellegrinaggio ad un luogo sacro".
In ogni caso, ancora oggi, pellegrinare, andare in cammino, fare un cammino, significa partire da casa, chiudere la porta di casa e lasciare tutta la quotidianità "normale" con annessi e connessi dietro di sé, accettando di trovarsi in terre sconosciute, con lingue, usi e costumi diversi, senza sapere dove dormire, mangiare, giorno dopo giorno, confrontandosi con difficoltà quotidiane e con la propria capacità di risolverle, scoprendo se stessi e gli altri, nuovi orizzonti e nuovi rapporti...fino al momento in cui la nostra fisiologia cambia e si esce dai ritmi consueti per acquisire quelli del cammino di lungo corso.
Lo spazio è quello che ci circonda, ma è il tempo che è importante.
Il tempo che ci siamo conquistati per andare in cammino e staccarsi dal nostro tran tran, dai riti e dagli obblighi imposti della società moderna.
Il tempo che abbiamo dovuto penare per vedere il nostro corpo ed il nostro spirito uscire da questa routine e mettersi a riflettere, pensare, sognare, schiarirsi, aprirsi.
Il tempo per se stessi e per gli altri. Solo il tempo lungo del cammino permette tutto questo.
Si può camminare su sentieri tracciati, attrezzati, frequentati, ma si può andare a peregrinare in terre sconosciute, come ai vecchi tempi, quando i cammini segnati non erano altro che semplici idee nella testa di pochi precursori.
E questo lo dobbiamo ai precursori, dobbiamo difendere lo spirito del cammino, del cammino come tempo di riflessione e di scoperta.
Perché il cammino è tempo dove si può riflettere, osservare, incontrare, confrontare ed acquisire coscienza di quello che siamo e di quello che potremmo essere, di quello che facciamo e di quello che potremmo fare.
Il cammino non è di tutti!
Il pellegrinaggio è di tutti: paghi la quota, prendi un bus, un treno, un aereo e ti portano ai santuari, alle città sante.
Una gita, un'escursione, una scampagnata, un trekking sono di tutti.
Certo un cammino può anche essere un pellegrinaggio o un trekking, se fatto in un certo modo.
Ma mai un cammino può essere business organizzato e chi si nasconde dietro la formula: "il cammino è di tutti" racconta frottole e si difende dal fatto di fare soldi con i viaggi organizzati spacciandoli per cammini. Fare un cammino non è pagare per farsi guidare su un tracciato in gruppo organizzato.
Dov'è la paura dell'incognito che bisogna superare? dov'è la lingua che bisogna cercare di capire per poter nutrirsi, alloggiare, dialogare? dov'è la scoperta dei propri limiti e delle proprie possibilità? dov'è il superamento delle barriere ed il ritrovamento della propria socialità?
Certo si può fare un cammino in coppia, in tre o più persone, ma tutti coloro che hanno fatto questa scelta vi diranno che alla fine ognuno lo aveva vissuto il modo diverso e che se fosse stato solo, forse le cose sarebbero andate in altro modo.
Non sto parlando di chi fa i 100km per il pezzo di carta o di chi saltella in bus o taxi da un albergue all'altro o di chi viaggia con grossa carta di credito e piccolo zaino (e forse neanche quello).
Sto parlando di un cammino che permette al tempo di fare il suo lavoro, di favorire coscienza ed esperienza.
Allora, in questo mondo di tante ideologie e di poche idee, di tanto compromesso trasformista mediatico, spacciare il fatto di organizzare percorsi a pagamento come dei gruppi di coscienza sociale sotto l'egida di un "leader" guida del "movimento" che porterebbe al cambio societale, mi fa ridere.
Se volete davvero cambiare la società, organizzatevi per la rivoluzione!
Le chiacchiere, anche se scritte bene, restano chiacchiere.
Da anni società commerciali organizzano percorsi pagando il capogruppo (Avventure nel mondo per esempio), ma nessuno si permette di mistificarlo sotto la voce "fare il cammino".
Chi ha fatto davvero un cammino sa bene che cosa significa e che cosa porta e merita rispetto.
E non saranno i camaleonti del business turistico religioso a cambiare la natura del cammino perché quella è personale e dipende da ognuno di noi, come la coscienza e l'esperienza che se ne traggono e che producono la saggezza propria a ciascuno e solo sua.
Dai radical-chic ai bigotti di professione, tutti cercano di appropriarsi del cammino, ma di quale cammino?
Di cammini tracciati ne esistono decine in tutto il mondo e con varie destinazioni.
Il cammino di Santiago, dice la gente pensando al camino francés (che è tale solo dopo Puente al Reina), l'autostrada organizzata dove ti portano lo zaino, ti prenotano il letto ed il pasto, ti asfaltano il tracciato perché tutti possano farlo, anche le roulottes, le moto, le auto...dove le chinches (pulci da letto) albergano succhiando sangue ai pellegrini massificati... dove ogni anno i prezzi aumentano di un euro ed ogni 4km in media si trovano albergues e bar alla caccia dei clienti... dove in estate c'è una densità di 4 pellegrini per metro e la corsa ai posti letto...
Un cammino o un tracciato di business organizzato?
Per fare un vero cammino sul "francés" bisogna per forza andarci fuori stagione oppure provare altri percorsi, ché ce ne sono ovunque.
La scelta di andare in cammino è personale e libera e lo spirito del cammino lo si conquista facendolo, non vendendo fumo, che siamo vecchi del mestiere e pellegrini non per caso. Buon cammino a tutti
PS: Dopo questa esperienza, la prossima volta che sentirò utilizzare il termine “pellegrino” in maniera commerciale mi indignerò ancora di più!
Si, perché i pellegrini sono gente tosta.
Innanzitutto, loro VANNO, questa è la loro caratteristica principale e già questo aspetto li eleva rispetto al resto del mondo che normalmente è FERMO.
Inoltre, è il modo che hanno di ANDARE da rispettare ulteriormente: loro camminano, lenti, silenziosi, imperterriti. Camminano con il sole e con la pioggia, con scarpe tecniche e con sandali, su strade battute e nel fango, in condizioni favorevoli e avverse, camminano sempre.
E lo fanno sottovoce, a testa bassa, senza annunci, senza pubblico né avversari.
E hanno sempre un sorriso pronto per chiunque, un augurio e un saluto incoraggiante.
E non pagano per andare o farsi guidare.
Qualità rare e notevoli, specie in questi tempi. Ode ai pellegrini!





PELLEGRINI CELEBRI (lista non esaustiva)

IX-X secolo:
Alfonso II il casto: Primo pellegrino a venire ad onorare la tomba dell’apostolo Giacomo. Era re delle Asturie. Avvertito della scoperta dal vescovo Teodomiro, si rende immediatamente sul posto con tutta la sua corte, come afferma lui stesso in un documento datato 834 d.C. Sopra il sepolcro di marmo, fa’ edificare un piccolo santuario “di pietra e di argilla”.(9)
Gotescalco: Vescovo del Puy en Velay, è il primo personaggio celebre e primo pellegrino francese, di cui il viaggio a Compostella nel 951 sia attestato da un manoscritto del X secolo. (1)(3)(4)(5)(8)(9)(10)(11)
Fernan Gonzales: Fondatore della Castiglia, questo conte fece il pellegrinaggio nel 956 in compagnia di don Damiano, il primo abate del monastero di San Pedro de Cardeña de Burgos. (3)(8)
Caesarius: abate del monastero catalano di Santa Cecilia di Montserrat, si mette in cammino per Compostella verso 959. (9)
Raymond II: conte di Rouergue e marchese di Gothia è assassinato dai saraceni nel 961 nel nord della Spagna sulla strada di Santiago. (9)(11)
Simeone d'Armenia: eremita, si rende a Compostella nel 983. (5)(8)

XI secolo:
Roger I de Mosny: cavaliere normanno, effettua il pellegrinaggio nel 1034. (3)(8)
Guglielmo il conquistatore: Si rende sulla tomba di san Giacomo nel 1063, tre anni prima della battaglia di Hastings. (3)
Hugues de Chalon: giovane vassallo dei conti di Borgogna, è morto nel 1078 partendo per visitare la tomba di Santiago. (1)

XII secolo:
Guido di Borgogna (papa Callisto II): Prendendo alla lettera le parole del Codex Calixtinus (di cui per lungo tempo gli fu accordata la paternità), la leggenda racconta di un suo pellegrinaggio a Compostella nell’adolescenza per raccogliere i miracoli di san Giacomo. Eletto arcivescovo di Vienna nel 1108, si recò lo stesso anno a Santiago in occasione della morte di suo fratello Raimondo, padre del futuro Alfonso VII. Eletto papa nel 1119 a Cluny, trasformò nel febbraio 1120 il vescovato di Compostella in arcivescovato. Fu l’unico papa espresso dalla allora potente organizzazione monastica cluniacense. (1)
Roberto Frances: Cognato di Callisto II, andò a Compostella nel 1119. (8)
Petronilla: Appare su un cartolario di una abbazia della zona di Tours come la prima donna pellegrina. Vi si dice che lei, moglie di un certo Pierre, desiderando andare a Santiago, rinunciò ai suoi possedimenti per farne dono all’abbazia di Noyers nel 1120. (10)(11)
Mathilda: Figlia del re d’Inghilterra, Enrico I, e vedova dell’imperatore tedesco, Enrico V, andò a Compostella nel 1125. (3)(8)(9)
Hugues II (detto di Borel): Conte di Borgogna, visse a Compostella ai tempi del vescovo Gelmirez. Fece anche un altro viaggio verso 1130. (1)
Pons de l'Héras: E’ certo che Pons de l'Héras prese nel 1132 il bastone da pellegrino per espiare una vita passata tra saccheggi e bagordi. Alcuni frammenti di una cronaca raccontano questo pellegrinaggio espiatorio. L'autore sarebbe Arnaud du Pont, amico e confidente dell'Héras. (11)
Aymeric Picaud: A lungo ritenuto l’autore della “guida del pellegrino”, ne avrebbe in realtà redatto solo i 22 miracoli verso il 1135 (che poi furono attribuiti a papa Callisto II e ripresi nel Codex Calixtinus). Questo supposto canonico agostiniano del priorato di Parthenay-le Vieux, dipendenza di Vézelay, è l’autore presunto di un canto di pellegrini che finisce con “ultreia esus eia”. (1)(4)(9)(10)(11)
Guglielmo X: Duca d'Aquitania, padre di Eleonora, morì il venerdì santo, 9 aprile 1137, a 38 anni, folgorato davanti all’altare della cattedrale di Santiago al termine del suo pellegrinaggio a Compostella. (1)(3)(9)(10)(11)
Alfonso VIII: Andò a pregare a Compostella nel 1138 dopo aver fatto la pace con il Portogallo. (8)(9)
Alfonso Jourdain: Figlio di Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Toulouse, e nipote di Alfonso VI, va a Compostella nel 1140. (9)
Luigi VII: Risposatosi con Costanza, figlia del re di Castiglia, Alfonso VII, è il solo re di Francia ad aver compiuto il pellegrinaggio di Compostella (tra ottobre 1154 e gennaio 1155). (1)(3)(7) (8)(9)(10)(11)
Gilbert di Montgomery: Nel 1170, mentre si preparava a partire come pellegrino a Santiago, ebbe una visione nella notte precedente alla partenza che gli imponeva di passare prima dall’abbazia di Saint-Père di Chartres, cosa che fece, sia all’andata che al ritorno, un anno più tardi. (6)
Guglielmo: Arcivescovo di Reims, andò a Compostella nel 1192. (9)
San Domenico: Si sarebbe recato a Santiago alla fine del XII secolo. (9)
Santa Bona di Pisa: Nata a Pisa verso 1156, decise di consacrare la sua vita ad accompagnare i pellegrini verso Compostella per aiutarli a superare i pericoli incontrati sulla strada. Portando una catena di ferro come cintura e spesso scortata da San Giacomo in persona (dicono i suoi biografi), avrebbe compiuto nove pellegrinaggi. Sarà la santa patrona delle guide e delle hostess di volo. (9)(11)
Facio di Cremona: Alla stessa epoca, sarebbe andato 18 volte a Roma ed altrettante a Compostella. (9)

XIII secolo:
Alfonso IX: Re di Leon, assiste alla consacrazione della cattedrale di Santiago nel 1211. (9)
San Francesco d'Assisi: Secondo alcuni biografi molto controversi, sarebbe andato a Santiago nel 1213. Ma frate Francesco fu davvero pellegrino alla tomba di san Giacomo apostolo? Se prendiamo in mano le Fonti Francescane, prezioso volume che raccoglie gli scritti di Francesco d’Assisi, le prime biografie su di lui, cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano, troviamo solo qualche vago accenno. Intanto, secondo la ricostruzione storica, il viaggio sarebbe avvenuto tra il 1212 e il 1215, ossia ai primissimi anni della fraternitas francescana, quand’essa non è che un minuscolo e vivace gruppo di uomini che si muove in libertà al passo del Vangelo. Secondo il primo biografo del Santo, fra’ Tommaso da Celano, Francesco nei primi anni dopo la sua conversione, desideroso di martirio, tenta invano di raggiungere la Siria (1211?), quindi il Marocco attraverso la Spagna (fra il 1213 e il 1215), ma non ci riesce: questa è la cronologia riportata dalle Fonti Francescane (p. 15). Comunque, se non lo stesso san Francesco, i primi suoi compagni arrivarono assai presto ad limina sancti Jacobi. «Allora frate Bernardo con frate Egidio si incamminò verso il santuario di San Giacomo; san Francesco invece con un altro compagno scelse un’altra località; gli altri quattro, a due a due, si incamminarono verso le altre direzioni» (VbF 30: FF 368). Vien da dire che da subito, quando ancora erano meno di dodici, prima ancora di recarsi a Roma da papa Innocenzo III per l’approvazione del loro propositum vitae (1209), Santiago era nel cuore di Francesco e dei suoi frati. (fra’ Giovanni Voltan Ofm Conv - Bollettino dell’Associazione “Amici di Santiago sulle antiche vie dello Spirito”; Via San Giacomo 17- Monselice- Padova).
Jehan de Brienne: templario, re di Gerusalemme, prese il bastone da pellegrino a Tours il 3 marzo 1224. Ma non arrivò a Santiago perché si sposò a Burgos con doña Berenguela, figlia del re Alfonso IX. (3)(6)(8)
Sancho II: re del Portogallo, si recò a Compostella nel 1244. (9)

XIV secolo:
Geoffroy Cocatrix: Verso 1321, questo grande borghese di Parigi offre alla cattedrale di Compostella un reliquario con un dente di san Giacomo. Si suppone che, in quanto membro della confraternita jacobea parigina, abbia fatto parte del pellegrinaggio di Carlo di Valois. Questa reliquia è ancora conservata nel Tesoro della cattedrale. (11)
Santa Isabella del Portogallo: Nipote di Federico II, fece il viaggio a piedi tra il Pico Sacro e la basilica di Compostella nel 1325. (3)(8)
Santa Brigitta di Svezia: Avendo sentito la necessità di convertirsi ad una vita totalmente spirituale, parte per Santiago nel 1341 con il marito, Wolfgang di Nericia, avendo fatto voto di castità. Canonizzata già nel 1391, solo 18 anni dopo la morte, quella che si soprannominava «la pellegrina delle pellegrine» fu dichiarata co-patrona dell’Europa da papa Giovanni Paolo II nel 1999. (1)(3) (7) (8) (11)
Nicolas Flamel: ricco mercante parigino, alchimista, sarebbe riuscito a fabbricare dell’oro e dell’argento dopo un pellegrinaggio a Compostella nel 1378. Avrebbe riprodotto poi il suo sapere e le figure che aveva studiato nel corso del suo pellegrinaggio nel carniere del cimitero degli Innocenti e sul portale della chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie a Parigi. (1)(3)(8)(10)(11)
Don Carlos: Liberato su ordine di Carlo VI dopo essere stato imprigionato in Normandia su istigazione di suo padre, Carlo II re di Navarra, l'infante don Carlos (Carlo di Navarra) torna in Spagna nel 1381 per compiere il pellegrinaggio a Santiago come ringraziamento, ritrovare la sua sposa, Eleonora di Castiglia ed anche tentare di riconciliare le Corti di Francia, di Castiglia e di Navarra. (11)

XV secolo:
Jean di Werchin: Questo cavaliere parte nel 1402 con lo scopo di «battagliare» lungo tutto il percorso in onore della sua dama. Morirà nel 1415 a Azincourt. (1)
Jacques Brente (il primo pellegrino nero): Gli archivi del regno d’Aragona conservano una copia del salvacondotto rilasciato dal re Ferdinando I nel 1415 a un certo Jacques Brente, canonico delle Indie del prete Jean, venuto dall’Etiopia in pellegrinaggio a Santiago di Compostella. «Poiché non conosce la lingua delle genti del nostro paese e poiché è nero del colore degli Etiopi, teme che gli facciano subire tormenti fisici o morali “. (11)
Margery Kempe: Questa vedova inglese decide nel 1417 di superare i preconcetti e di partire sola, dopo la morte del marito. Esaltata, ha delle visioni e vive delle spettacolari crisi mistiche che inquietano quelli che le stanno intorno. Al momento dell’imbarco a Bristol, alcuni passeggeri rifiutano di lasciarla salire a bordo per paura che porti sfortuna alla nave. Finalmente la lasciano imbarcare a condizione che, se succede una tempesta, la colpa sarà sua e sarà gettata a mare. Per sua fortuna, il tempo è clemente e l’inglese arriva a Santiago sette giorni dopo la partenza da Bristol. Margery lasciò un manoscritto del suo periplo (pubblicato nel 1436-1438), che sarà ritrovato solo nel 1934 e che costituisce a tutt’oggi uno dei più antichi racconti di pellegrinaggio. (10)(11)
Nompar di Caumont: Questo signore compie un viaggio a Compostella dal 8 luglio al 3 settembre 1417. Nel racconto del suo viaggio a Nostra Signora di Finibus Terrae (Finisterra) spiega in dettaglio la leggenda dell’impiccato che ha sentito raccontare a Santo Domingo de la Calzada. (1)(8)(9)
Nicod di Mentone: Ciambellano del duca di Savoia, parte in pellegrinaggio a Santiago (ma anche al matrimonio di Filippo il buono con Isabella del Portogallo) nel 1429. La sua lettera credenziale dà uno scorcio realista di quello che rappresenta Compostella per un nobile del XV secolo. (1)
Vont Eyck: Il celebre pittore si reca a Compostella nel 1430. (5)
Jacques di Montmayeur (Arles): Prima del 1433, questo giovane conte, la cui famiglia è al servizio del duca di Savoia, è andato a «visitare il soglio di san Giacomo e, imbarcatosi sulla flotta del re di Castiglia, condusse a sue spese un gran numero di nobili valorosi a combattere gli infedeli» (1)
Sebastiano Ilsung: Patrizio, consigliere e cavaliere, membro di un'importante famiglia d'Augsbourg, intraprende il viaggio nel 1446-1448, accompagnato da un araldo a cavallo vestito della livrea dei Savoia, con lo scopo principale di incontrare un massimo di dignitari. Nel suo racconto del viaggio, ornato di disegni colorati con piuma d’oca, racconta la leggenda dell’impiccato, il suo ricevimento a Compostella e la sua visita a Nostra Signora di Finisterra e a Muxía. (1)(11)
Jorge Ehingen: Tra il 1454 ed il 1458 il cavaliere svevo Jorge Ehingen visita Gerusalemme, l'Asia Minore, la Spagna e Compostella, il Portogallo, l'Inghilterra e la Scozia. Pellegrino alla sua maniera, concilia il piacere di viaggiare e la volontà di mettersi al servizio dei principi cristiani nel loro combattimento contro gli infedeli.
William Wey: Britannici, Fiamminghi e Scandinavi prendevano le vie marittime per recarsi a Compostella. Fa' così anche l’inglese William Wey per andare in Galizia nel 1456. Partito da Eton, vicino a Windsor, imbarca a Plymouth, in Cornovaglia, all’età di 49 anni. Più tardi andò anche a Roma e poi a Gerusalemme. Scriverà di questi tre pellegrinaggi uno dei resoconti più completi che ci restano oggi da parte d'un pellegrino inglese, in basso latino e vecchio inglese. (Biblioteca nazionale di Francia, http://gallica.bnf.fr/ - pag. 153 e seg.) (11)
Peter e Sebald Ritter: Nel 1462 Sebald Ritter, mercante di Nuremberg, va in pellegrinaggio a Compostella sulle orme del padre, Peter, partito nel 1428. Una tradizione familiare di pellegrinaggio si installa, come fu spesso il caso tra la Spagna e i nobili dell’Europa del Nord. (11)
Maria d'Anjou: Madre di Luigi XI, compie il pellegrinaggio in nome e per conto del figlio nel 1463. (7)
Leon di Rozmital: Il 25 novembre 1465, questo signore ceco parte da Praga con gran corteo per un lungo viaggio attraverso l’Europa. L’occasione di questo viaggio diplomatico, volto a creare una alleanza di paesi europei contro la minaccia ottomana, gli permise anche di fare del turismo culturale ...e dei pellegrinaggi. Ritornò nel febbraio 1467. (1)(2)(3)(8)(11)
Margherita di Wurtemberg: Duchessa di Savoia, zia di Luigi XI, fece il viaggio di Compostella nel 1466. (1)(7)
Eustache de la Fosse: Tra 1479 e 1481, questo mercante di Bruges compie un viaggio nel sud dell’Europa per il suo commercio. Il suo periplo lo condurrà fino in Africa e si terminerà con un pellegrinaggio a Santiago. Ne scriverà un racconto dettagliato con tutte le sue avventure. (11)
Marc Gomboust: Notaio a Villepreux (Yvelines- periferia di Parigi) nota nei suoi registri la data della sua partenza: «L’anno 1484, il lunedì 17esimo giorno di maggio...» (1)
Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia: Prima di aver terminato la Reconquista (nel 1492) ed organizzato l'Inquisizione, i re cattolici compiono nel 1486 il pellegrinaggio in Galizia. Compostella gli deve la ricostruzione dell’ospedale e la creazione di una confraternita. (1)(3)(5)(8). Nel 1474 la regina doña Isabel di Castiglia era venuta in pellegrinaggio a San Juan de Ortega per implorare l’intercessione del santo eremita per avere un figlio maschio. (11)
Jean de Tournai: Questo borghese di Valenciennes compie nel 1487-1489 un triplo pellegrinaggio a Gerusalemme, Roma e Santiago con suo fratello, l’abate Guillaume Blondrie, ed altri compagni. Il suo resoconto pieno di vita trasforma il lettore in compagno di strada. (1)(2)(10)(11)
Martyr, vescovo d'Arzendjan: Questo monaco armeno lascia il suo romitaggio di San Ciriaco per Roma il 29 ottobre 1489. Ne riparte il 9 luglio 1491 munito di lettere di raccomandazione del papa. Si dirige verso Parigi passando da Costanza e Colonia, poi va in Galizia «alla fine del mondo». Il 22 dicembre è in cammino sulla via di Etampes. Resterà 84 giorni a Compostella e visiterà Santa Maria di Finisterre. Avrà percorso più di 20000 km, in gran parte a piedi. (2)(10)(11)
Hermann Künig von Vach: Monaco servita di Maria, questo pellegrino tedesco si rende verso 1490 da Einsiedeln a Compostella. Pubblicherà nel 1495 a Strasbourg il racconto in versi del suo pellegrinaggio. Molto implicato nel benessere dei pellegrini, stabilisce un conto preciso delle leghe tra ogni tappa, ne indica certi ospizi e albergues, ne sconsiglia altri e segnala le acque non potabili. (1)(2)(3)(9)(10)(11)
Jérome Münzer (alias Hieronymus Monetarius): Medico a Norimberga, si rende in Spagna nel 1494 dopo una epidemia di peste. A Compostella copia una versione antica della Cronica di Turpino e scrive il resoconto del suo viaggio nel manoscritto “Itinerarium hispanicum Hieronymi Monetarii” .(1)(2)(11)
Arnold von Harff: Nel XV secolo il mondo cavalleresco intrattiene dei legami stretti con il viaggio, soprattutto religioso. E’ buona norma per i cavalieri tedeschi intraprendere un Ritterfarht, che spesso sembra un pellegrinaggio. Giovane nobile, originario di Colonia, parte nel 1496, dopo la presa di Granada, attraversa l'Europa ed il Medio-Oriente, visitando numerosi santuari tra cui il Mont Saint-Michel (da dove raggiunge Parigi passando da Dreux), Roma, Gerusalemme e Compostella. Ne ha redatto un documento molto vissuto. (1)(2)(8)(9)(10)(11)

XVI secolo:
Antoine di Lalaing: Ciambellano di Filippo il bello, lo accompagna nel febbraio 1502 quando questi rende visita a sua suocera, Isabella la cattolica. Nel corso del viaggio, lascia il corteo reale con due compagni il 19 febbraio a Burgos per andare a Compostella, dove arrivano la sera del 5 marzo. Ha scritto un breve racconto del suo pellegrinaggio. (1)(2)(3)
Jean Taccoen, sire di Zillebeke: Il 18 marzo 1512 questo ricco Baglivo di Comines si imbarca a Nieuport, raggiunge la costa galiziana vicino a la Coruña e va a Compostella a piedi. Come «era anno santo, c’erano tanti pellegrini che non si trovava alloggio» scrive nel suo” libro di viaggi”. (2)(10)(11)
Heinrich Schönbrunner: parte per Compostella nel 1531. Lascia un racconto del pellegrinaggio nel suo diario. Menziona le reliquie di San Martino a Tours. (1)
Andrew Boorde: Medico dell’alta società inglese, ma anche monaco certosino, racconta i suoi numerosi viaggi nella più antica guida inglese di viaggio attraverso l'Europa, intitolata” Il primo libro della conoscenza”, in cui descrive i suoi due pellegrinaggi a Compostella, il primo nel 1532, il secondo (più o meno costretto e forzato) qualche anno dopo. (11)
Bartolomeo Fontana: Figlio di un mercante della repubblica di Venezia, curioso ed entusiasta, impregnato di fede autentica, parte il 19 febbraio 1539 per Santiago. Il 29 aprile arriva a Mulhouse ed il 24 giugno a Perpignano dove passa il colle del Perthus. Arriva a destinazione il 18 settembre dopo una sessantina di giorni di viaggio di cui scriverà un resoconto nel 1550. In cammino, visita numerosi santuari per venerare le reliquie presenti. (1)(10)(11).
Filippo II: Nel 1554 si confessa e riceve la comunione in quanto pellegrino a Santiago, prima di partire a Winchester a sposarsi con la regina d’Inghilterra. (3)(4)
Elisabetta di Valois: Parecchi biografi raccontano il suo viaggio attraverso i Pirenei quando, appena quindicenne, parte per raggiungere ai primi di gennaio del 1560 il suo futuro sposo, Filippo II di Spagna. Presa in una tempesta di neve, si salva e riceve ospitalità nel monastero di Roncisvalle dove 400 pellegrini sono presenti in questo inizio d’anno. (11)

XVII secolo:
François di Vic: Gli archivi della città di Auch conservano la copia d'un testamento d'un certo François de Vic partito per Santiago nel 1606 dopo aver passato 9 anni nelle galere turche. (11)
Jakub Sobieski: Nel corso dei secoli, la Polonia si è affermata come fedele seguace della Chiesa latina occidentale, inducendo molti dei suoi abitanti a lanciarsi nel pellegrinaggio ad sanctum Jacobum. Il più conosciuto fu Jakub Sobieski, partito a 21 anni per Santiago, nel 1611. (11)
Christoph Gunzinger: Nel 1654 questo austriaco, professore di filosofia e prelato della cattedrale di Wiener Neustadt, prende la strada di Santiago per compiere la promessa che aveva fatto in gioventù, 34 anni prima, quando guarì dalla febbre bevendo acqua da una conchiglia di san Giacomo. (11)
Domenico Laffi: Prete bolognese che fece 3 volte il viaggio nel 1666, 1670 (con Domenico Codici, un amico pittore) e 1673. Nel 1676 pubblica «Viaggio in ponente a San Giacomo di Galitia e Finisterrae per Francia e Spagna». (9)(10)(11) NB: a lui è dedicato l’albergue di Burgo Ranero, perché fu il solo a parlare di questo pueblo.
Cosimo III de Medici: granduca fiorentino, intraprende un lungo periplo attraverso l'Europa che lo porterà a Padron e Santiago. Il piissimo principe cerca così di prendere le distanze dalla giovane moglie, Margherita Luisa d'Orléans, troppo frivola per i suoi gusti. Arriva alla cattedrale nel 1668 con un seguito di 40 persone. (4)(5)(11)

Georges Martin: Nel 1680, a volte prete, a volte musicista, parte da Rouen in pellegrinaggio a Compostella seguendo la via Turonensis (di Tours), chiamata anche «Grande cammino selciato di pellegrini». Ne racconta le piccanti avventure, tra cui una sventurata nei pressi di Valladolid, che gli impedirà di arrivare a Compostella. (11)
Jacques Lemaire: Verso 1685, all’età di 18 anni, parte da Lille per un pellegrinaggio marittimo. Catturato dai corsari algerini, riesce a scappare 3 anni dopo e sua madre morirà d’emozione nel rivederlo. (1) (10)(11)

XVIII secolo:
Guglielmo Manier: Sarto piccardo nato nel 1704 prende il cammino di Compostella con tre compagni, Hermand, Delorme e Vaudry, come lui presi dalla stessa voglia, il lunedì 26 agosto 1726. Arriveranno il 1 novembre. Scriverà le sue memorie 10 anni dopo, raccontando con humour le avventure e gli eccessi di quattro giovani poco frenati dagli scrupoli religiosi. (1)(9)(10)(11)
Nicola Albani: avventuriero napoletano, viaggia tra il 1743 e 1745, visitando i principali luoghi santi, facendo delle deviazioni a causa della pestilenza in corso, attraversando regioni toccate dalla guerra. Il suo racconto è uno dei più palpitanti che ci siano pervenuti, tanto più che è illustrato con acquarelli ed acqueforti. (10)(11)
Jean Bonnecaze: Nel 1748 questo giovane Bearnese di 22 anni scappa nella notte, contro il parere dei suoi genitori, per prendere la strada di Santiago. Di debole costituzione fisica, rischia di morire molte volte al bordo del cammino, ma contro ogni previsione, dopo molteplici peripezie, arriva a Compostella prima dei suoi compagni. Al suo ritorno ritrova i suoi genitori che lo credevano morto e sepolto. Diventato curato, vivrà fino a 78 anni e redigerà un resoconto appassionante della sua epopea. (1)(10)(11)
Jean Planté: Questo lavoratore, nativo di Billère, ricevette a Pau il 19 giugno 1748 un lasciapassare dalle mani del Marchese di Lons, luogotenente generale del re in Béarn, «per andarsene a San Giacomo di Galizia in Spagna in pellegrinaggio», malgrado gli editti del re e molte reticenze da parte della Chiesa. (11)
Jacques-Louis Ménétra: Membro della corporazione francese dei vetrai, partì da Toulouse con altri due membri nel 1763. Dopo Saint Jean Pied de Port, al momento di entrare nel paese basco spagnolo, fecero marcia indietro per tornare a Bayonne, spaventati dai racconti e dall’aspetto di altri membri della corporazione che tornavano dal pellegrinaggio. (1)
San Benedetto-Giuseppe Labre: Primo di 15 figli di un agricoltore d'Arras, passa la sua vita sulla strada, visitando numerosi santuari in Europa occidentale. Nel 1773 compie un pellegrinaggio a Compostella. La sua mancanza d’igiene personale ed i vermi che gli attaccavano le carni sono diventati proverbiali. Canonizzato nel 1881, sarebbe il santo degli scapoli (?!), dei mendicanti, dei pellegrini e degli itineranti.
Jean-Pierre Racq: Nato nel maggio 1769 da una famiglia di contadini poveri del villaggio bearnese di Bruges, in mezzo a questo popolo delle campagne profondamente ancorato alla pratica del pellegrinaggio, parte per Santiago appena ventenne. Scriverà un itinerario succinto, ma istruttivo per i futuri pellegrini. (11)

XIX e XX secolo:
André Mabille de Poncheville: Giornalista a “La voix du Nord” ed a “La libre Belgique”, e poeta, amico di Verhaeren, di Maurois e di Bernanos, fece nel 1927-1928 il pellegrinaggio in un’epoca in cui più nessuno andava a Compostella. (1)
Charles Pichon: Giornalista a “l'Echo de Paris”, presidente del comitato France-Espagne, organizza nel 1938 il primo grande pellegrinaggio francese a Santiago. (1)
Maresciallo Philippe Pétain: Ambasciatore di Francia in Spagna nel 1939-1940, va a Compostella. Nel 1943 offre solennemente un ciborio per il pellegrinaggio dell’ambasciatore di Francia in Spagna. (1)
Monsignor Joseph-Marie Martin: Cappellano degli studenti a Bordeaux, organizza un pellegrinaggio a Compostella nel 1935. Arcivescovo di Rouen, partecipa nel 1954, primo anno santo del dopoguerra, con il cardinale Feltin, arcivescovo di Parigi, alle cerimonie del 25 luglio a Santiago. (1)
Cardinal Maurice Feltin: idem come sopra
Monsignor Henri Branthomme: Uno dei pionieri del rinnovamento dei pellegrinaggi in Francia del dopo guerra, organizza nel 1949 il primo grande pellegrinaggio a Compostella. (1)
René Frottier, marchese de La Coste-Messelière: Uno degli eruditi francesi che più si è interessato a Compostella dopo la seconda guerra mondiale. Presidente della Société des Amis de Saint Jacques (società degli amici di san Giacomo), crea negli anni ‘80 il Centre d'études compostellanes (centro studi compostellani). Dal 1951 alla morte nel 1996 è spesso presente sui cammini. Nell’occasione del Giubileo del 1965 inizia un gran pellegrinaggio a cavallo sull’insieme della rete dei cammini francesi. (1)(11)
Edmond-René Labande: Co-fondatore del “Centro studi superiori di civilizzazione medievale” di Poitiers nel 1954, ha cercato di capire il pellegrino medievale a partire dalla sua propria esperienza pellegrina. A lui il merito di aver ristabilito un certo numero di verità. (1)
Marie Mauron: Donna in lotta, vicina ai repubblicani spagnoli, ha fatto il viaggio di Compostella nel 1955. Ne ha lasciato una relazione toccante e sconvolgente dello stato della Spagna del dopo guerra. (1)
Pierre Barret: Giornalista a “l'Express” e a “Europe 1” ha fatto nel 1977 il pellegrinaggio a piedi da Vézelay a Santiago con Jean-Noël Gurgand. Hanno pubblicato l’anno dopo il libro in due parti «Priez pour nous à Compostelle (pregate per noi a Compostella)» (1)
Jean-Noël Gurgand: idem come sopra
Papa Giovanni Paolo II: Pellegrino a titolo personale nel 1982, lanciò da Compostella un appello all’Europa perché ritrovi le sue “radici cristiane”. Nel 1989 ci convoca le giornate mondiali della gioventù. (1)(5)(11)
Paulo Coelho: Intraprese il suo pellegrinaggio nel 1986. Da questo viaggio iniziatico, di cui racconta le tappe nel suo libro “diario de um mago”, esce convinto che “lo straordinario si trova sul cammino della gente comune».
Shirley Mac Laine: Nel 1994, a più di 60 anni, l’hanno incontrata facendo il cammino, confusa tra gli altri pellegrini, per affrontare una crisi personale. Integrando la sua iniziativa nel quadro delle sue molte esperienze spirituali, racconterà poi una visione singolare del suo pellegrinaggio nel libro «Il cammino, un viaggio spirituale». (4)
Anthony Quinn: Ha percorso il cammino nel 1999 prima di girare la serie su questo tema con Antena 3 in Spagna (4)

XXI secolo:
Nel breve scorcio di questo secolo, il rinnovamento dei cammini e delle vie di pellegrinaggio, grazie al contributo spesso volontario degli apripista e precursori, ha visto molta gente “comune” e qualche “famoso” percorrere questi itinerari. Uomini politici, scienziati, giornalisti, attori, sportivi di alto livello, comici, cantanti, miss e star di vario genere. Chi di nascosto, mescolato alla gente, chi facendolo sapere e tirando fama e profitto da questa esperienza, seguito come un’ombra da cameramen o da nugoli di “ammiratori”. Per quelli che fanno accoglienza negli albergues, anche i famosi sono pellegrini normali e ricevono lo stesso trattamento; ma spesso non frequentano gli stessi luoghi di accoglienza nostri e camminano poco...! Non penso sia mio compito contribuire a far pubblicità a quanti la cercano sui cammini, ma ho ritenuto necessario citare quelli che hanno davvero avuto un impatto sostanziale sulla realtà della frequentazione.
Kim Hyo Sun: inquieta giornalista della Corea del Sud che rimase colpita dal suo primo cammino di Santiago, decise di raccontare la sua esperienza in un libro che si é venduto a più di centomila copie. L’opera, un’ode alla fraternizzazione tra persone di differenti culture, ebbe buona accoglienza e le permise di scriverne altri due. «Il Camino mi ha dato una visione più aperta del mondo, la prima volta che lo feci incontrai pellegrini di 35 nazionalità diverse e questa è un’esperienza che arricchisce molto». La scrittrice ha fatto 4 volte il cammino, due sul francés, una per la Vía de la Plata e l’altra per il Camino Portugués. I suoi libri hanno diffuso il cammino delle stelle in Corea, un paese a maggioranza buddista, ma che conta una minoranza importante di cristiani. La fiamma di Santiago si è estesa talmente che in pochi anni i suoi compatrioti sono diventati uno dei contingenti più importanti di pellegrini e continuano a crescere di numero. I dati statistici dell’Oficina del peregrino di Santiago contano 18 pellegrini coreani nel 2004, 24 nel 2005, 84 nel 2006. Nel 2007 furono 449 e 2493 nel 2012 e continuano a crescere...
Hape Kerkeling: L’umorista e presentatore televisivo tedesco racconta come il Camino de Santiago gli cambiò la vita "in meglio" nel suo libro di successo, 4 milioni di copie vendute e tradotto in varie lingue. Dopo aver percorso 800 km durante 6 settimane sul camino francés, l’autore afferma che quando fece il cammino (nel 2001) la cosa peggiore fu la solitudine, la migliore furono i grandi amici. Decise di fare questo cammino, dopo aver sofferto per un’operazione chirurgica ed applicò la massima: “cercare la propria felicità cercando se stesso”. Fu un viaggio interiore, duro, però meraviglioso. Durante il cammino scrisse un diario che è la base del suo libro dal titolo “Ich bin dann mal weg” e che fu il detonatore dell’aumento dei pellegrini tedeschi dal 2007 ed anni seguenti. Nel 2001 i pellegrini tedeschi erano 3693; nel 2004, anno santo, 6815, nel 2005 = 7155, nel 2006 = 8097, nel 2007 furono d’un colpo 13837 ed oggi arrivano a 15-16000 ogni anno.
The way- Il cammino per Santiago: film del 2010 scritto e diretto da Emilio Estevez, che attinge all’opera “Off the Road: a Modern-day Walk Down the Pilgrim's Route into Spain” di Jack Hitt. Risultato della collaborazione tra Emilio Estevez ed il padre Martin Sheen per omaggiare e promuovere il Cammino di Santiago, è dedicato al nonno, Francisco Estevez e rappresenta anche un ritorno della famiglia Estevez alla terra di origine (la Galizia). Il padre dell’attore e nonno del regista, infatti, nel 1914 emigrò da Salceda de Caselas per gli Stati Uniti. L’uscita del film negli States nel 2011 ha provocato un’ondata di arrivi di pellegrini americani nel 2012. Erano nell’anno santo 2004 = 2028 pellegrini; nel 2005 = 2047; nel 2006= 1909; nel 2009 = 2540; nell’anno santo 2010 = 3334; nel 2011 = 3726. Nel 2012 hanno raddoppiato= 7071 pellegrini!
Per concludere, vorrei ricordare che chi ha davvero reso possibile riaprire i cammini sono gli amici del cammino delle varie località, gente normale, volontari che hanno speso tempo ed energie per studiare, organizzare e propagandare questi itinerari. Voglio ricordare soprattutto gli amici del cammino dell’associazione dei Pirenei Atlantici che da 25 anni svolgono opera di segnatura, riscoperta e divulgazione di vecchi e nuovi cammini e di accoglienza a saint Jean pied de port, porta francese sul cammino principale da cui passano più di 40000 pellegrini ogni anno.
FONTI :
(1) « Dictionnaire de saint Jacques et Compostelle » de Denise Péricard-Méa et Louis Mollaret (2006) éditions Jean Paul Gisserot.
(2) « Pierre Plumé, Gilles Mureau, Jehan Piedefer, chanoines de Chartres, pèlerins de Terre Sainte et de Galice » par Humbert Jacomet (1996) dans les bulletins n° 48-49-50 (et leur supplément de pièces justificatives) de la Société Archéologique d'Eure-et-Loir
(3) Peregrinos ilustres «el camino de Santiago: Arte y misterio» Ma Emilia Gonzalez Sevilla
(4) caminosantiago.com
(5) gerard-ducamino.com
(6) « Pèlerins de saint Jacques en Région Centre » Denise Péricard-Méa (2007)
(7) « Portraits de reines et princesses en pèlerinage à Compostelle » Denise Péricard-Méa
(8) « El camino de Santiago : Picaros y picaresca en el camino de Santiago » di Pablo Arribas, ex presidente degli amici del cammino di Burgos- Universitat Jaume (mai 2006).
(9) « Les chemins de Saint-Jacques de Compostelle », MSM, (janvier 2007)
(10) Sophie Martineaud, « Abécédaire des chemins de Saint-Jacques », Rando éditions, (mars 2008)
(11) Sophie Martineaud, « Le livre d'or de Compostelle, Cent légendes et récits de pèlerins du Moyen Âge à nos jours », Bayard, (mars 2004)

MITI E LEGGENDE DEL CAMMINO
* Raccontano che sui fianchi del monte si riunivano i pastori con le greggi per stare insieme e difendersi dalle bestie feroci. Però una notte videro che sulla cima cadevano tantissime stelle, più del normale. Allora salirono su per vedere quello che stava succedendo e fu così che scoprirono una grotta con l’immagine della Madonna. Molto sorpresi, avvisarono la parrocchia e decisero di togliere la statua da lì; però malgrado gli sforzi, non ci riuscivano, come se una forza strana lo impedisse. Allora costruirono un santuario sul posto e decisero di chiamare Estella la città intorno. NB: la versione francese del miracolo dice che nel 950 il vescovo Gotescalco andava in pellegrinaggio a Compostela con alcuni suoi paesani del Puy en Vélay con una statua della Vergine del Puy e che la statua rimase a Estella con alcuni pellegrini coloni. Cento anni più tardi una incursione dei Mori obbligò gli abitanti a nascondere la statua in una grotta sul monte, finché poi la ritrovarono i pastori il 25 di maggio del 1085, giorno della battaglia di Toledo. Il re Sancho, sorpreso per la coincidenza, volle trasferire la statua giù in città, ma non fu possibile perché non voleva. Allora fece costruire una ermita nel monte.

* Si racconta di una fonte, la Fuente Reniega, verso l’Alto del Perdon, dove apparve il diavolo in forma di giovinetto a un pellegrino, arso dalla sete, che stava salendo al passo in piena estate. Il diavolo gli diede la possibilità di rinfrescarsi, se rinnegava Dio, ma il pellegrino rifiutò. Il diavolo tornò alla carica, dicendogli di rinunciare alla Madonna in cambio dell’acqua, ma non ci fu verso. L’ultima offerta del diavolo fu di rinnegare l’Apostolo Santiago. Ma anche questa fu respinta e solo rimase al pellegrino la preghiera a Dio per la sua protezione. Subito il giovinetto diavolo scomparve ed al suo posto sgorgò una fonte che gli permise di calmare la sua sete.

* Secondo quello che racconta questa leggenda, la cosa successe a Obaños, Navarra. La protagonista è una principessa e pellegrina, Felicia de Aquitania, che stava tornando da Compostella e che aveva deciso di rinunciare alla sua vita da nobildonna e di fermarsi ad Amocaín per dedicarsi ai più bisognosi. Suo fratello, il duca Guglielmo, che aveva altre intenzioni per lei, la venne a cercare per farle cambiare idea. Lei non volle tornare con lui e Guglielmo la uccise a colpi di pugnale. Preso dai rimorsi, il Duca si recò a Roma a confessare il suo peccato. La sua penitenza fu di andare in pellegrinaggio a Santiago. Quando tornò, decise di rinunciare al suo status di nobile e di fermarsi a Obaños come penitente nell’ermita della Vergine nel monte Arnótegui. Da quel momento, l’ermita si chiama con il suo nome.

* Siamo a Santo Domingo de la Calzada, La Rioja. Fu nel secolo XIV quando un giovane tedesco di 18 anni stava facendo il viaggio a Compostella con i suoi genitori. Nell’hostal dove pernottavano, lavorava una giovincella che si innamorò di lui a prima vista. Però lui la respinse. Indispettita e per fargliela pagare, lei nascose nella bisaccia del giovane una coppa d’argento e lo accusò di furto. Al mattino, il giovane Hugonell ed i suoi genitori stavano preparandosi per partire quando arrivarono le guardie e verificarono il furto denunciato, trovando la coppa nascosta. Lo dichiararono colpevole e lo condannarono alla forca. I suoi genitori non poterono fare altro che disporsi a partire per pregare per lui a Santiago. Però quando vennero a dare l’ultimo saluto al corpo senza vita del figlio, questi gli parlò e gli disse che era ancora vivo per grazia del Santo. I genitori felici e contenti furono a vedere il magistrato per comunicargli la buona notizia. Questi stava pranzando con piatti a base di pollame e quando sentì quello che gli raccontavano i due tedeschi, si burlò di loro e gli disse: “Vostro figlio è tanto vivo come questo gallo e questa gallina che stavo per mangiare prima che mi disturbaste”. Però in quel momento… il gallo cantò e la gallina si mise a razzolare. NB: questa leggenda è simile a quella di Barcelos in Portogallo

* Quest’altra leggenda è situata a Puente la Reina. Succedeva nel ponte dei pellegrini, edificato per ordine della regina, doña Mayor, sposa di Sancho III el Mayor, nella torre in cui era posta una statua della Vergine. Quando si celebrava qualcosa di importante per la città o per Navarra, racconta la leggenda che veniva un passero (tchori) a bagnarsi le ali nel río e con quelle lavava la Vergine e con il becco la puliva dallo sporco. Questo successe fino al 1834 quando la torre fu abbattuta a cannonate durante le guerre carliste e la statua trasferita nella chiesa di san Pedro.

* Santiago de Compostela è una città piena di storie più o meno fantastiche. Una di queste è la misteriosa ombra del pellegrino che ogni notte compare nell’angolo della cattedrale di piazza de la Quintana. L’identità di questo fantasma ha due versioni. 1- Secondo la prima, si tratta di un chierico della Cattedrale che, innamoratosi di una delle monache di San Paio de Antealtares, le propose di scappare, travestiti da pellegrini. Lei accettò, poi però non venne all’appuntamento e da allora lui sta aspettando ogni notte, vestito da pellegrino. 2- La seconda versione concerne un sinistro personaggio, il nobile francese Leonard du Revenan, che assassinò suo padre per ereditare. Scoperto, fu inviato a Santiago de Compostela come castigo. Durante il viaggio assassinò altre due persone. Arrivato a Santiago non trovò da dormire e così si dispose a passare la notte contro il muro della Cattedrale. Nel bel mezzo della notte gli apparve il padre che gli perdonò di averlo ucciso, ma che lo condannò all’attesa eterna in questo luogo finché le anime degli altri due, che aveva ucciso, fossero arrivate a Santiago ad offrirgli misericordia.


* La concha o vieira, come simbolo jacobeo, ha la sua leggenda. Si dice che successe vicino a dove arrivò la barca che portava i resti dell’apostolo dalla Palestina, cioè Padron. Pare che un corteo nuziale vedesse all’orizzonte una barca alla deriva che rischiava il naufragio contro le rocce. Lo sposo senza indugiare si lanciò a cavallo in mare al soccorso e finì per essere lui stesso in pericolo di vita. Disperato, invocò il cielo ed allora una strana forza portò lui ed il cavallo a riva, proprio mentre la barca con i resti di Santiago apostolo toccava terra. Tutti lo considerarono un miracolo, perché sia il cavallo che il cavaliere erano completamente ricoperti da conchiglie. Da allora è il simbolo del pellegrinaggio a Compostela.

* L’opera di Gonzalo de Berceo “Los milagros de la Virgen”, così come altre sue creazioni, ha intenzioni estetiche, ma anche propagandistiche, ed il suo obiettivo è di portare fedeli alle chiese, a santuari e reliquiari. Molti di questi luoghi erano tappe obbligate del peregrino nel camino de Santiago. In questo testo, “El romero de Santiago”, c’è un miracolo dedicato al pellegrino jacobeo. Un frate, devoto di Santiago, di nome Giraldo, peccava di lussuria. Gli apparve il demonio travestito da angelo e gli assicurò che per espiare le sue colpe e salire al cielo, doveva tagliarsi i testicoli e tagliarsi la gola. Lo fece e morì, ma Santiago intercedette presso la Vergine e lei lo resuscitò, però senza testicoli perché non cadesse più in tentazione...
* Racconta la storia che, alla fine del XII o principio del XIII secolo (il miracolo fu attestato nella Bolla di Innocenzo VIII nel 1487), nella frazione di Barxamaior di ‘o Cebreiro viveva Juan Santín, un paesano che mai mancava alla messa, anche se il tempo era davvero brutto. E lì, come sappiamo bene, può esserci tormenta, forti piogge e nevicate imponenti. Un giorno particolarmente duro e con una tremenda tempesta di neve, il monaco di turno stava celebrando l’uffizio in gran solitudine poiché nessuno, neppure i vicini, aveva osato mettere il naso fuori di casa. Ad un tratto, vide che si apriva la porta ed apparve Juan, intirizzito dal freddo e coperto di neve, dopo aver percorso i 3 km che separavano la sua casa dalla chiesa, e pensò che non valeva la pena di tanto sacrificio per un pezzo di pane ed un poco di vino della Comunione, come tutti i giorni. Quando arrivò il momento della Consacrazione, mentre pronunciava le parole rituali, il monaco incredulo poté comprovare che il pane si trasformava in autentica carne ed il vino in sangue. Cosa che lo portò a pentirsi dei suoi cattivi pensieri ed a certificare il miracolo avvenuto, tanto più che l’immagine della Vergine che stava nell’altare maggiore, al momento del miracolo, chinò la testa in avanti in segno di approvazione. Questa carne e questo sangue rimasero come reliquie da venerare nella chiesetta fino al 1486, quando i reali di Spagna (Reyes Católicos), affascinati dalla leggenda, chiesero di trasferire le preziose reliquie. Le fecero caricare su una mula e cominciarono la discesa, ma alla Faba la mula rifiutò di proseguire e la lasciarono libera. E l’animale tornò su al santuario con il suo carico.

* Racconta la leggenda, raccolta da Jacopo da Voragine (Varazze-Liguria- collettore medievale di miracoli), che un soldato di nome Xulian uccise per errore i suoi genitori e, per espiare il suo peccato, decise con la moglie, Adela, di dedicare la sua vita al pellegrinaggio ed a creare un ospitale per aiutare i pellegrini che camminano a Santiago. Per la sua dedizione gli comparve un angelo per annunciargli che era stato perdonato. All’uscita di Palas del Rey troviamo la frazione di San Xulian do Camiño, dove c’è una chiesa romanica del XII secolo, consacrata al suo nome, che gode di grande fervore popolare.

* Conta la storia che, vicino alla chiesa di Leboreiro, esisteva una fonte che si illuminava tutte le notti e che spargeva un soave profumo di fiori durante il giorno. Pensando che lì c’era qualcosa di soprannaturale, gli abitanti decisero di scavare intorno e trovarono una statua della Vergine che portarono in chiesa. Però nella notte la statua scomparve e tornò alla fonte. Tutte le notti si ripeteva la stessa cosa, finché un artista locale ne scolpì una uguale nel timpano della chiesa. La fonte rimane nella credenza popolare come il punto in cui la Madonna accoglie i pellegrini.


* Se dai un’occhiata al Portico della Gloria, a Santiago di Compostela, vedrai che il profeta Daniele lancia sguardi furtivi ed un sorriso sornione alla scultura di una femmina. La leggenda dice che si tratti di Esther o della Regina di Saba e che gli furono ritoccati i seni enormi per ridurne il volume, perché le autorità ecclesiastiche non volevano scandalo tra i pellegrini. Ma si dice anche che le donne dei villaggi vicini cominciarono a dare la forma di seno ai loro formaggi (si chiamano tetillas) in segno di protesta contro il ritocco. Non sappiamo se sia vero, comunque dicono che mai la pietra aveva sorriso cosi’...ed il formaggio è davvero buono!


* IL JUBILEO PAGANO: nella Rúa do Vilar a Compostela, nei sottoportici di Casa Varela, c’è un capitello con una strana figura di angelo chino a quattro zampe. Guadagnare il Jubileo Pagano consiste nello spegnere una sigaretta o nel mettere un dito, con gli occhi chiusi, dove la schiena diventa luogo profano, nel buco del culo dell’angelo.


* Secondo José Filgueira Valverde sarebbe uno dei miracoli più antichi attribuiti all’Apostolo Santiago e si può leggere nel Cronicón Iriense e nella Historia Compostelana (scritto agli inizi del XII secolo e che situa il fatto nella città di Compostella nella seconda metà del X secolo). Vi si dice che l’arcivescovo di Santiago, Ataulfo II, fu falsamente accusato dai suoi rivali, di fronte al re, di peccati nefandi (che normalmente significa relazioni omosessuali o con animali). Il re, che probabilmente era il giovane Alfonso III (o Bermudo II, secondo altri), diede credito alla denuncia e sottomise il prelato al giudizio di Dio, facendolo esporre nella piazza cittadina alla furia del toro bravo, eccitato dalle grida della folla lì riunita. Il giorno del giudizio, dopo aver detto messa e con tutti i suoi paramenti sacri, Ataulfo scese in piazza e, sicuro della sua innocenza, aspettò tranquillamente la carica del toro furibondo. Quando il toro gli arrivò vicino, frenò bruscamente, abbassò il testone in segno di rispetto e pose le corna nelle mani dell’arcivescovo, dimostrando così la sua innocenza. Altri autori situano questo miracolo nella piazza della chiesa di San Salvador, a Oviedo, e dicono che San Ataulfo fu accusato di fronte al re di cospirazione e di aver fatto accordi con i Mori per consegnare le terre di Galizia. Raccontano anche che, quando prese le corna del toro, gli rimasero in mano; allora andò in chiesa e le depose sull’altare maggiore, in segno di riconoscenza, dove rimasero esposte per molti anni nella cappella maggiore, finché un vescovo ordinò di ritirarle nel secolo XIX. Questa storia è descritta anche a Pamplona in cattedrale. Nasce forse da lì il detto: prendere il toro per le corna?

* Questo fatto è citato nel comune di Arzua, dove nei secoli X e XI c’era un transito importante di pellegrini che andavano a Santiago e che facevano tappa lì per stare al sicuro da malandrini e banditi del cammino. Una mattina verso l’alba comparve un pellegrino male in arnese ed affamato, che si diresse verso una casa dove stavano cuocendo il pane. Si rivolse alla padrona di casa dicendole: “ci sarà un pezzo di pane per questo povero pellegrino affamato? pregherò per lei davanti al Señor Santiago”. Al che la donna rispose «qui non aiutiamo i vagabondi, se vuole pane, deve pagarlo». Allora il pellegrino continuò il suo cammino fino ad un’altra casa in cui stavano facendo il pane. La padrona lo invitò ad entrare a riscaldarsi, ma il pellegrino rispose che non poteva fermarsi, però avrebbe gradito un pezzetto di pane per ingannare la fame. “E’ una pena che non possa riposarsi un poco, perché così le potrei dare del pane fresco, perché non è ancora cotto, e quindi posso darle solo del pane di una settimana fa» - “Gran favore che mi fa, Señora. Pregherò per lei di fronte al Señor Santiago”, le rispose il peregrino. La signora entrò in casa per cercare qualcosa con cui accompagnare il pane duro, ma il pellegrino era già scomparso. Quando il pane fu cotto, al toglierlo dal forno, la prima donna ebbe la sorpresa che il pane era una pietra, mentre la seconda lo trovò convertito in oro. Si dice che il miserabile fosse Santiago in persona che passava di lì …

* Leggenda di san Virila del Monasterio di Leyre, narrata dall’abate stesso.
“In quel tempo ero tormentato dal dilemma dell’eternità ed i dubbi crescevano ogni giorno. Pregavo Dio che mi illuminasse e fugasse i dubbi di questo mistero dal mio cuore. Una sera di primavera, come facevo abitualmente, uscii a passeggiare tra gli alberi frondosi della sierra de Leyre. Stanco, mi sedetti a riposare vicino ad una fonte e rimasi lì assorto ed ipnotizzato ad ascoltare il canto di un usignolo. Dopo un certo tempo, che per me erano alcune ore, tornai al monastero, la mia dimora. Passando la porta principale, nessun fratello monaco mi risultava familiare. Camminai per i vari locali e mi accorsi che tutto era diverso e che qualcosa di strano mi stava accadendo. Visto che nessuno mi riconosceva, andai dal priore, che ascoltò attonito la mia storia. Ci recammo in biblioteca per chiarire questo enigma ed in alcuni documenti di trecento anni prima scoprimmo che «un monaco santo, chiamato San Virila, aveva diretto il monastero e che era stato divorato dalle bestie feroci in una delle sue passeggiate primaverili». Con le lacrime agli occhi, compresi che quel monaco ero io e che Dio alla fine aveva ascoltato ed esaudito i miei dubbi.”
* Leggenda del Brujo (mago) di Bargota a Viana.
Da piccolo giocavo con mio fratello ed altri amici nei pressi della laguna di Viana, oggi laguna de las Cañas. Intorno a quelle acque si credeva che i brujos dei dintorni si riunissero per realizzare sortilegi ed invocare il diavolo, però noi bambini non abbiamo mai osato chiedere quanta parte di verità ci fosse in quelle storie. Una notte, mio fratello mi convinse di stare svegli ad osservare... Non potei contenere la mia paura quando vidi nel cielo varie figure magiche scendere alla laguna. Mi rifugiai in casa e mi nascosi sotto le lenzuola, mio fratello cercava di consolarmi, ma all’improvviso una forza strana lo fece uscire di casa ed io lo seguii. Malgrado la mia paura, andammo verso la laguna e, nascosti tra le canne, potemmo vedere vari maghi che ballavano intorno al fuoco, recitando strane litanie. Tra di loro c’era Juanes, nostro paesano che sempre aveva voluto essere prete. Giorni dopo, le malelingue del villaggio cominciarono a sparlare di lui, che veniva chiamato El Brujo de Bargota, che avrebbe invocato una notte il diavolo e si sarebbe fatto costruire dai geni malefici la casa in una sola notte. Anche se avevamo assistito al fatto, rimase un nostro segreto ben custodito. Anni dopo, quando Juanes fu giudicato dal Tribunal de la Inquisición di Calahorra, mio fratello prese quella casa come sua, ma dovette subito abbandonarla perché le grida assordanti del brujo (mago) lo svegliavano continuamente, gelandogli il sangue. Anche oggi, se osservate attentamente il cielo notturno, scoprirete la silhouette del Brujo de Bargota, sorvolando Viana

* La leggenda del ponte di Zubiri. Il Puente de la Rabia.
Verso il secolo XI, nel villaggio di Zubiri, che il Camino de Santiago attraversa nella sua discesa da Roncesvalles, tutti gli abitanti lavoravano senza sosta per costruire un bel ponte che permettesse ai pellegrini di attraversare il rio Arga senza pena. Però pareva che una maledizione impedisse la conclusione dell’opera. Straniti per la difficoltà di alzare il pilastro centrale, scavarono la roccia che doveva sopportarlo e trovarono i resti profumati di una giovane: era Santa Quiteria, protettrice dalla rabbia. Posti su una mula in corteo festoso, i resti santi furono portati in processione vescovile verso la cattedrale di Pamplona. Però, arrivati a Burlada, la mula si impuntò e non ci fu verso di farla smuovere. Si concluse che la decisione di «lassù» era che Santa Quiteria rimanesse per sempre in quel pueblo del cammino e là deposero le sue reliquie. Per quanto riguarda il ponte sul rio Arga fu finito e da allora ha sempre avuto un ruolo di protettore contro la rabbia e le sue acque curano uomini e bestie ancora oggi.

* Leggenda di Eunate-Olcoz, narrata da un mastro scalpellino: “Essendomi stato dato l’incarico di scolpire il portico di Santa María de Eunate, mi sentivo svuotato e senza idee ed allora decisi di ritirarmi in solitudine per ritrovare l’ispirazione divina per poter realizzare un’opera d’arte. Però, al mio ritorno, scoprii che un gigante scultore, dotato di poteri soprannaturali, già aveva terminato il mio lavoro. Indignato, mi rivolsi all’abate che, senza far caso alle mie spiegazioni, mi rispose che la mia assenza era stata considerata colpa grave e mancanza di rispetto verso i monaci e lui stesso. Come castigo, mi ordinò di scolpire un’opera uguale nello stesso tempo che aveva impiegato il gigante: né più né meno che tre giorni. Di fronte alla sfida impossibile, decisi di invocare il diavolo e fu la strega Laminak che, per compassione, mi confidò il segreto magico che mi avrebbe permesso di risolvere la sfida. Seguendo i suoi consigli, rubai la pietra di luna che un serpente custodiva nella bocca e che, prima di immergersi nelle acque del rio Robo, aveva depositato sulla riva nella notte di san Giovanni. Con il portico riflesso dalla luce della luna sulla pietra dentro il calice d’oro con l’acqua del rio dei monti Nequeas, vidi con sorpresa come operava il miracolo, anche se, non si sa bene perché, l’opera venne alla rovescia, come riflessa in uno specchio. Il villaggio rimase stupefatto ed il gigante fu talmente rabbioso che diede un tal colpo al mio portico che questo volò nel villaggio vicino. Chi non ci crede può andare ad ammirarlo in Olcoz…E’ lo stesso di quello che si trova in Santa María de Eunate, però alla rovescia”.


* Nell’Alto Torbosillo, vicino a Terradillos de los Templarios, dicono che ci sia sepolta la Gallina dalle uova d’oro. Racconta la leggenda che il parroco della ormai scomparsa parrocchia di San Esteban portava in offerta ogni anno a Santiago un uovo d’oro. Un giorno il cabildo della cattedrale gli chiese la gallina intera. Per far sì che non la portasse, i cavalieri del Tempio la sotterrarono nell’Alto Torbosillo.

* Arrivò a Pamplona un peregrino francese con la sua famiglia. Fecero tappa in questa città per riposare e recuperare forze, alloggiando in un hostal. La moglie del pellegrino cadde inferma e dovettero fermarsi più tempo di quello che avevano pensato, finché lei morì. Il padrone dell’hostal, visto che ora potevano partire, gli reclamò una discreta somma di denaro per la lunga permanenza. Ma il pellegrino non aveva denaro sufficiente e quindi dovette dargli il suo asino e continuare a piedi con i due bambini in tenera età. Ma prima si fermò a pregare Santiago ed a chiedergli aiuto. All’uscita di Pamplona incontrò un anziano venerabile che gli rivolse la parola e gli prestò un mulo per aiutarlo nel suo cammino. Quando poi alla fine arrivarono a Santiago, il pellegrino ebbe una visione dell’apostolo in cui riconobbe il vecchio venerabile di Pamplona. Di ritorno in questa città, gli raccontarono che il mesonero (gerente di hostal) era morto in un incidente e la gente commentava che fosse un castigo divino per la sua mancanza di carità verso i pellegrini

* Racconta una leggenda che Giraldo, capo delle truppe del re di Aragón, entrò nel pueblo di Bercianos del Real Camino e fece passare a fil di spada tutti gli abitanti. Nella loro fuga, paesani e pellegrini caddero nella laguna vicina al villaggio. Le loro anime vagano nella laguna, imprigionate negli uccelli che ci vivono e si liberano nelle grida stridule che lanciano quando un cacciatore uccide un’anatra della laguna.


* Si racconta che molti secoli fa ci fu un litigio per una grande piana coltivabile tra i villaggi di Grañón e Santo Domingo de la Calzada. Gli abitanti di Grañón erano scocciati che il querceto che consideravano loro fosse usato dalla gente di Santo Domingo. Quelli rispondevano che queste terre erano loro di diritto. Non riuscivano a trovare un accordo e giorno dopo giorno succedevano liti e baruffe e tutti si aspettavano uno scontro armato. Allora i dirigenti dei due comuni si riunirono e decisero che si sarebbe eletto un abitante di ogni pueblo che si sarebbe scontrato in corpo a corpo, senz’armi, in difesa di quelle terre. Chi vinceva, se le prendeva. Mentre il lottatore professionista di santo Domingo era nutrito con cibi scelti, Martín García, quello di Grañón, continuava a lavorare nei campi e mangiava fagioli rossi (caparrones- piatto locale nutriente, ma un po’ pesante...). Arrivò il gran giorno. Il combattente di Santo Domingo era stato cosparso di olio per non permettere al grañonero (abitante di Grañón) di afferrarlo con una presa. Vista la situazione, Martín García introdusse un dito nell’orifizio dell’ano del suo avversario… lo alzò da terra e lo lanciò lontano! Così vinse Martín García le terre de La Dehesa per Grañón. In ricordo ora si trova una grande croce con area di sosta per i pellegrini.


* La casa del Lagarto (lucertola) si costruì come parte della dote della figlia di doña Ana de Guardo, vedova del regidor perpetuo di Carrion de los Condes, e per essere la casa di quando si sarebbe sposata. Doña Ana voleva che sua figlia, anche lei di nome Ana, si sposasse con un ricco proprietario, pero lei aveva una storia segreta con Juan, figlio del sagrestano della vicina chiesa di San Andrés, di cui erano assidue parrocchiane. Per continuare il suo amore segreto, Ana diceva che non si sarebbe sposata finché la casa non fosse finita e sua madre era d’accordo. Ogni volta che visitavano i lavori in corso, Ana trovava obiezioni per posticipare i lavori e continuare la relazione segreta. Dopo andavano in chiesa a pregare ed Ana sempre lo faceva davanti all’immagine della Virgen de las Nieves perché le permettesse di sposarsi con Juan. Pare che la Virgen la ascoltò, poiché nei lavori in corso comparve una lucertola che impauriva i muratori e demoliva quello che costruivano. Ma non solo questo. La Virgen apparve al parroco di San Andrés e gli chiese di sposare i due innamorati. Cosa che lui fece in segreto. Quando la casa finalmente fu finita, il pretendente venne per entrarci con doña Ana e la figlia, ma la lucertola che era diventata enorme si pose sulla porta e disse: “solo potranno passare il portale di questa casa coloro i quali si danno amore vero, e poveretto chi lo varca senza amore”. Allora Ana e Juan si presero per mano, il lucertolone si scansò e poterono entrare. La bestia si rimise in mezzo alla soglia e non lasciò entrare più nessuno. Quindi il parroco confessò che li aveva sposati in segreto ed il pretendente non ebbe altra scelta che andarsene. Si dice che il lucertolone rimase sotto quel tetto mentre Ana e Juan vissero lì e che dopo la loro morte scomparve. I loro figli, per perpetuare questa bella storia d’amore, fecero scolpire una lucertola di legno e lo posero sull’angolo dell’ala del tetto per ricordare a tutti i passanti che l’amore è la cosa più importante nella vita. Adesso il lagarto del tetto è dipinto in verde.


* La storia di Roncesvalles è molto legata alla sua Virgen. A pochi metri dell’antico albergue di Itzandegia c’è la Fuente de la Virgen. Dice la tradizione che prima di un attacco alla Colegiata (alcuni dicono da parte dei Mori, altri dai Franchi) un canonico sotterrò la statua della Virgen per evitare la sua distruzione o saccheggio. Il canonico portò nella tomba il segreto del luogo dove aveva nascosto la statua e si credette che fosse stata distrutta. Molto tempo dopo, alcuni pastori vedono un cervo che tutte le notti viene ad una fonte a bere e, mentre lo sta facendo, le sue corna si illuminano. Di fronte al prodigio, i pastori raccontano il fatto al vescovo di Pamplona, che non ci crede. Però nella notte una luce magica lo sveglia nella sua stanza, è un angelo che con voce dolce gli dice: “Devi far caso a quello che ti dicono i pastori e dirigerti alla fonte, che lì ti aspetta la Vergine”. Il vescovo, sorpreso dall’apparizione dell’angelo, riunisce il suo seguito e va fino a Roncesvalles, sveglia i pastori e si fa guidare alla sorgente. Sempre di notte, alla luce delle torce, fa scavare intorno alla sorgente e si trova un’urna di marmo con la Virgen de Roncesvalles con il suo vestito d’argento che riflette la luce delle torce.


* Dicono che, saltando dal suo cavallo dall’altura del Castillo de Castrojeritz, Santiago incocciò in un melo. Il tronco era vuoto e dentro stava la statua della Virgen che si venera nella Colegiata. La Virgen del Manzano acquisì tanta fama miracolosa che il re Alfonso X il Sabio cantò i suoi prodigi nelle Cantigas de Santa María, come nella 252 “salvataggio nell’arena” e nella 266 “caduta di una colonna durante la messa”.


* La leggenda del Burgo Ranero
Nel Burgo Ranero non c’è molto da vedere o da fare e tutti gli hospitaleri di servizio portano i pellegrini a vedere la “posta del sol” (tramonto) alla laguna (milioni di zanzare) e raccontano questa storia: “Il niño ed il peregrino nel Burgo Ranero”.
Ai tempi dei primi pellegrini, passò un saggio da questo borgo di poche anime con una laguna puzzolente e popolata di rane gracidanti, piena di giunchi e piante acquatiche, dalle acque scure e profonde. Tutti ne stavano alla larga ed i ricchi costruivano le loro dimore il più lontano possibile. Pure i pellegrini passavano al largo. Arrivò a tarda sera un pellegrino stanco che cercava un rifugio, ma c’erano le festività di San Juan e non si trovava posto. Chiese al niño (bambino) dove potesse riposare e quello lo portò alla sua umile casa proprio di fianco alla putrida laguna. Cenò e si mise a dormire nel concerto gracidante delle rane e rospi. La mattina presto il niño si alzò per offrirgli la colazione, ma si accorse che non aveva nulla e si mise a singhiozzare. Il peregrino gli disse di non preoccuparsi ed estrasse dalla sua bisaccia una bella mela che diede al niño, che fu sorpreso dal fatto che gli regalasse la mela quando ancora aveva tanta strada davanti. Il saggio peregrino gli rispose che aveva fatto il cammino molte volte e che Santiago lo aveva gratificato con il miglior regalo: “La generosità della gente e la ingenuità di un niño”. Salutò il niño e gli disse di gettare il torsolo della mela quando aveva finito di mangiarla nella laguna affinché fosse assorbito tutto il male che ci stava. Il niño non capiva, però fece come gli aveva detto il peregrino e tirò il torsolo al centro della laguna. Cominciò a schiarirsi l’acqua dal punto dove la mela era caduta…. miracolo, la laguna era limpida! Ancora oggi, una parte della laguna rimane pulita e chiara! E le rane continuano i concerti notturni...
PS: la maestra delle scuole elementari del posto contestava questa versione. Non alla presenza delle rane in abbondanza nella laguna si doveva il nome di Burgo Ranero, ma ad un errore di trascrizione! Da Burgo Granero, il borgo delle granaglie, visto che è circondato da sterminati campi di grano, si era arrivati al Burgo Ranero, delle rane! Ed ogni sera veniva in albergue a raccontarcelo, in quella calda estate del 2003.


IL CAMMINO FRANCES E FISTERRANO:
un cammino alla fine del mondo.
Un giorno sono partito da casa mia al mattino alle 5, carico come una bestia (24 kg), con un budget di 8 euro al giorno (insufficienti, ce ne vogliono almeno 15), con un promemoria di tappe previste per attraversare la Francia prima su strada (non c'è cammino fino ad Arles) e poi sul cammino del Piemonte pirenaico fino a Saint Jean Pied de Port, con un dischetto dello schema (preso su internet) del camino francés in Spagna, lasciando dietro di me una situazione di stallo, di scontento, degli amici increduli che non volevano lasciarmi partire!
Avevo deciso di andare alla "fine del mondo", a Finisterra, per ritrovare me stesso o un altro io, per vivere uno spazio fisico mentale più lento e naturale, per provare a me stesso che potevo ancora…fare delle pazzie, come camminare 2500 km. Non ero fisicamente preparato, né particolarmente attrezzato: un telo di plastica ed un sacco a pelo estivo per dormire dove capitava, un paio di vecchi scarponcini e dei sandali per camminare, un fornellino e una gavetta per cucinare, bastone e coltello per difendermi, biro e quaderno e radiolina per distrarmi, il necessario (ed anche troppo!) per vestirmi e lavarmi.
Nel corso del cammino mi sarei accorto delle eccedenze di peso e delle mancanze di equipaggiamento, con il risultato di molti guai fisici e di alcuni episodi di ipotermia (neve in giugno nel Piemonte Pirenaico) a causa del sacco a pelo troppo estivo, per finire con una bella bronchite a fine cammino dopo Astorga, perché avevo perso 8kg e le mie difese contro il freddo!
Negli anni successivi l'attrezzatura si sarebbe molto migliorata ed il peso dello zaino diminuito, niente tendinite, né ipotermie!
Visto che non sono e che non ho una mentalità da atleta in corsa, preferisco camminare ad un ritmo umano, anche se ho tenuto in alcune occasioni i 6 km/ora e percorso 50km in un giorno. Quindi faccio tappe normali da 24 km al giorno, partendo verso le 8/8,30 (non mi piace il freddo del mattino e, come tutti i diesel, vado meglio quando sono caldo), scelgo la destinazione e le cose da vedere, lasciando però spazio ad una certa improvvisazione, perché non si sa mai… Bevo spesso anche se non ho sete, perché ho imparato a mie spese che serve per evitare le tendiniti; continuo a camminare a ritmi diversi a seconda del terreno e mi fermo solo per il rituale del caffè a metà mattina; se proprio ho fame, ho sempre qualcosa da mangiare (panino, cioccolata, brioche…). Sennò preferisco arrivare al rifugio, fare la doccia, lavare gli indumenti e mangiare dopo, alla spagnola, alle 14/15, poi fare la siesta, visitare il posto, preparare la cena e scambiare quattro chiacchiere fino alle 10 o più di sera, e dormire fino al mattino! Altri partono alle 5 del mattino (non fa' per me, anche perché i bar aprono alle 9 e se nel rifugio non c'è cucina, come si fa' a partire a stomaco vuoto!?) e restano poi ad aspettare fuori dai rifugi 2 o 3 ore che aprano! Oppure, se hanno fatto tanti km, arriveranno tardi, rischiando di non trovare posto, cosa spiacevole!
La sola spiegazione razionale è che molti hanno meno di un mese per fare il cammino e che quindi devono tenere medie da 35 o più km al giorno!
Ma non tutti ci sono abituati, e questo spiega l'alta percentuale di abbandoni durante la prima parte del camino francés: l'Inferno, da St Jean PP a Burgos, e cosa ancora più grave, i morti per infarto. Nella ormai lunga esperienza come hospitalero ne ho visti tanti partire in tromba e tornare a casa distrutti, oppure abbandonare per problemi fisici od altro, come il furto dello zaino o di effetti personali!
Sì, perché sul cammino c'è " l'Umanità" con tutto il suo corredo di buono e cattivo; in piccolo si riproduce un microambiente di solidarietà e di fiducia, di cui alcuni approfittano (ci sono pure dei professionisti del Camino).
Vale il detto che è meglio partire e camminare da soli; nel corso del tempo lungo della marcia la selezione naturale si fa’ da sola ed il momento serale della cena e delle chiacchiere stabilirà i contatti tra le persone affini!
Penso che la voglia di cambiare ambiente, di conoscere gente diversa, di scambiare esperienze e conoscenze varie, siano le molle della maggior parte dei camminanti (e qui non parlo di quelli che fanno solo gli ultimi km dal Cebreiro o da Sarria che per me fanno le vacanze turistiche a basso prezzo) e che lo sforzo comune giornaliero sia il collante di un rapporto con altri camminanti che resisterà al tempo futuro.
Da questo spesso nascono delle considerazioni negative contro i turisti o quelli che camminano senza zaino, con auto al seguito, che rubano i posti al rifugio, contro quelli che fanno sfoggio dei loro record di velocità a piedi od in bici, come se fosse una competizione!
Altra cosa fastidiosa è il carattere mercantile assunto dal Camino, che siano i rifugi e relativi hospitaleri, i bar ristoranti ed i negozi, con prezzi in rialzo e servizi in ribasso!
Alcune eccezioni permangono, per fortuna, e ciascuno si adatta come può! Resta il fatto che in molti rifugi anche vecchiotti, se l'accoglienza è gradevole, tutto funziona e tutto passa, vedi Belorado o Villasirga, sennò il ricordo resterà sgradevole, vedi San Juan de Ortega o Carrion de los Condes.
Continua la tendenza ad aprire nuovi rifugi privati, spesso in acerrima concorrenza tra di loro e con quelli pubblici e parlando con qualche proprietario ho potuto capire il sottofondo economico del Cammino: in Francia, bastano 1000 presenze annue per pareggiare i conti di un rifugio normale da 20 posti letto; in Spagna ce ne vogliono 2000, ma grazie agli hospitaleri volontari, che lavorano gratis ed all'afflusso costante di gente da Pasqua a Ognissanti, un rifugio da 25/30 posti letto può arricchire !
Tutto questo non esisteva ai tempi eroici, come vi spiegheranno i migliori hospitaleri anziani, vedi Lobo di Mansilla o gli amici di Ponferrada, ed in effetti lo potrete verificare nel comportamento o troppo altero di alcuni di questi " vecchi pellegrini" , tipo il Resti di Castrojeritz o Carlos ex di Estella (si è trasferito nel 2005 a Los Arcos), o particolare di altri, vedi Tomas di Manjarin o Carmen ex Torres del rio: in ogni caso sono descritti in diversi libri come personaggi storici del Camino, quindi non sono solo delle mie impressioni.
Da un anno all'altro il Cammino cambia, nel tracciato come nelle strutture, ed è probabile che i tratti prima della Galizia diventino migliori come strutture, più facili come percorso, e simili alla Via del Puy in Francia, la via del turismo pedestre organizzato.
Ancora una volta, nel 2004, le ruspe e l'asfalto hanno cambiato la fisionomia della Meseta dopo Tardajos, del percorso dopo Castrojeritz, oppure verso e dopo la Cruz de Fierro, ed ancora altro cambierà!
In Galizia, invece, i soldi vanno in futilità a Compostella e decadono nella burocratica alterigia ed imperizia degli altri posti: troppo turismo gratuito e visione retrograda impediscono di rinnovare le attrezzature degradate, lasciate al buon volere di alcuni o all'affarismo di altri. Nel 2005 sono stati stanziati ben 902.000 euro solo per campagne di pubblicità in Europa per il Camino Francés, perché sanno benissimo che dopo i casini del 2004 gli stranieri si dirottano verso altri lidi! Non avrebbero fatto meglio a spenderli in miglioramento delle attrezzature ricettive dove sono scadenti o mancanti? Quando sono partito la prima volta non sapevo niente e non immaginavo che giorno dopo giorno avrei scoperto le varie facce del Camino.
Dal confine italiano fino ai Pirenei ho trovato on the road solo dei vagabondi o dei turisti. I primi camminanti/pellegrini li ho incontrati a St Jean Pied de Port e solo lì ho capito che ero arrivato dopo due mesi di marcia solitaria in una cittadina che funzionava come una diga, che ogni giorno versava un fiotto di gente sul Camino Francés. Gente di tutti i tipi e di tutte le età ed esperienze, che si sarebbe fusa nel mucchio selvaggio di Roncisvalle, sfilacciandosi poi lungo le strade spagnole. Con alcuni avrei praticamente tenuto gli stessi ritmi fino alla fine, altri mi avrebbero preceduto di 2 settimane, altri ancora avrebbero ceduto fisicamente e moralmente alla fatica ed al dolore, altri ancora compagni di cammino solo per alcuni tratti, per mancanza di tempo, delle apparizioni fugaci.
Alla fine, nei giorni passati in spiaggia al Mar de Fora a Fisterra, ma soprattutto a casa nei mesi seguenti, il bello ed il brutto si sono fusi, i ricordi si sono intrecciati con quelli di altri camminanti come me, fino a capire che per ciascuno era stato diverso, più o meno ricco di cose, fino a capire che per me era necessario dare agli altri una parte di quello che avevo ricevuto (e da qui la scelta di fare l'hospitalero volontario) e di rifare il Camino per vedere… se era uguale.
NON LO E’ !!!
Se prima i camminanti di lungo corso erano predominanti e si finiva il cammino con un gruppo eterogeneo di persone che marciavano spesso separati, ma che si ritrovavano la sera insieme (e che accoglievano senza problemi anche altri camminanti di più breve corso) e con cui i contatti si sono poi mantenuti e l'esperienza è stata gratificante, dal 2004 in poi, poca cosa, ed in aggiunta le arrabbiature degli ultimi 150 km in Galizia per dormire, mangiare… Infine, a Finisterra, le autorità avevano ristretto l'uso dei servizi dell'albergue per favorire gli hostales del posto, quindi niente tempo di riflessione e di scambio di esperienze! Se dopo due mesi di cammino in Francia ero rimasto folgorato da St Jean PP in poi dalle persone e dalle cose che via via vivevo e vedevo (e che spiegano l'aria un po' stralunata e surreale che hanno quelli che camminano da tempo e per cui il ritmo della vita normale ha perso senso), in seguito, quasi tutto aveva l'aria di un déjà-vu, c'era davvero meno gente in cammino fino a Ponferrada, ed era metà giugno-inizio luglio!
Quando poi dal 10 luglio l'onda tsunamica dei turisti spagnoli si è abbattuta su di noi, addio alle ultime speranze: risse varie, furti, trusci, ecc. L'ultima botta fu il festival tecno-house del 2004 per tre giorni al Monte do Gozo!! G.B. Cilio responsabile dell'associazione alsaziana è arrivato al punto di dimettersi e di chiudere il sito internet (cyberpelerin) al grido di NUNCA MAIS di muxiana memoria dei tempi dell'inquinamento del Prestige!!!
Io per parte mia sto andando su altri cammini.


CAMINO FRANCES
Il Camino Francés si divide tradizionalmente in tre parti.
La prima è l'INFERNO, da St Jean Pied de Port a Burgos: le montagne, la fatica, il dolore, le bolle ai piedi, le notti insonni per la stanchezza ed i russatori, le levatacce con il fruscio dei sacchetti di plastica ed i loquaci mattutini menefreghisti, la disperata ricerca di un caffè caldo, le sieste nei boschi, l'accettazione dei ritmi quotidiani: alzarsi, marciare, arrivare, doccia, lavare roba, mangiare, siesta, visita, cena, dormire.
Ci vogliono almeno 10/12 giorni perché corpo e mente si abituino!
A Pamplona e Logroño gli abbandoni vari assottigliano le fila, ma altri, Catalani, Baschi e Navarri, affluiscono con l'aggiunta degli stranieri arrivati in volo low-cost a Bilbao.
Gli ultimi Altos-passi (Pedraja e Atapuerca) e l'interminabile periferia industriale annunciano Burgos, la fine dell'Inferno e l'inizio del PURGATORIO: in pratica, l'altopiano della Meseta tra 800 e 1200metri di altitudine, tra Burgos e Leon.
Distese di frumento (trigo) ed orzo (cebada), case di fango, poca acqua, mosche e caldo, lunghi tratti senza niente su asfalto o ghiaietto, cittadine e borghi dove siete la linfa vitale della loro economia (si paga anche per visitare le chiese), alcune eccezioni rimarchevoli che scoprirete.
I piedi ormai vanno da soli, la testa può vagabondare nei sogni, pensieri o ricordi, a volte la compagnia disturba, non si ha voglia di fare conversazione, i ritmi diversi si incrociano (Hola!><< Hola!), i playboys ne approfittano per imporre la loro presenza, i professionisti del cammino si incollano alle loro vittime designate.
Se fa molto caldo, alcuni camminano nella notte sotto le stelle, dormendo di giorno: in fin dei conti non è la Via Lattea la nostra guida??
Da lontano si vedono le montagne che annunciano Leon, la fine del Purgatorio e l'inizio del PARADISO tra Leon e Santiago.
Gli ultimi 300 km, 400 se si va fino a Finisterra, l'approccio alla Galizia montagnosa: Leon, Astorga, Rabanal, Ponferrada, Villafranca, l'afflusso dei camminanti, o turisti, o pellegrini dell'ultimo tratto, i loro malanni, il caos ed il bordello invadenti, ma anche l'allegria spensierata e la gioia di vivere di chi non sa (cosa avete già passato) o non pensa (a ciò che li aspetta), la Cruz de Fierro, che per alcuni è luogo di sosta meditativa, per altri un semplice passaggio nella corsa sportiva verso il traguardo.
Infine l'ascesa al Cebreiro ed i saliscendi nelle montagne galiziane, i boschi antichi e le nuove redditizie piantagioni di eucalipti, le mucche erranti ed i villaggi di un altro tempo, lo sterco che pavimenta le strade e le mosche fastidiose, i cippi contachilometri ogni 500m.
Ormai ci si sposta in massa, la solitudine impossibile, neanche più gli Hola! per salutare! Luglio ed agosto sono mesi di lotte per il postoletto, di rabbia contro quelli che camminano senza zaino o viaggiano in macchina.
Se c'è il sole e fa’ caldo torrido come nel 2003, non c'è problema, si dorme fuori! Ma se piove, spesso la notte, allora sono guai; dormire per terra dove capita diventa la regola, i prezzi degli hostales diventano proibitivi.
Nel 2004 ho visto gente dormire dentro e sotto i vecchi granai in pietra (horreos)! I polideportivos straripano e le allegre genti partono a danzare alle 11 di sera quando i camminanti cercano il riposo dovuto. L'indomani noi abbiamo già finito la tappa quando loro si alzano; non c'è più scambio, ma solo consumo, e gli strani stranieri da 1000/2000/3000/5000 km nelle gambe diventano oscuri oggetti di chiacchiere; i rifugi pubblici diventano un miscuglio di miseria e nobiltà.
Ma la meta è vicina, alcuni come me non vogliono arrivare, perché significa dover poi ritornare alla vita normale: casa, lavoro, abitudini, doveri!
Si rallenta, si parla, le notti si fanno lunghe, non ci sono più obblighi d'orario, qui nella terra del turismo religioso millenario.
Gli ultimi rimasugli di religione e spiritualismo si stemperano nell'affarismo dilagante, tanto che una piccola cappella diventa un santuario quasi pagano, e la gente vi guarda passare con occhio distaccato.
Gli ultimi strappi annunciano l'ultima tappa verso l'aeroporto, Monte do Gozo e Santiago! In piazza do Obradoiro, nella folla dei turisti, ci si riunisce per l'ultima volta, si ritrovano compagni di cammino più veloci che già sono andati a Finisterra e ritornano qui prima di tornare a casa, si festeggia a tartas e sidro, si fanno foto ricordo, scambiandosi indirizzi e baci e abbracci e promesse, la coda per la Compostela è occasione per guardarsi in giro e domandarsi chi sono questi che non ho mai visto in cammino, oppure domandarsi dove avevo la testa negli ultimi km, preso dalle personali e comuni riflessioni sul senso del cammino e della vita.
Seduto per terra, appoggiato contro il muro all'ombra, in questa città che è stata obiettivo di mesi di marcia, ma che ora resta estranea ed inospitale per il camminante che sono, turistica e cara per il budget che ho, dolorosa e straziante per gli addii che si susseguono ed il gruppo che si scioglie, infine decido che non sono pronto al rientro e con me altri camminanti di lungo corso. Andiamo! Vamonos! Come on! La scelta è fatta di andare a piedi a Finisterra, altri vanno in bus. Di nuovo on the road!!! E come per incanto, scompaiono le masse di turisti che ci hanno perseguitato in Paradiso! Allora, davvero, preferisco l'Inferno!!!
Il cammino ridiventa umano, lento, stimolante, riflessivo, difficile… insomma, normale! 100km di natura verso l'oceano, piccoli borghi e cittadine, solitudine immensa per monti, boschi, valli, fino alla discesa spezzacaviglie sui massi verso la periferia di Cee e l'oceano della costa da Morte. Ci siamo! La spiaggia, i negozi, i bar, i ristorantini, gli ultimi saliscendi, oppure la strada fino alla lunga spiaggia sabbiosa della Langosteira prima di Finisterra, dove si trovano aree attrezzate e le famose conchas o vieiras, ricordo del cammino fatto.
Infatti anticamente la conchiglia si esibiva solo alla fine del pellegrinaggio, erano i predoni e banditi di strada che la usavano durante il cammino per mescolarsi senza sospetti ai pellegrini ignari e depredarli! Il cammino diventa passerella su lastre di ardesia fino al centro di Fisterra (qui si dice così) ed al suo piccolo rifugio, con intorno la vita animata di questo villaggio di pescatori che sta rivivendo dopo il disastro del Prestige ed il chapapote che ha lasciato le sue tracce un po' dovunque su spiagge e rocce.
Il tempo di sistemarsi e via! 4 km mancano al faro ed ai fuochi purificatori al tramonto! Pausa di riflessione, poi una cena comunitaria al rifugio, e per finire un salto da Roberto a A Galeria per la musica, i libri, l'ambiente e la vista dall'alto di questo oceano-mare (forse anche Baricco è stato qui!?) con i gabbiani (gaivotas) che volano di fronte a voi e voi con loro come Jonathan Livingston!
Se non l'avesse fatto lui, antico pellegrino scrittore, l'avrei pensato io questo posto unico! Perché qui ci si può fermare un pomeriggio a scrivere, a riflettere, a scambiare idee, opinioni, impressioni, del prima, del durante, del dopo, soprattutto quando fuori piove, come è normale in Galizia.
Per alcuni il Camino non è finito e ripartono on the road verso sud alla ricerca del sole verso Lisbona o Siviglia, o indietro in solitario sulla via della costa o del nord, od in senso contrario nella folla sul camino francés, prolungando ancora i tempi del rientro.
Altri ancora non rientrano e non sono più rientrati, continuano a camminare su tutti i cammini, forse ne incrocerete qualcuno. Parlandoci insieme, sembra di trovarsi di fronte dei malati di autismo= caminismo; le hospitaleras si prendono cura di questi persi per strada con vitto e alloggio nei momenti difficili.
In fondo tutti noi camminanti di lungo corso partiamo in un momento di svolta della nostra vita e la scelta si propone alla fine.
Anche i "turisti estivi" al nostro contatto si pongono almeno una volta la questione: "PERCHE’?"
Poi ti restano molte immagini in testa ed il rientro è davvero difficile! Assorbire, metabolizzare quattro mesi di cammino non è facile ed infatti molti lo ripetono l'anno dopo.
Gli obblighi della vita lavorativa predominano e questo spiega perché ci siano molti pensionati o over50 sul cammino tutto l’anno!
In ogni caso, quale che sia la motivazione che vi spinge ad andare, è una buona esperienza di vita e spero che queste poche righe servano a prepararvi meglio!


CAMMINANDO sui Cammini del Norte

Duro cammino che è quello del norte-costa! Soprattutto se viene dopo una via del Puy primaverile: dal freddo ventoso pasquale al caldo estivo di un maggio particolare in Francia all’umido coperto cielo pieno di acquerugiola ed ai giorni piovosi con qualche sprazzo di sole cocente del luglio cantabrico.
Da Irun si parte in un continuo di salite e discese quotidiane (ma non c’è mai un piano?) senza problemi di orario, perché il cielo coperto permette di camminare quanto e quando si vuole. Non ci sono orari da rispettare per uscire dai rifugi, salvo alcune eccezioni; non ci sono posti da prendere con la furia e l’ansia del Camino Francés estivo; non ci sono tappe lunghe o corte, perché se si è stanchi o rotti si può ricorrere al Feve per bypassare le grandi città industriali o finire tappe da 40/50km; non c’è folla, anzi quando si trovano altri camminanti o pellegrini o ciclisti o turisti che approfittano degli albergues, si fa festa insieme. In estate si trova gente che parte da Ribadeo per il pezzo finale del Norte o da Oviedo per il Primitivo, quelli che fanno tutto da Irun sono pochi.
Si trovano belle spiagge, ma poche volte si cammina davvero sull’oceano, sembra che lo abbiano fatto apposta! Ed allora si scende giù alla scoperta di quella spiaggetta, ci si perde in quel monte per dei sentieri che dabbasso si pensava potessero riportarci sul cammino frecciato di giallo ed invece si finisce con gli zaini che pesano sempre più nei rovi e negli spini, Adelante! Ed invece ci tocca tornare indietro, ma almeno ci abbiamo provato, siamo usciti dai sentieri battuti, dimenticato le frecce gialle, ci siamo persi ... ed infine ritrovati!
Non è forse anche questo il cammino?
Pare quasi che gli Asturiani ci abbiano sentito, noi stanchi della carretera nazionale dove prima si doveva camminare, ed hanno frecciato un itinerario più lungo, però sull’oceano, la senda europea n° 9, più per turisti che per camminanti. Ma meglio qualche giorno di cammino in più che farsi docciare dai camion sulla strada, come se non bastasse la pioggia che cade spesso giù dal cielo!
Rifugi abbandonati a se stessi, salvo alcune eccezioni notabili; incaricati, finte hospitalere, che pensano solo ad incassare (per loro o per le casse comunali?) e se ne vanno via subito; cucine inesistenti o rotte; pulizia approssimativa ed in alcuni casi affollamento, tipo scatola di sardine; segnaletica contraddittoria ed opposta, come tra Asturias e Galicia...
Insomma, già tutti i guai del Camino Francés senza i vantaggi storici ed umani.
Cosa rispondere al presidente dell’associazione di Oviedo che ti chiede 4€ per mantenere il rifugio (che apre alle 19,30, in cui la sporcizia si accumula e che è una scatola di sardine)? (NDR: chiuso)
Ed all’incaricata di Piñeres de Pria che ti cobra (prende i soldi) e manco aveva il sello (e ci piove dentro, la merda ti corre sotto i piedi sulla porta e tutto sta macerando) e subito se ne scappa per non rispondere alle questioni pressanti? (NB: crollato per incuria ed ora è chiuso).
Ed al frate di Sobrado de los Monxes che non capisce che la pulizia è sinonimo di mantenimento della struttura (che ora cade a pezzi, da averci schifo a dormire e mangiare e lavarsi), di soddisfazione dei pellegrini e di donativi che entrano nelle casse del monastero?
Ed alla coppia hospitalera di San Vicente de la Barquera (lei cantatrice, lui pazzo che entra ed esce dal manicomio) che non ti lascia usare la cucina se lei non ha voglia, ma ti cobra pernotto e colazione? (NDR: lo hanno chiuso)
Ed alla Grumir di Ribadeo che lascia decadere un piccolo rifugio opera d’arte architetturale perché nessuno tiene a farci una presenza regolare e tutto cade a pezzi?
Ed al sindaco di Almunia Valdés che da anni incassa e non ci mette una lira per installare un semplice scaldabagno per permettere una doccia calda a chi ha fatto km sotto il sole o la pioggia?
Ed all’incaricata di Tapia de Casariego che affigge un numero di telefono e viene quando vuole (o può) solo per prendere i soldi perché ha un altro lavoro?
O a quella di Leces san Esteban che ti cobra, però non vuole mettere un fornello per permettere alla gente di mangiare caldo, perché le scoccia pulire o forse per l’accordo che ha con il ristorante a un km da lì?
O a quello di Unquera, che cobra pure lui in quel cadente (ma per davvero!) ex collegio dove si convive con i resti antichi di un passato scolastico, ma anche con cani gatti topi ed altri insetti vari? (NB: pure questo chiuso)
Tutto così? direte voi. No, il resto è normale, anzi talvolta eccellente! Ma ve lo lascio scoprire da soli, se no che gusto c’è?!
Forse le 4 regioni autonome un giorno si metteranno d’accordo, come sono d’accordo per chiedere l’etichetta di Cammino Europeo ed i soldi che ci vanno insieme... ed allora svilupperanno un’accoglienza degna di questo nome, ricorrendo anche a hospitaleri volontari od a contratti part-time estivi, come si fa’ su altri cammini. Oppure quelli del business religioso si renderanno conto che la domanda di medio livello (15-25€) esiste già ed investiranno anche lì, relegando la maggior parte dei 70 rifugi attuali al rango di preistoria, come sta succedendo sul camino francés o in Francia, complice l’afflusso (masificacion) e l’incuria (pulgas, chinches = pulci, pidocchi, zecche ed altro), in cui sono lasciati molti rifugi della prima ora.
Un pellegrino è uno coi soldi, sottinteso “da spennare”, mi diceva una hospitalera storica, “amica dei pellegrini”, lei che aveva aperto un rifugio dove nulla esisteva prima, imponendo prezzi stratosferici per l’epoca del donativo e scelte obbligate per mangiare. Il bello, per noi, non per lei, è che al comune hanno capito il gioco e la redditività... e gli hanno aperto un rifugio concorrente ed anche migliore! Le cose della vita!
Tutto il contrario di un altro ex pellegrino che coi debiti ha aperto un rifugio, piccolo ed accogliente, senza letti sovrapposti, con bagni e cucina efficienti, in cui lo spirito ed “i fatti” sono davvero nell’ottica pellegrina!
Alcuni tuonano contro i “turigrinos = turisti pellegrini”, ma ci hanno vissuto sopra ed acquisito fama e gloria; altri hanno preferito da subito offrire un servizio efficiente, senza mascherare con ideologie mistiche o reazionarie o finto medievali o settarie la loro offerta, ed hanno fatto del servizio ai pellegrini il loro lavoro, migliorando la struttura e le loro capacità e sono ancora là oggi.
E noi camminanti in tutto ciò?
A noi basta un posto dove dormire, lavarsi, mangiare e poter scambiare quattro parole dopo una giornata di cammino, senza guardiani del tempio e della “fede” che ti giudichino dall’alto del loro potere o ti spoglino dei quattro soldi che hai per fare il tuo cammino.
Ed alla fine, da Ribadeo o da Oviedo, si arriva al Camino Francés per le ultime tappe verso Compostella, ciliegine sulla torta del lungo e faticoso cammino.
Gente da tutte le parti, ma quanti sono? Ma non dormono mai? Ma quanto casino fanno?
Code per la doccia, code per la cucina, code per il bagno, code per entrare, code per camminare... oh putain!
Sembra di essere già in città, tornati a casa in anticipo! Vero è che dopo il 2004 non sono più tornato a camminare sul francés, ci faccio solo l’hospitalero in estate e che quindi non ci sono più abituato, ma mi sa che non ci tornerò mai più... o forse solo fuori stagione, quando sarò pensionato, chissà?!
Arrivati a Santiago, in pieno business, una notte al Seminario menor, la compostela all’officina del peregrino, i giocolieri in plaza praterias e via verso il Finisterrae. Altro non c’è.

Camminando in Portogallo – le vie lusitane


Anticamente le vie romane univano la Lusitania alla Galizia partendo da Braga (Augusta Bracara) che era la capitale religiosa della Gallaecia, così come Oporto (Portu Calem) era quella economica. Il regno astur-galaico-leonese di Alfonso 1° nel VII° secolo era un baluardo contro l’avanzata dei Mori nella penisola iberica ed infatti, salvo poche incursioni, queste terre non saranno conquistate. Quando poi nel periodo intorno al 814/820 Pelayo e Teodomiro "inventarono" la tomba di Sant’Iago (são Tiago in gallego, deformazione degli albori della scrittura del Sanctus Iacobus latino), il re Alfonso II ordinò la costruzione di una chiesa in questo luogo centrale della Galizia montagnosa, il Monte Libredon nel Compos Stelae, cimitero.
Nacque poi il mito di origine franca del Santiago Matamoros (un miscuglio di san Rocco pellegrino e di san Giorgio guerriero, il sogno di Carlomagno, la “battaglia” di Clavijo-844dc).
Dal IX° secolo lo sviluppo del culto jacobeo fu il motore dell'espansione autonoma economica, politica, militare della nuova città e della separazione da Braga e da Porto quando, nel XII° secolo, il Portogallo acquisì la sua indipendenza (anche se le varie città e chiese portoghesi continuano a pagare a Compostella la decima per secoli).
Il Portogallo sceglierà poi San Giorgio come protettore, malgrado il culto jacobeo ed il suo immaginario in battaglie, miracoli ed apparizioni guerresche fossero ben radicati nel nord del paese e simile a quelli ispanici. Dal canto suo, Compostella diventerà il 3° luogo sacro della cristianità, quando papa Callisto II gli concederà lo status di chiesa metropolitana nel 1120 e papa Alessandro III il giubileo nel 1181, ben 120 anni prima di quello di Roma!
Anche i nobili e gli ecclesiastici ci metteranno del loro, soprattutto i benedettini cluniacensi, non esitando a mandare in pellegrinaggio i condannati, invece della prigione o della scomunica, e sviluppando una fitta rete commerciale e militare, frutto di queste migrazioni (era il tempo delle crociate verso est e verso ovest).
Quando poi si incominciò ad acquistare il paradiso e ad accorciare il purgatorio con il denaro, le messe o il pellegrinaggio, anche principi, vescovi, re e regine vennero da queste parti, come attestano numerosi racconti.
L'itinerario di Antonino con le storiche vie romane XIX (che da Braga va ad Astorga) e XVI (che da Braga va a Lisbona) resta ancora oggi dopo due millenni la spina dorsale dell'itinerario portoghese, così come il resoconto di Giovan Battista Confalonieri del 1594, che descrive il percorso da lui fatto come segretario del vescovo di Lisbona e che era seguito dai pellegrini italiani che arrivavano via mare a Lisbona e da lì andavano a nord verso Santiago.
Un anno, come spesso, ero arrivato a Fisterra e stavo campeggiando al Mar de fora sotto una pioggia continua, rischiando di ammuffire, ed allora ho deciso di ripartire verso sud da Santiago a Fatima alla ricerca del sole.
In Galizia piove molto, praticamente ogni giorno il chubasco violento può bagnarvi fino al midollo e la notte impedirvi di dormire sotto le stelle…
Ed in seguito ho voluto partire da Lisbona per farlo nel senso sud-nord con tutte le varianti; praticamente ogni anno ci faccio una scappata o più…
Molte strade, stradine e stradoni, i marcos (pilastrini di cemento) spesso sono nascosti o distrutti, le informazioni della gente vi mandano su strada perché loro pellegrinano così!
Certo, non ci sono frecce ogni 10 metri per indicare la direzione da seguire; questo cammino è ancora rustico ed a misura d'uomo; si dorme dove si può, si deve chiedere e vivere con la gente del posto, sono un popolo di emigranti come noi e avrete la sorpresa di sentire parlare italiano in villaggi sperduti. In Portogallo la tradizione di accoglienza dei pellegrini è forte e quindi tutta la struttura sociale è disponibile e gratuita per chi ha una credenziale, basta comportarsi bene e non fare i turisti.
Salvo casi eccezionali, come mi è capitato nel 2005 quando gli incendi hanno mobilitato migliaia di pompieri (che qui sono volontari) e tutte le altre organizzazioni; se non c'è un Albergue de peregrinos, andate alla caserma dei Bombeiros Voluntarios e vi danno tutto il possibile ed anche più, sarete sorpresi!
Nella primavera 2006 tutto il caminho è stato frecciato da Lisbona con frecce gialle a salire e blu a scendere verso Fatima; per il resto sussistono altri tracciati più o meno storici e frecce gialle sparse.
Da Lisbona ci sono i pilastrini di cemento (marcos) con riquadro blu del cammino verso Fatima e frecce gialle e pannelli.
La situazione resta ancora un po' ingarbugliata per le diverse opinioni di chi vorrebbe che Fatima, episodio recente, ma forte finanziariamente (rifugio pellegrini da 300 posti al Pão de Vida, con una organizzazione di volontariato diffusa e radicata, che si testa ogni anno in occasione del pellegrinaggio popolare di maggio: 50.000 persone sulle strade), sia inserita come nodo centrale del cammino, e chi vorrebbe invece rispettare la storia dei cammini portoghesi, che di sicuro esistono almeno dal XII secolo, e che dal sud del Portogallo e da Lisbona si irradiano verso nord e viceversa, seguendo le vie romane, descritte nell’itinerario Antonino.
C'è chi preferisce marciare lungo la costa atlantica (hanno provato nel 2004 a istituzionalizzare un cammino, ma il tentativo è fallito- NB: ripreso nel 2015 come Trilho das areias, non segnato, da Lisbona a Porto e come Caminho Portugués de la costa e Orla del Litoral, segnato, da Porto a Redondela), chi segue l'asse storico che ora sono le strade nazionali e la nuova autostrada, chi infine usa il lavoro fatto dal CNC di Lisbona-Chiado, vicino al teatro, per il Cammino di Fatima fino a Santarem e da lì le antiche vie romane per Porto e Braga.
Ho preferito percorrere l'asse centrale storico che è stato scelto come via attuale da Lisbona a Porto e poi a Santiago, e la variante a Fatima che comunque sarà collegata al Cammino a Tomar, Condeixa o Ansião.
Il mio cammino alla rovescia da Santiago fino a Porto e poi verso Fatima seguì il Caminho Central e poi la costa (Espinho, Ovar, Aveiro) per poi ricongiungersi con quello ufficiale a Mealhada, Coimbra, Condeixa, Pombal, Leiria, Batalha, Fatima.
Ho fatto varie volte il cammino da Lisbona a Santiago con le differenti varianti per avere il massimo di notizie sulla progressione della segnalazione e sulle scelte operate dalle Associazioni galiziane e portoghesi per la sua definizione.
Nelle città la presenza turistica italiana si vede; nelle campagne in estate le macchine targate francese testimoniano dell'emigrazione massiccia ed alcuni vengono pure dall'Italia (vedi i pompieri di Barcelos).
I prezzi sono molto abbordabili ed il cibo è buono; nei supermarket spesso c'è il takeaway, piatti pronti da asporto a prezzi bassi.
Attenzione ai pezzi su strada, perché gli automobilisti guidano veloci e non si aspettano di trovare un camminante sul ciglio della strada, e molte volte sarete obbligati di andarci perché il cammino è lì oppure è allagato!
Si spera sempre che riuniscano le loro associazioni per definirne uno fatto bene e cercare di far passare la gente di fianco alla strada e non nei fossi, ma si sa come vanno le cose…
Il fascino del rustico permane e sono sicuro che vi piacerà, come ‘o rujo (licor de hierbas) che vi scalda al mattino prima di partire, come alla sera prima di dormire!
In Portogallo si può chiedere di dormire "gratis" dai pompieri, al dispensario ed alla misericordia. Lo fanno tutto l'anno per i pellegrini a Fatima e di solito c’è una stanza per chi ha la credenziale o un posto dove sistemarvi e fare una doccia. Ci sono anche delle pensão/residencial a basso costo e dei parque de campismo che ho testato, e chiedere alla gente o al prete del villaggio non costa niente…La rete degli ostelli della gioventù (consigliabile avere la tessera e prenotare) è presente, convenzionata ed accoglie a costi decenti.
Invece in Galizia tutto è organizzato: siete nella patria del turismo religioso dal IX secolo! E se il prete di Caldas del Reis decide di chiudere il rifugio, subito si inaugura il nuovo splendido di Portas Briallos, grazie agli sforzi di Santiago e di Pili ed alla generosità dei vecinos, ed anche Mos, villaggio aperto e attivo, non è da meno! Se Tuy e Porriño restringono l'uso dei rifugi e gli orari, se Pontevedra si chiude nel discorso psicorigido di albergue de paso e rifiuta accoglienza, Teo e Cancela Portela restano a disposizione dei camminanti nello spirito di accoglienza che avrete trovato in Portogallo. In ogni caso, sembra proprio che in Galizia sia in atto un processo di imputridimento dell’accoglienza, di decadenza da troppo pieno per le strutture e da usura del tempo per gli hospitaleri della Xunta e delle associazioni: la masificacion, la chiamano loro!

CAMMINANDO IN ITALIA

Da Nizza a Roma per la costa ligure e per la via Francigena.

Era un mezzogiorno uggioso. A lungo ero rimasto indeciso se partire o no. Tanto avevo tempo! E’ sempre così nei giorni prima della partenza, quella vera, non quella sognata o immaginata nei mesi o nelle settimane che la precedono, studiando percorsi e leggendo note di altri camminanti.
Non mi piace camminare con una guida in mano, fare attenzione al “gira a destra, vai a sinistra, guarda la chiesa, segui di qui, vai di là...”.
Come se si potesse camminare senza guardare dove si mettono i piedi! Hanno una bella pretesa questi venditori di carta stampata e di notizie spesso cambiate nella realtà che evolve nei tempi necessari alla pubblicazione (i tempi tecnici, li chiamano loro!).
Per questo preferisco leggere dei racconti del cammino da farsi, raccogliere informazioni svariate, studiare alternative; insomma approfondire al massimo le mie conoscenze e prepararmi un piccolo descrittivo dell’itinerario con qualche cartina generale ed andare senza farmi “guidare passo a passo”.
E’ vero, ci si può perdere! Ed allora?
Volete mettere il gusto di perdersi e di ritrovare la strada, non siamo mica nella giungla o nella foresta amazzonica!
***
In ogni caso, camminare senza la guida in mano, permette di vedere ed anticipare gli ostacoli, osservare il panorama e le cose della natura, lasciare che la mente viaggi libera nei pensieri, sogni e dialogati intimi.
I piedi vanno da soli come se il corpo umano avesse messo il timone automatico e la testa si distacca dalla contingenza come se volasse lassù come un’aquila.
Alcune volte mi sono sorpreso a fermarmi ad osservare questi uccelli (ma forse erano avvoltoi in cerca di carcasse o forse aspettavano che io lo diventassi...), mi siedo e guardo i loro giri nel vento.
Cosa pensano dei puntini giù in basso, che siamo cibo? O che altro?
Una volta mi sono sorpreso a pensare che il supposto “senso di superiorità” di alpinisti estremi non sia che il riflesso del loro essere saliti così in alto, come le aquile, e di aver visto noi puntini neri così in basso, granelli di polvere.
***
Dopo aver fatto e rifatto lo zaino 10 volte, dal massimo al minimo indispensabile (che poi è ancora troppo), scendendo ai fatidici 12 kg a cui si aggiungono acqua e provviste, l’ho provato e riprovato sulle spalle e l’ho messo lì sulla sedia.
Nella testa sono pronto, nel fisico un po’ meno. So già che perderò i miei 4 kg di troppo, che mi prenderò il raffreddore nella prima settimana di vita continua all’aria aperta e spesso anche la tosse devastante, che ti impedisce di riposare la notte (ma impedisce anche agli altri di farsi il loro meritato riposo!!), che a furia di mangiare panini le mie vie digestive saranno messe a rude prova (ahi le emorroidi), che articolazioni e giunture soffriranno (ricordati di bere!), che le mie spalle devono farsi la curva e la loro pelle ispessirsi sotto il peso dello zaino.
Vado piano e tappe corte per cominciare, ma per adesso sono ancora a casa!
Allora aspetto uno squarcio di sole per mettermi in cammino, come sempre da casa, chiudendo la porta dietro di me, come se cominciasse di nuovo una vita, solo in cammino per trovare la forza dentro di me e poterla trasmettere ad altri che ne cercano.
Certo! camminare non è la ricetta miracolo, ma in molti casi il distacco da una vita di problemi, di cui non si vede la soluzione, permette di rimetterla a fuoco, di pensare soluzioni inedite ed insperate, di guardare le cose da un altro angolo, sotto un altro aspetto e di porsi obiettivi, di pensare soluzioni, di prendere risoluzioni. Se poi al ritorno a casa queste saranno rispettate, questo è un altro discorso...
Oppure saranno di nuovo un alibi per ripartire...
***
Sono partito, mi aggiusto via via i lacci delle scarpe, i tiranti dello zaino, il respiro ed il passo.
Non ho trovato nei saldi invernali quelle scarpe leggere ed impermeabili che cercavo ed allora uso queste, nuove, che un pellegrino ha abbandonato nel rifugio nella Meseta spagnola dove ero hospitalero l’anno scorso.
Grazie a tutti quelli che abbandonano le loro belle cose appese ai fili ad asciugare o nei cesti delle cose da scambiare nei rifugi! In pochi anni mi sono fatto un guardaroba da professionista del trekking senza spendere una lira, col risultato che adesso sono io che mi dimentico le cose!!!
Bella differenza rispetto ai primi cammini fatti con magliette di cotone che si stingevano, con calze che massacravano i piedi, con pantaloncini che ti segavano l’interno dell’inguine, con un kway che ti faceva stare più bagnato dentro che fuori ecc. ecc.
Mi aspettano 250 km circa di costa ligure, quasi tutta su strada, saliscendi continui e clima strano di fine inverno-inizio primavera strano, con delle temperature estive e sole tutti i giorni. Speriamo che la meteo non me la faccia pagare!
Cammino tra gli sguardi stupiti e curiosi dei pensionati che svernano sulla riviera, parlano i miei dialetti e li ascolto passando, faccio finta di essere straniero per non dover fermarmi a dare spiegazioni.
Lo so che è male... oggi una persona su cinque ha più di 60 anni e le inchieste mettono in evidenza la loro solitudine crescente. Li vedo passare sui cammini alla ricerca di prove su se stessi, ma anche di compagnia durante la tappa o alla sera nei comedor; sono sempre di più, come ci dicono le statistiche di fine anno.
Ma una cosa è parlarci insieme in un rifugio, un’altra è cedere alla curiosità dei pensionati della Riviera che mi ritarda nella mia andatura...
Oups! brutta parola della vita normale: ritardo. Ritardo rispetto a cosa? Si vede che ancora non sono realmente in cammino, ma ancora legato a cose che via via perderanno senso... Ed allora gli lancio senza fermarmi:” sciura, i vagh a ruma a pei (trad: signora, vado a Roma a piedi)”. “a pei? Ti t’è matt!” (a piedi? Tu sei matto!).
***
Forse è vero! Persino mio padre, in un momento rarissimo di confidenza, quando gli dissi che continuavo i miei cammini a piedi e che ne avevo bisogno per continuare a vivere, lui che lottava da anni contro dolori fortissimi ed invalidanti, che vedeva poco a poco la fine della sua vita negli episodi sempre più frequenti che cercavano di decretare la sua fine, un giorno mi disse: “ma allora sei davvero matto!”
Eppure è stato lui ad abituarci, noi figli, alla vita all’aria aperta, alle corse con i cani per scovare la selvaggina, ad andare nei campi a lavorare col nonno, a restare legati ad una certa cultura contadina.
Lo scoutismo ed un certo Cesare Pavese faranno il resto, fino alle lotte ed alle scelte di vita degli anni settanta.
Ma forse le mie scelte, la decisione di non formare una famiglia, di non avere figli, i miei errori uniti a questa voglia di andare in giro per il mondo, rifiutando carriera e denaro, lo hanno portato ad una valutazione del mio essere che risulta da questa incomprensione e si riassume a: “ma tu sei davvero matto”.
Non poteva capire, lui, generazione della guerra e dello sforzo ricostruttivo che sfocia nel boom, che noi figli di questo boom abbiamo voluto cambiare una società autoritaria ed ineguale. Spontanei e libertari, noi, lavoratori per scelta, abbiamo abbandonato il mito del posto fisso e della laurea per cambiare noi stessi prima che la società, con il risultato di vedere che il consumismo si è impadronito della voglia di cambiare e l’ha trasformata in consumi...
Pochi sono rimasti uguali a se stessi, molti hanno approfittato dell’assorbimento trasformista per lucrare posti e privilegi, compresi quei terroristi e cripto-terroristi che tanto hanno contribuito a criminalizzare il movimento ed ora scrivono libri o occupano posti importanti.
Edonismo e consumismo vanno a braccetto, giustificando tutto e tutti. L’esotismo fa della povertà della periferia del mondo lo scopo di viaggi finto - avventurosi o lo slancio di doni in occasione di disastri, ma si dimentica (o fustiga) di quel terzo mondo che camminando vedo nelle città e periferie di questa costa ligure, miscuglio di indigeni, emigrati meridionali e stranieri, cioè venuti da fuori, come se noi non fossimo, anche noi, degli emigranti, degli stranieri venuti da fuori in tutte le regioni del globo!
Se c’è una cosa che caratterizza gli italiani, è che ce ne sono più fuori d’Italia che dentro! Anche se tra pochi anni i cinesi ci avranno superato in questa particolare classifica, loro che si stanno espandendo un po’ ovunque.
***
Finché la strada è piatta, lungo la costa, tutto va bene; quando comincia a salire per superare i Capi ho il fiato corto e sudo abbondantemente, mi ci vorranno circa 12-15 giorni per essere a pieno regime.
C’è una cosa che mi stressa un po’ in questo inizio di cammino: mancano alloggi pellegrini come in Spagna o Francia, devo preoccuparmi di telefonare prima (anche se poi non lo farò...) per avere posto o cambiare la tappa prevista, se non ce n’è.
Non ho un budget largo per permettermi gli hotel e ristoranti, allora mi sono fatto una lista di accoglienze, stile ostelli gioventù e case per ferie per la Liguria.
Poi sulla Francigena da Sarzana in poi, mi baserò sull’esperienza di amici e corrispondenti che hanno ben voluto segnalarmi alloggi sicuri… mica come certe guide per pellegrini impavidi che ti danno per sicuri alloggi ed accoglienze che non lo sono proprio!!!
Ma questa è solo polemica, il cammino è un’altra cosa dal vero, vivo live, come si diceva ai miei tempi, quando GPS erano solo tre lettere senza significato e si andava a piedi o col pollice.
Le antiche vie romane, che sono la base del mio cammino, ora sono diventate strade statali; per fortuna che ci sono i marciapiedi ed il lungomare.
Talvolta i sindaci si sono resi conto che viviamo nell’era del tempo libero e del mantenimento del corpo, con lo sviluppo del cicloturismo e dell’escursionismo tra le altre cose, ed allora stanno facendo delle ciclovie, di fianco alla statale certo, ma che ti permettono di camminare senza prestare attenzione particolare alle auto.
Da Genova centro poi, un sentiero del CAI dismesso mi porta verso la riviera di Levante, su e giù per i bricchi.
***
Strana, questa sensazione di andare al contrario, controsole. Non ci avevo pensato prima, anche se già ho camminato al contrario ritornando da Fisterra verso Compostella. Qui però aver il sole in faccia mi dà impressioni strane e male agli occhi, non mi sono portato occhiali da sole. Vorrà dire che mi abbronzerò davanti e non dietro come quando si va verso Santiago! Mizzica, il problema del timbro sulla credenziale! Mi tocca chiedere a comuni, biblioteca, prete, ufficio turistico. Non sanno cos’è e mi tocca spiegare il perché ed il percome. Ma almeno lo sanno per la prossima volta...
Talvolta il sole picchia e mi scotto tutto il naso e le orecchie, più spesso il cielo è nuvoloso ed il vento soffia con il mare in tempesta, come durante la dura traversata delle turistiche Cinqueterre. Un pezzo di sentiero è crollato in mare; un tipo di un ostello, che apriva il giorno dopo, mi rifiuta la possibilità di dormire al coperto; una barca capovolta nel porto sarà il mio giaciglio notturno, che freddo!
Anche se non sono abituati a vedere tipi col bastone e lo zaino passare, è raro che rifiutino di accogliere un camminante; certo, poi è questione di prezzo...
Arrivo a Sarzana ed ancora una volta le indicazioni della guida per pellegrini impavidi sono errate, ma per fortuna trovo uno che mi saluta dicendomi : “ciao, Flavio!” lo guardo, non lo riconosco e lui sorridendo indica il mio bastone su cui anni prima avevo scritto il mio nome perché due belgi, una notte al Somport, avevano cercato di rubarmelo e, come per un presentimento, mi ero svegliato di scatto nella notte per vedere se c’era ancora, non l’avevo trovato perché lo avevano già trasformato e nascosto in un armadio di un’altra stanza.
Pino è un tipo sveglio, gli dico che sto cercando un posto per lavarmi e dormire. Quando gli racconto da dove vengo e dove vado, mi dice:” ma perché non ci vai in vespa?” spiritoso…
Comunque mi trova un divano nella biblioteca della comunità dove lavora (che bello, dei libri da leggere!)
Tutto questo cammino sarà un susseguirsi di incontri con gente stupita di trovare in questa stagione uno che va a Roma a piedi; gente che vorrà capire le motivazioni dei cammini, gente che mi chiederà di mandargli i descrittivi dei cammini e qualcuno me lo ritroverò pure in Spagna.
La costa della Garfagnana e poi le colline toscane ritmano questo cammino italiano ancora poco tracciato, (alcuni appassionati fanno il possibile) adotto alcune varianti personali in parte per trovare alloggio, in parte perché voglio vedere cose e persone.
Se durante la giornata cammino solo, anche se cani e persone incroceranno il mio cammino, la sera è occasione di incontri che restano scolpiti nella mia memoria, nel bene e nel male.
Mi rendo anche conto che i miei tempi, i miei ritmi di vita, abituati ai cammini altrove, non sono quelli italiani, dove questa abitudine non c’è. Per fare un esempio di routine normale: si cammina, si arriva, ci si lava, si lava la roba, si fa un giro, si cena e si va a dormire. Qui invece, talvolta ti lasciano fuori ad aspettare che abbiano finito le loro incombenze, senza pensare che tu hai fame, freddo o voglia di farti una doccia o di andare in bagno; talvolta ti invitano a cena, spesso ad ore tarde, e tu hai solo voglia di andare in branda perché la tappa è stata durissima; talvolta ti guardano straniti, chiedendosi cosa tu abbia bisogno, sono davvero molto gentili ed allora gli spiego il decalogo del pellegrino e delle sue esigenze. Una branda od un materasso per dormire, un bagno con doccia calda, una cucina come massimo del confort.
***
Devo sempre tener conto del fatto che la stagione inizia dopo Pasqua perché le spese di riscaldamento sono alte e quindi, anche dove mi offrono accoglienza, spesso fa un freddo cane e mi tocca dormire vestito pesante… ed il risveglio non è mai facile, le cose non asciugano, le docce sono fredde, proprio come agli albori dei cammini in Spagna.
Per fortuna, ogni tanto gente “buona” rimette un po’ di calore...gente organizzata, che sa di cosa hai bisogno e che in cinque minuti capisce il problema senza tante chiacchiere e ti da quello che può e forse anche di più. Li ho citati nel mio descrittivo della via francigena e quelli che la faranno li riconosceranno.
L’entrata in Etruria è un poco surreale, mi pare di essere in terra straniera, come quando dal Béarn si entra nel Paese Basco dopo Navarrenx o dal Bierzo in Galizia. Paesaggi diversi, scomparsi gli ulivi, una campagna spoglia; gente diversa, più rude ed aggressiva; l’impatto con Viterbo e le altre cittadine è duro; manca anche il contatto umano, mi sento come un extracomunitario ai margini di questa società rinchiusa su se stessa. Saranno le più brutte tappe in questo senso fino a Roma, che anche lei ce la metterà tutta per farmi pagare non so che cosa con una grandinata spaventosa negli ultimi quattro km ed una pioggia violentissima, tanto che all’Opera romana pellegrinaggi il tizio mi guarda sgocciolare sul pavimento, quasi rimproverandomi, e mi dice che gli devo aver fatto qualcosa, a quello lassù, per accogliermi così...Sapesse...
Comunque mi fa la fotocopia e rapido come il fulmine mi dà il Testimonium, mentre al piano di sopra i business-men affaristi del turismo religioso (Opera Romana Pellegrinaggi) discutono di quote di mercato e di investimenti che devono rendere sempre di più...
Mi rimetto lo zaino e sotto la pioggia mi incammino alla ricerca di un letto...
UN CAMMINO NEL CAMMINO

Nel corso del nostro cammino di Santu Jacu di settembre 2012 nella zona Sassarese abbiamo avuto modo di conoscere ed essere aiutati nelle nostre ricerche per un percorso ottimale da Pinuccio Cannas, nativo di Ozieri e responsabile della struttura francescana di MondoX Sardegna a Sassari. Grazie a lui siamo stati ospitati nella casa di accoglienza di S'Aspru nella zona di Siligo, un'oasi in cui circa 25 persone di tutte le età fanno un loro cammino di tre anni minimo fino a cinque per reinserirsi nella società, aiutati da operatori e da quelli che sono già a buon punto nel loro "cammino". Regole precise di comportamento e di vita lavorativa ritmano la quotidianità ed il distacco dall'ambiente abituale permette di riconsiderare il proprio status (essere) nella vita personale e sociale.
Con loro abbiamo condiviso la cena comunitaria e potuto spiegare alcuni risvolti dei nostri cammini. Devo dire che sono rimasto stupito dalla capacità lavorativa e dai risultati prodotti dagli ospiti di questa come di altre strutture di MondoX in Sardegna. Il lavoro manuale ed intellettuale, ben organizzato, aiuta a ristrutturarsi poco a poco ed a vedere i frutti del proprio lavoro ben fatto.
Camminando nei giorni seguenti sotto il solleone ho potuto riflettere al loro ed al nostro cammino. Mi sono tornate alla mente le mie esperienze e le letture sul pellegrino, l'uomo viator che va in cammino, il cammino fisico del viaggiatore che si sposta da un luogo all'altro, e la vita monastica, la peregrinatio in stabilitate, il cammino spirituale nella quiete di un monastero o di un eremitaggio.
Nelle cose che scrivo da qualche tempo sui cammini, cerco di mettere in evidenza quello che reputo un carattere fondamentale dei cammini moderni e del loro "successo": la comunità in marcia, formata da gente di tutti i tipi e condizioni sociali, che nell'andare quotidiano supera lo status abituale della vita di tutti i giorni, per diventare esempio di comunità reale in cui persone diverse possono e vogliono condividere, superando in questo i problemi della società attuale individualista e prefigurando quella che sarà la società futura.
Per arrivare a questo risultato ci vuole il tempo dell'andare a lungo, del distacco dalla vita "normale" e da tutti quelli che sono i riferimenti e le costrizioni che abbiamo, per accettare di non sapere dove dormire, dove mangiare, chi si incontrerà e cosa si vedrà. In pratica di andare verso l'incognito come un emigrante, un esiliato, un forestiero o un senza domicilio fisso odierno. Questo è quello che si trova a dover affrontare chi inizia un suo cammino, chiudendosi dietro la porta di casa.
Ma, come nel medioevo, esiste anche un'altra forma di cammino, il cammino mentale. Dal movimento alla stabilità, dall'abbandono dei luoghi all'abbandono delle cose. Non si cerca più il santo Graal, la reliquia, il luogo santo.
La proposta l'aveva fatta, secoli prima, la teologia monastica. Di fronte alla "stabilitas in peregrinatione" offriva nel chiuso del monastero, una "peregrinatio in stabilitate" Era la forma di combinare lo "stare fisico" con il "pellegrinare mentale". Non bisognava più andare in pellegrinaggio, bastava seguire il cammino della perfezione monastica.
Anche Dante, sempre attento alle umane cose, presenta nella Divina Comedia il suo viaggio simbolico che intraprende a metà della vita, un cammino immaginario dell'evoluzione della società tra i secoli XI e XV.
Non è l'unico cambiamento societale alla fine del Medioevo. Già dal secolo XII, il cammino, i camminanti ed il pellegrinaggio si laicizzano. I protagonisti continuano ad essere viaggiatori, gente che si muove, però sono ogni volta meno pellegrini e più viaggiatori, più mercanti e meno devoti, più turisti e meno credenti, più curiosi e meno eroici, più vagabondi e meno "santi".
In pratica, i cammini si convertono in luogo di scambi culturali e di curiosità intellettuale che si avvicinano di più ad una forma di turismo "religioso" che ad un sacrificio, ad una "vía dolorosa" e questo lo sono tutt'ora, con le dovute eccezioni.
Per questo, l'esperienza della comunità di S'Aspru di MondoX, nel chiuso della struttura, si apparenta alla peregrinatio in stabilitate, al distacco dal mondo "reale", dagli affetti e dalle costrizioni della vita "normale" per permettere ai membri della comunità di trovare la loro strada. Voglio ringraziarli per la loro accoglienza e la loro disponibilità.

POST SCRIPTUM
Ho iniziato a percorrere cammini “santiaghisti” nel 1992 e continuo a farlo, malgrado gli anni e l’usura. Dal 2002 in poi ho deciso di essere hospitalero per ridare quello che mi avevano dato nelle varie accoglienze. Di questi vent’anni di esperienze varie ho scritto piccole cose, che saranno oggetto di un prossimo libro. Anche se un poco datate, chi fa’ oggi l’hospitalero volontario riconoscerà le esperienze comuni. Buon cammino! Flavio Vandoni detto Barabba www.camminando.eu