{"id":905,"date":"2013-09-27T21:25:45","date_gmt":"2013-09-27T19:25:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.camminando.eu\/wordpress\/?p=905"},"modified":"2013-09-27T21:28:27","modified_gmt":"2013-09-27T19:28:27","slug":"camminante-a-semplici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.camminando.eu\/wordpress\/?p=905","title":{"rendered":"Camminante &#8211; A. Semplici"},"content":{"rendered":"<blockquote><p><em>Frate Fabio \u00e8 un francescano. Vive a San Zeno. In Val di Non. In una comunit\u00e0 con altri tre fratelli. Hanno in custodia il santuario di San Romedio, il santo che parlava agli orsi. Legge un articolo che avevo scritto sugli scrittori del camminare. Un articolo veloce, superficiale. Ma frate Fabio decide che sono un esperto dell\u2019 \u2018andare a piedi\u2019. Mi cerca, mi trova, ci incontriamo, mi convince a partecipare al convegno che la sua comunit\u00e0 sta organizzando al paese. Parlare del camminare. Dico di s\u00ec, faccio le bizze, so di andare incontro a guai. Ma qualcosa leggo e studio. Frate Fabio mi chiede un intervento scritto. Protesto. Ma lo scrivo, anche se poi mi bado bene dal leggere. E un giorno di settembre del 2008, mi ritrovo con antropologi, teologi, filosofi e persino un\u2019esegeta a parlare di camminare. Invento, improvviso, rimangono queste trenta cartelle scritte in un\u2019estate strana e bella (almeno ne ho un bel ricordo). Forse queste parole sono l\u2019avvio di un lungo cammino. O, come \u00e8 pi\u00f9 probabile, la sosta sar\u00e0 immediata dopo la partenza. Ma sono state scritte e avr\u00f2 voglia di rileggerle fra qualche anno. E magari qualcuno riuscir\u00e0 a completarle.<\/em><\/p>\n<p><em>Sono state scritte per essere \u2018dette\u2019 il 5 settembre del 2008. E\u2019 un testo con una data. <\/em><\/p><\/blockquote>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><strong>Caminante\u2026\u2026<\/strong><\/p>\n<p>In questa estate si \u00e8 camminato molto. Da tre giorni sta camminando <strong>Riccardo Carnovalini<\/strong>, un camminatore storico. Lungo i sentieri dell\u2019Occitania. 1300 chilometri, 70 giorni di percorso. Per il riconoscimento della lingua occitana come patrimonio immateriale dell\u2019umanit\u00e0. A luglio, Riccardo aveva percorso tutte le coste della Liguria per raffrontare le immagini della riviera di oggi con quelle di qualche decennio fa.<\/p>\n<p>Ha camminato, fra luglio ed agosto, <strong>Alberto Conte<\/strong>, l\u2019ingegnere che ha tracciato il percorso italiano della via Francigena. E\u2019 andato da Milano a Roma in trentuno giorni. Quattro settimane e mezzo al posto delle quattro ore e mezzo dei treni ad alta velocit\u00e0. Le Francigene si sono moltiplicate in questi anni: questa antica via di pellegrinaggio sembra passare ovunque nel suo cammino verso Roma.<\/p>\n<p>Ha camminato <strong>Enrico Brizzi<\/strong>, scrittore, da Roma a Gerusalemme (e pubblica le sue parole sulla rivista Traveller). Aveva gi\u00e0 percorso la via Francigena nel 2006 (il diario venne pubblicato dall\u2019Espresso), e, nel 2004, dall\u2019Argentario al monte Conero, dal Tirreno all\u2019Adriatico.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">Hanno camminato, fatemelo ricordare, migliaia e migliaia di uomini e donne che, dall\u2019Eritrea, dalla Somalia, da paesi africani senza pace, attraversano il Sahara pur di raggiungere le sponde del Mediterraneo, banchina disperata verso il nostro mondo. Nel mese di luglio, 158 fra uomini, donne e bambini hanno perso la vita nella traversata del mare. Un censimento che mai sar\u00e0 quello della realt\u00e0. E\u2019 un andare maledetto, questo.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">C\u2019\u00e8 voglia di camminare in Italia. Oppure noi abbiamo la percezione che ci sia voglia di camminare? Oltre 14mila persone sono iscritte alla newsletter della Boscaglia, un intelligente operatore turistico che, ogni anno, fa camminare in Italia mille e duecento persone.<\/p>\n<p>Da due anni ha un buon successo, sulla dorsale emiliana dell\u2019Appennino, a Berceto, il <em>Festival del Camminare<\/em>. E\u2019 un fine settimana intenso: un po\u2019 si cammina, un po\u2019 si mangia, un po\u2019 si ascolta buona musica. E poi ci sono le parole, in affollati seminari, dei protagonisti (quest\u2019anno, fra l\u2019altro, Erri De Luca e Mauro Corona) del nuovo palcoscenico del fenomeno-camminare.<\/p>\n<p>E poi ci sono gli scrittori che hanno riscoperto \u2018il camminare\u2019. Un affrettata bibliografia di saggi, manuali, diari, narrativa e guide raccontate sull\u2019andare a piedi ha censito ben settantotto libri in italiano. <strong>Enrico Brizzi<\/strong>, 34 anni, dopo il fulminante successo d\u2019esordio con le storie di Jack Frusciante, ha trovato un nuovo approdo nei racconti delle sue camminate da mille e pi\u00f9 chilometri per volta. Scrive di sentieri fra Toscana e Umbria, <strong>Andrea<\/strong> <strong>Bocconi<\/strong>, 58 anni, scrittore e psicoterapeuta. Scrive di camminare perfino <strong>Claudio Sabelli<\/strong> <strong>Fioretti<\/strong>, (non dice la sua et\u00e0 , \u00e8 vecchio, pi\u00f9 di me. Ha 64 anni. Non dice quanti giornali ha diretto, quanti ne ha chiusi. Ha diretto Cuore, ad esempio. E Sette. E anche il vecchio Abc) e pubblica un libro dalla copertina monacale e dal titolo misterioso (uno non lo comprerebbe mai, si intitola \u2018<em>A piedi<\/em>, da Masetti a Vetralla. L\u2019Italia\u2019). Ho conosciuto Sabelli Fioretti e mai avrei pensato che potesse muovere dieci passi tutti assieme. Ma \u00e8 uno spiritoso. Bisogna, dunque, scoprire che Sabelli Fioretti, da qualche tempo, vive a Masetti (che sta dalle parti di Lavarone) ed \u00e8 nato a Cura di Vetralla, che si trova fra Viterbo e Tarquinia. Per la cronaca Claudio e il suo amico Giorgio Lauro hanno percorso 659 Km, 32 giorni di cammino. Ritorno in cinque ore e mezzo con un Eurostar. Almeno fino a Trento.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">Allora lo confesso: non ho letto Brizzi, non ho letto Bocconi, ho letto a sprazzi Sabelli Fioretti (ma solo perch\u00e9 ho trovato il libro abbandonato su un tavolo in una redazione).<\/p>\n<p>Ma ho con me questa foto: sono i piedi di Caterina. Una ragazza della Calabria. Della Locride. Cammina scalza verso il santuario della Madonna di Polsi. E\u2019 il primo settembre. In questo giorno, un intero popolo si mette in cammino verso questo luogo sacro. E\u2019 una sorta di ordalia sacra da celebrare nella notte. E\u2019 un rito di grande emozione, cristiano e pagano allo stesso tempo. <strong>Corrado<\/strong> <strong>Alvaro<\/strong>, quasi un secolo fa, scrisse dei pellegrini che salivano a Polsi (lui era di San Luca): \u2018una signora vestita bene camminava a piedi nudi, tenendo le scarpe in mano. Per voto\u2019. Non ho chiesto a Caterina perch\u00e9, anche lei, camminasse a piedi nudi. L\u2019ho seguita in silenzio fino al santuario.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">So che il camminare \u00e8 una metafora potente. Ho avuto la sensazione, mentre cercavo di leggere i libri sul camminare, che molti \u2018camminino per scrivere\u2019. David Le Breton, scrittore e sociologo, mai attraversato da dubbi sulla bellezza del camminare, lo dice con franchezza: \u2018Si cammina anche per scrivere, raccontare, cogliere immagini, cullarsi in dolci illusioni, accumulare ricordi e progetti\u2019.<\/p>\n<p><strong>Da dove si comincia?<\/strong><\/p>\n<p>Aiuta a cominciare <strong>Rebecca Solnit<\/strong>. Che si pone la stessa domanda nella prima delle sue 360 e passa pagine di una superba (e molto statunitense) <em>Storia del camminare<\/em>: \u2018I muscoli si tendono. Una gamba \u00e8 il pilastro che sostiene il corpo eretto fra cielo e terra. L\u2019altra, un pendolo che oscilla da dietro. Il tallone tocca terra\u2026si parte con un passo, poi un altro, e un altro ancora che, sommandosi come lievi colpi su un tamburo, formano un ritmo: il ritmo del camminare\u2019. Attenzione, avverte: \u2018la cosa pi\u00f9 ovvia ed oscura del mondo \u00e8 questo camminare che si smarrisce cos\u00ec facilmente nella religione, nella filosofia, nel paesaggio, nella politica urbana, nell\u2019anatomia, nell\u2019allegoria e nel crepacuore\u2019. E ancora: \u2018La storia del camminare \u00e8 una storia non scritta. Segreta\u2019.<\/p>\n<p>Da dove si comincia non \u00e8 cos\u00ec indifferente in questa storia del camminare. E\u2019 una storia che nasce ben prima di quella degli esseri umani. Il sociologo <strong>David Le Breton<\/strong> cita, nella prima pagina del suo piccolo libro (<em>Il mondo a piedi<\/em>), il paletnologo francese Leory-Gouran: \u2018la specie umana ha inizio con i piedi\u2019. Oggi si osservano con un brivido di commozione le orme di G1 e G2, due ominidi, due austrolopitechi, alti meno di un metro e quaranta, che non hanno la stessa celebrit\u00e0 di Lucy, ma, sfuggendo alle eruzioni dei vulcani Satiman e Lemarkot, montagne di fuoco a oriente di Ngorongoro, lasciarono dietro a loro una fila di impronte che la cenere della doppia eruzione fossilizz\u00f2. Trent\u2019anni fa sono gli occhi del geologo <strong>Paul Abell <\/strong>a scorgere, cadendo per terra, complice un raggio di sole, trentanove orme di piedi nudi, una striscia di passi lunga 27 metri. G1 e G2 sono la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno dopo il ritrovamento di nonna Lucy, che oltre tre milioni e mezzo di anni fa gli ominidi gi\u00e0 camminavano sui loro due piedi. Ancora Le Breton: \u2018La marcia \u00e8 qualcosa di incompiuto che sfida continuamente lo squilibrio. Per non cadere, chi cammina deve subito compensare un movimento con un altro, che lo contraddice, mantenendo un ritmo regolare. Fra un passo e l\u2019altro si sta sempre sul filo del rasoio\u2019.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Ho bisogno di una guida<\/strong><\/p>\n<p>Io non so se sono capace di mantenere questo equilibrio. Non cammino poi molto (anche se, quando c\u2019\u00e8 da camminare, pi\u00f9 o meno lo faccio). Mi consolo scoprendo che chi cammina (e chi cammina e scrive) ha la saggezza di cercare una guida. Perfino uno snob altezzoso e superbo come <strong>Bruce Chatwin<\/strong>, scrittore di culto per chi ama la letterature di viaggio, fa trapelare un\u2019emozione sincera quando racconta la pi\u00f9 bella delle leggende sulla creazione del mondo: \u2018Nel Tempo del Sogno\u2019 gli aborigeni \u2018avevano percorso in lungo e in largo il continente cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano \u2013 uccelli, animali, piante, rocce, pozzi \u2013 e col loro canto avevano fatto esistere il mondo\u2019. Le Vie dei Canti degli aborigeni fondono il camminare con il paesaggio, la parola e la narrazione con la mitologia della creazione e della bellezza. I passi degli uomini creano la Terra. Le parole di chi va a piedi creano il sentiero che si sta percorrendo. In Africa un poeta senegalese, veterinario e diplomatico, <strong>Birago Diop<\/strong>, non ha dubbi: il suo cammino \u00e8 guidato dagli antenati: \u2018Vado per sentieri, vado oltre il mare e pi\u00f9 lontano ancora. Camminano davanti a me gli spiriti degli avi\u2019. Se uno dei poeti della Negritudine segue le storie della sua gente, un regista tedesco, in un piccolo libro diventato celebre fra chi scrive del camminare, ha un\u2019altra guida. Alla fine del 1974, in un inverno gelido e cupo, <strong>Werner Herzog <\/strong>va a piedi da Monaco a Parigi. Ricorda che ha una giacca, una bussola, una sacca con \u2018dentro lo stretto necessario\u2019 e un paio di stivali \u2018nuovi e solidi\u2019. Lungo il suo cammino (un\u2019avventura folle) incontra un airone grigio: \u2018vola davanti a me per chilometri. Poi si posa e quando\u2019 Herzog si avvicina \u2018vola per un altro pezzo\u2019. Ho tralasciato le ragioni per le quali Chatwin (che viaggiava, ma non \u00e8 certo che camminasse), Birago Diop (come ogni africano ha molta chiarezza sulla fatica del camminare) ed Herzog (che impieg\u00f2 ventuno giorni a raggiungere Parigi) si erano messi in cammino, ma tutti intuivano e sperimentavano una verit\u00e0 elementare: gli occhi di chi va a piedi hanno attenzione per i dettagli. La guida degli antenati non serve a chi prende un aereo. Chi va in macchina non noterebbe i balzi di un airone e di un cammino, anche del pi\u00f9 semplice, si trattiene nelle mente ogni sasso, ogni cespuglio, ogni volo di uccello. \u2018Niente pu\u00f2 cancellare il ricordo del cammino percorso\u2019, dice il musicista panamense (e anche ministro e avvocato) <strong>Rub\u00e8n Blades<\/strong>. E ancora: \u2018Camminando si apprende la vita\/Camminando si conoscono le cose\/camminando si sanano le ferite del giorno prima\u2019. Diop, Herzog e Chatwin scelgono, con sapienza (e gioco letterario), di avere una guida. \u2018Parlare di cammino significa parlare della vita, umana e cosmica\u2019, dice subito, nelle prime pagine di un suo libro, <strong>Sabino Chial\u00e0<\/strong>, monaco di Bose. E ancora: \u2018Camminare \u00e8 vivere, assecondare l\u2019impulso vitale e accettare di farsene compagno\u2019. \u2018Camminare\u2019 avverte Rebecca Solnit \u2018\u00e8 una metafora centrale del pensiero e della parola\u2019. Gi\u00e0: <em>Nel mezzo del cammin di nostra vita <\/em>(anche lui aveva bisogno di una guida). <strong>Nelson<\/strong> <strong>Mandela<\/strong> intitola la sua autobiografia <em>A long walk to freedom<\/em>. \u2018Io sono un viandante\u2019, dice, pi\u00f9 modestamente, il comico <strong>Antonio Albanese<\/strong>. \u2018Viaggio \u00e8 una parola nobile \u2013 scrive <strong>Erri De Luca<\/strong>, scrittore di grande passione \u2013 E si riferisce solo a chi lo fa a piedi\u2019. <strong>Duccio Demetrio<\/strong>, come gli aborigeni australiani, \u00e8 certo che il pensiero filosofico nasce quando camminando qualcuno ha cominciato a dare un nome alle cose. Da qui, il destino dell\u2019uomo. Che \u00e8, per Demetrio, \u2018il camminare inquieto alla ricerca di Dio, del mistero, dell\u2019enigmaticit\u00e0 del tutto\u2019.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Quando \u00e8 che diventa letteratura?<\/strong><\/p>\n<p lang=\"it-IT\">In questo caso mi devo fidare. Degli storici del camminare. Dei cultori che hanno studiato i letterati romantici. Se la storia dell\u2019umanit\u00e0 ha inizio con gli ominidi che, nella Rift Valley, si alzano in piedi, il camminare come \u2018atto culturale\u2019 consapevole, come \u2018ingrediente della nostra esperienza estetica\u2019 ha memoria pi\u00f9 breve. Poco pi\u00f9 di due secoli.<\/p>\n<p>Duccio Demetrio<strong> <\/strong>ricorda, con chiarezza, che \u2018la filosofia nacque in cammino\u2019. I sapienti greci dialogavano camminando. Ad Atene, Aristotele discuteva passeggiando sotto i portici. <strong>Umberto<\/strong> <strong>Eco<\/strong> ha contato il tempo necessario a percorrere i lati di chiostri monacali pur di far coincidere passi e parole in un lontano medioevo. Ma il camminare diventa \u2018letteratura\u2019 con <strong>William Wordsworth<\/strong>, il poeta inglese, pioniere del romanticismo. Fine settecento, dunque. William e la sorella Dorothy sono i capostipiti di \u2018quanti camminano per il proprio gusto\u2019. Wordsworth \u00e8 considerato \u2018uno dei primi che usa le gambe come strumento filosofico\u2019. \u00a0Il Distretto dei Laghi, a un passo dalla Scozia, diviene il paesaggio letterario di chi si azzarda \u2018oltre il confine del giardino\u2019. Wordsworth e sua sorella (ma anche Coleridge) lo fanno. A 21 anni parte per un viaggio a piedi lungo duemila miglia. Attraversa, con il compagno di studi Robert Jones, la Francia. Raggiunge e scavalca le Alpi. Questo lungo itinerario \u00e8 un atto di ribellione e di disobbedienza. I due amici percorrono trenta miglia al giorno: \u2018Fu una marcia a velocit\u00e0 militare e la terra mut\u00f2 le immagini e le forme davanti a noi, come mutano le nuvole nel cielo\u2019. Qualcuno si \u00e8 messo a calcolare le miglia percorse da Wordsworth durante la sua vita di camminatore: 180mila. Il camminare per il poeta romantico, ribelle in giovent\u00f9, conservatore e vittoriano negli anni della sua maturit\u00e0, \u00e8 stato il segno centrale della sua vita. Per chi indaga sul camminare, Wordsworth \u00e8 una sorta di \u2018divinit\u00e0 dei sentieri\u2019, una figura sacrale. Anche <strong>Thomas De Quincey<\/strong>, pi\u00f9 giovane di quindici anni di Wordsworth, fu un camminatore, ma il suo andare a piedi, raccontano, era conseguenza della sua indigenza. De Quincey non trasporta nella sua opera il camminare. Ma, forse, \u00e8 stato il primo camminatore a compiere un viaggio a piedi dormendo in una tenda. E intraprendenti artigiani hanno avuto una pionieristica idea: i romantici inglesi hanno fatto muovere i primi passi a quella che sar\u00e0 l\u2019industria (oggi fiorente) dell\u2019equipaggiamento per il trekking. Per dieci anni, fra il 1794 e il 1804, cammina anche <strong>Samuel Coleridge<\/strong>. Cammina, prima di leticarci per sempre, assieme a Wordsworth. Cammina per il Galles, nel Distretto dei Laghi, va in Scozia con un carro tirato da un asino. E quando smette di camminare, vi sono critici pignoli e pedanti che avvertono come i suoi versi non siano pi\u00f9 cos\u00ec sciolti. Anni pi\u00f9 tardi, era il 1818 e aveva 23 anni, anche <strong>John Keats <\/strong>decise che camminare era come un rito iniziatico, una cerimonia di passaggio, un apprendistato alla poesia: \u2018Mi propongo di prendere lo zaino e fare un giro a piedi nel Nord dell\u2019Inghilterra e in Scozia, una specie di prologo alla vita che intendo fare. Cio\u00e8 scrivere, studiare e vedere tutta l\u2019Europa spendendo il meno possibile\u2019. Conclude Keats: \u2018Mi arrampicher\u00f2 sulle nuvole\u2019. Oltre un secolo dopo, l\u2019anno scorso, sull\u2019Appennino Emiliano, si svolse il primo Festival del Camminare. E mente pensante dei giorni di Berceto \u00e8 un giovane filosofo di Parma,<strong> Italo Testa<\/strong>. Il piccolo libro che racchiude gli interventi di chi partecip\u00f2 ai dialoghi sul camminare ruota attorno all\u2019antropologia e all\u2019estetica del camminare.\u00a0 <strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Camminare aiuta i pensieri?<\/strong><\/p>\n<p>\u2018Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso pi\u00f9, e la testa se ne va in sincronia con i miei piedi\u2019.\u00a0 Sono parole, amate dai camminatori-filosofi (o dai filosofi-camminatori) di <strong>Jean-Jacques Rousseau<\/strong>. Appaiono nelle sue Confessioni. La storia del camminare come atto culturale \u00e8 davvero <em>recente<\/em>. Poco pi\u00f9 di due secoli fa: se Wordsworth (nato nel 1770) compie i primi passi letterali, Jean-Jacques Rousseau (nato quasi sessanta anni prima del poeta inglese) avvia il cammino dei filosofi che devono sentire le gambe muoversi per mettere in movimento anche i pensieri. L\u2019esordio di Rousseau come camminatore \u00e8 avvolto da un anedotto leggendario: aveva quindici anni, il giovane Jean-Jacques, tornava da una gita domenicale nelle campagne attorno a Ginevra: \u00e8 in ritardo e le porte della citt\u00e0 sono gi\u00e0 chiuse. Il giovane Rousseau non si dispera e continua a camminare fino a oltrepassare i confini della Svizzera. Il camminare diventa la metafora dell\u2019uomo semplice. Nello stato di natura, l\u2019uomo \u2018erra nella foresta, senza industria, senza parole, senza domicilio, senza guerra e senza associazione, senza alcun bisogno dei propri simili, come pure senza desiderio di nuocere loro\u2019. Il ribelle Rousseau riesce a pensare solo camminando: \u2018Bisogna che il mio corpo sia in moto perch\u00e9 io vi trovi il mio spirito\u2019. Jean-Jacques Reausseau pone\u00a0 \u2018le basi per l\u2019edificio ideologico dentro il quale il camminare sarebbe stato racchiuso\u2019. E, come un destino, il filosofo morir\u00e0 camminando in uno dei suoi paesaggi pi\u00f9 amati.<\/p>\n<p>Si risale fino all\u2019antica Grecia per trovare radici di questo pensare camminando. Vengono trovati appigli, storie e tradizioni sulle sponde del Mediterraneo. Si immagina Aristotele tenere le sue lezioni mentre cammina sotto i portici. E\u2019 la scuola <em>peripatetica<\/em>. Che, in inglese, significa, ci avverte sempre Rebecca Solnit, \u2018persona che cammina abitualmente ed estensivamente\u2019 (mentre in italiano, la parola indica una prostituta che <em>batte <\/em>la sua strada). Solnit \u00e8 scettica: \u2018Non possiamo affermare che Aristotele e i suoi peripatetici avessero davvero l\u2019abitudine di passeggiare mentre parlavano di filosofia\u2019. Ma anche lei non pu\u00f2 negare che il legame fra il pensare e il camminare sia solido e che \u2018l\u2019architettura greca accoglie il camminare come attivit\u00e0 sociale e colloquiale\u2019. A differenza di quanto fanno, oggi, gli urbanisti quando progettano le periferie delle citt\u00e0. Pensate alle \u2018rotonde\u2019 sorte un po\u2019 dovunque, costruite per accelerare il traffico e rendere la vita impossibile a pedoni e ciclisti. In Cina non si sono mai posti questo problema: gli occidentali che sono andati alle Olimpiadi hanno scoperto che a Pechino le automobili hanno sempre la precedenza sui passanti. Nel 1997 il sindaco di New York, Rudolph Giuliani cominci\u00f2 una battaglia contro i pedoni. In Italia, sono i sindaci-sceriffi, a Verona, a Firenze, a Venezia, perfino ad Assisi, citt\u00e0 francescana, ad ingaggiare una guerra a bassa intensit\u00e0 contro i vagabondi.<\/p>\n<p>\u2018Camminare e pensare\u2019, titola una raccolta delle sue poesie, il cantore occitano <strong>Masino Aghilante<\/strong>. \u2018Camminare e pensare sono facolt\u00e0 umane strettamente interdipendenti\u2019, scrive il filosofo <strong>Francesco Tomatis <\/strong>(e aggiunge: \u2018per quanto troppo spesso astrattamente separate\u2019). In questi anni di \u2018riscoperta\u2019 filosofica del camminare, credo che non sia un caso che il presidente del Cai sia <strong>Annibale Salsa<\/strong>, un docente di antropologia filosofica a Genova. Lui arriva a sostenere che \u2018il desiderio di andare a piedi\u2026esplicita un bisogno di riappropriazione del senso dell\u2019esistere e del significato delle cose in risposta al disagio psicoesistenziale e socioculturale prodotto dall\u2019egemonia della tecnica\u2019.<\/p>\n<p>Non so come reagirebbe il severo <strong>Soren Kierkegaard <\/strong>se sapesse che le sue parole sono usate come slogan in un sito di fitness (a proposito: si chiama <em>walking program<\/em>). Kierkegaard non ha quasi mai lasciato Copenaghen, solitario e malinconico (i suoi biografi raccontano che non abbia mai ricevuto ospiti nella sua casa), il filosofo passeggia per le strade della capitale danese. E\u2019 la sua salvezza, la sua \u2018sorgente di ispirazione\u2019: costruisce un sistema di valori e consigli sul camminare. Confessa, come se fosse una tecnica, il segreto del suo pensare filosofico: \u2018La marcia d\u00e0 libero corso a pensieri innovativi. Scatena il gesto creatore: i miei migliori pensieri sono venuti camminando\u2019 . Kierkegaard, nei suoi diari, ha un tono quasi didattico, da padre di famiglia che suggerisce buoni consigli: \u2018Soprattutto non perdere la voglia di camminare. Io camminando ogni giorno raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno. I pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo e non conosco problema cos\u00ec gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata. Stando fermi si arriva sempre pi\u00f9 vicini a essere malati. Perci\u00f2 basta continuare a camminare ed andr\u00e0 tutto bene\u2019.<\/p>\n<p>Non so cosa pensare. Rebecca Solnit intitola \u2018La mente a tre miglia all\u2019ora\u2019, il capitolo nel quale parla di Rousseau e Kierkegaard. Claudio Sabelli Fioretti calcola che la sua velocit\u00e0 iniziale sia di cinque chilometri all\u2019ora. \u2018Quasi\u2019, precisa. E, quasi ogni sera, ha la forza di scrivere il suo blog. Il popolo dei camminatori pensa e scrive. Un giornalista, <strong>Diego Marani<\/strong>, si dimette dalla rivista Nigrizia e intraprende una bella carriera di camminatore-scrittore. Mi ha spiegato: \u2018Sul cammino ci si abitua a vedere con i piedi, ad ascoltare con i piedi, fino al punto pi\u00f9 singolare di questo apprendistato: pensare con i piedi\u2019. Credo che la pensi cos\u00ec, con la solidit\u00e0 della metafora (Marani cammina davvero, Cassano non so), il sociologo <strong>Franco Cassano <\/strong>quando titola <em>Pensare a piedi <\/em>un paragrafo del suo libro <em>Il pensiero meridiano<\/em>. Cassano \u00e8 certo che \u2018andare a piedi \u00e8 un riconquistare con il corpo e con il cervello (che sta dentro il corpo) un rapporto con i luoghi\u2019. Il camminare e la lentezza, per Cassano, sono anche lo strumento di un nuovo meridionalismo: spezzano gli stereotipi, mettono in crisi \u2018l\u2019immagine prefabbricata dei professionisti dell\u2019informazione\u2019 e si ribellano \u2018all\u2019ovviet\u00e0 dominante\u2019. \u2018L\u2019andare a piedi, forse, \u00e8 un modo per recuperare una dimensione della nostra cultura non inutile alla nostra identit\u00e0 meridionale e anche all\u2019umanit\u00e0\u2019.<\/p>\n<p>Ripeto non so cosa pensare. Forse non sono esperto di pensieri. Ma, con\u00a0 qualche imbarazzo, dico che, pi\u00f9 che Rousseau e Kierkegaard, \u00e8 una scrittrice francese a rassicurarmi e a convincermi sull\u2019intreccio fra i passi e i pensieri, fra il camminare e il cervello. Si fa chiamare <strong>Fred Vargas <\/strong>(ma non \u00e8 il suo vero nome), di mestiere fa l\u2019archeozoologa<em> <\/em>e scrive bellissimi libri <em>noir<\/em>. Adoro il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, uno che preferisce procedere a zig-zag e aspettare le soluzioni invece che cercarle. E\u2019 uno spalatore di nuvole che, quando i pensieri si aggrovigliavano ostruendo la mente, esce dal suo ufficio e va lungo la Senna a camminare e, come per incanto, un\u2019idea persa nell\u2019aria si materializza: \u2018Adamsberg cammin\u00f2 fino a sera. Era l\u2019unico modo che aveva trovato per fare una cernita dei propri pensieri. Come se, grazie al movimento del camminare i pensieri venissero sballottati quasi fossero particelle in un liquido. Finch\u00e8 le pi\u00f9 pesanti non cadevano sul fondo e le pi\u00f9 fini rimanevano in superficie. Alla fine non ne ricavava conclusioni definitive, ma un quadro decantato delle sue idee organizzate per ordine di gravit\u00e0\u2019. Non me ne vogliano i filosofi, ma Fred Vargas mi ha chiarito alla perfezione il legame strettissimo fra i piedi e la testa.<\/p>\n<p><strong>Camminare da folli. Sindrome del camminare.<\/strong><\/p>\n<p>Otto anni fa, venne tradotto in italiano il libro che un epistemologo e storico della scienza canadese, <strong>Jan Hacking<\/strong>, dedic\u00f2 ad Albert Dadas, un operaio del gas di Bordeaux che, alla fine dell\u2019800, venne preso dall\u2019impulso incontrollabile di camminare. Fu un singolare psichiatra, Philippe Tissi\u00e8, a interessarsi a questo giovane\u00a0 (aveva attorno ai venti anni) ricoverato in ospedale perch\u00e9 esausto dopo un cammino impossibile. Albert era disperato e raccont\u00f2 al medico che non era capace di resistere al desiderio di uscire di casa ogni mattina e di mettersi a camminare. In quei tempi percorreva almeno settanta chilometri ogni giorno. Non si fermava mai. La polizia lo arrest\u00f2 per vagabondaggio. Tissi\u00e8 ci scrisse sopra la sua tesi di laurea. E, in Europa (ma non negli Stati Uniti o in Inghilterra) cominci\u00f2 a divampare una sorta di un epidemia deambulante. Fra il 1887 e il 1909 \u2018camminatori patologici\u2019 apparvero in Germania, in Italia, in Francia. Come non pensare a Dino Campana (a proposito: Wikipedia quando accenna alla madre di Campana, Fanny Luti, lascia cadere l\u00ec che la donna era afflitta da \u2018mania deambulatoria\u2019) e al suo vagare irrequieto per il mondo? Ne furono immuni gli Stati Uniti. O, forse, i loro psichiatri erano disattenti (ma, in realt\u00e0, seguivano con attenzione quanto arrivava dalla vecchia Europa). O, come \u00e8 stato osservato, i neri che cercavano di fuggire continuamente dalle piantagioni non erano del tutto matti. E ancora: negli Stati Uniti di fine \u2018800, il mito del viaggio verso il Lontano West e il far perdere le proprie tracce era un valore sociale e non un\u2019anormalit\u00e0.<\/p>\n<p>Si cerc\u00f2 di definire la malattia di Dadas: il giovane era affetto da \u2018compulsione camminatoria\u2019? Oppure da \u2018determinismo ambulatorio\u2019. Da \u2018dromomania\u2019 o da \u2018 turismo patologico\u2019. Fu una strana epidemia: apparve e scomparve nel giro di vent\u2019anni. Viene un sospetto: sono gli anni in cui la Thomas Cook, il primo, vero tour operator, l\u2019inventore dei viaggi organizzati, vendeva gi\u00e0 sette milioni di biglietti all\u2019anno. Sono gli anni in cui poeti \u2018folli\u2019 (Rimbaud, Baudelaire, Flaubert) si mettevano in cammino senza meta e vagavano, al pari, di Dadas sulle strade del mondo. Sono gli anni in cui i controlli di polizia erano spietati: chi veniva sorpreso senza documenti era considerato un disertore o un vagabondo. E non sar\u00e0 certo un caso che i <em>fugueurs <\/em>sono uomini e gente di citt\u00e0. Nel 1909, la psichiatria non scopre pi\u00f9 \u2018camminatori folli\u2019, la malattia \u00e8 scomparsa, \u00e8 stata domata. O, forse, il camminare ha acquistato una qualche dignit\u00e0. In fondo, appena pi\u00f9 di un secolo prima, un eccentrico ministro tedesco, Carlo Moritz, veniva scacciato dai locandieri inglesi perch\u00e9 arrivava a piedi: \u2018Chi viaggia a piedi in questo paese \u00e8 visto come una specie di selvaggio\u2026..sospettato e scansato da tutti quelli che lo incontrano\u2019. Povero Albert Dadas: ha sbagliato secolo, oggi parteciperebbe alla Four Deserts Race o a qualche folle Marathon des Sables e meriterebbe una sua bella pagina sul supplemento culturale di Repubblica. E scriverebbe un bel libro sul suo vagabondare.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 chi cammina sul serio<\/strong><\/p>\n<p lang=\"it-IT\">C\u2019\u00e8 qualcosa che non bisogna dimenticare. Sarebbe un peccato non perdonabile riflettere sul camminare pensando soltanto al nostro mondo occidentale. Qui, da noi, in questo meraviglioso Trentino, andare a piedi, oggi, \u00e8 una scelta. Una libert\u00e0. Conosco pastori dei monti Sibillini che, qualche decennio fa, transumavano a piedi verso le piane romane: nove giorni di cammino. Oggi lo fanno in camion. Ma conosco anche pastori della regione del Maramures, uno splendido angolo di Romania, che ancor oggi viaggiano a piedi con i loro greggi. E, ogni mattina, in Africa un brulichio di gambe si mette in movimento. C\u2019\u00e8 una vita da inventare, una sopravvivenza per la quale lottare, ci sono giorni migliori nei quale sperare: c\u2019\u00e8 acqua da andare a prendere ai pozzi (ed \u00e8 un camminare di donne, una fatica di donne. Come il camminare per la legna), ci sono scuole da raggiungere, campi in cui andare ad arare. In Africa camminare non \u00e8 libert\u00e0, n\u00e9 scelta. A suo modo, Bruce Chatwin, proprio lui, ci ricorda che i beduini non fanno giri escursionistici.<\/p>\n<p>Ma, noi, vi prego, non dimentichiamo le coste dell\u2019Africa, le sponde del Mediterraneo. Qui, ogni giorno, approdano migliaia di uomini in fuga. Dalle guerre, dalla povert\u00e0, da un\u2019assenza di futuro. Andrebbe letto nelle scuole il coraggioso libro-reportage di <strong>Fabrizio Gatti<\/strong> che ha percorso, con l\u2019identit\u00e0 di Bilal, le rotte dei migranti attraverso il Sahara. Ma \u00e8 <strong>Erri De Luca<\/strong> a trovare parole di giustizia e dignit\u00e0 per gli uomini e le donne che attraversano a piedi Africa e Asia e si tolgono \u2018il bagaglio dalla spalle in faccia al Mediterraneo\u2019. Leggere i versi di De Luca \u00e8 ascoltare, con un ritmo da tragedia greca (ma anche da speranza disperata), il passo di chi, in questo momento, mentre noi stiamo parlando, sta vagando per il Sahara: \u2018Da qualunque distanza arriveremo, a milioni di passi\/quelli che vanno a piedi non possono essere fermati\/Da nostri fianchi nasce il vostro nuovo mondo\/\u00e8 nostra la rottura delle acque, la montata del latte\/Voi siete il collo del pianeta, la testa pettinata\/il naso delicato, siete cima di sabbia dell\u2019umanit\u00e0\/noi siamo i piedi in marcia per raggiungervi\/vi reggeremo il corpo, fresco di forze nostre\/Spaleremo la neve, allisceremo i prati, batteremo i tappeti\/noi siamo i piedi e conosciamo il suolo passo a passo.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">Vi prego, davvero, mentre parliamo del camminare, non dimentichiamo che \u2018quelli che vanno a piedi non possono essere fermati\u2019 e dai quali \u2018nascer\u00e0 il nostro mondo\u2019.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Raccontare il camminare. <\/strong><\/p>\n<p>Tutti d\u2019accordo, gli storici della letteratura del camminare (non ho idea di quanti siano): nel 1821 \u00e8 uno scrittore e critico inglese, <strong>William Hazlitt<\/strong> a scrivere il primo saggio sul camminare (<em>On going a journey<\/em>). Prime righe senza esitazioni: \u2018Una delle cose pi\u00f9 piacevoli al mondo \u00e8 fare un viaggio a piedi. Ma a me piace farlo da solo\u2019. Hazlitt \u00e8 un pioniere inconsapevole: indaga la storia della letteratura e, da Virgilio a Shakespeare, da Coleridege a Wordsworth, va a scovare connessioni fra i pensieri e il camminare. Hazlitt inaugura un genere: le sue pagine non hanno dubbi, camminare \u00e8 un piacere, \u00e8 bello, \u00e8 gradevole.<\/p>\n<p>Oltre oceano, ben altra celebrit\u00e0 (ancor oggi ben salda) conquista <strong>Henry Thoreau<\/strong>. Filosofo e scrittore, autore del <em>Walden ovvero la vita nei boschi<\/em>, nella primavera del 1851 tenne una conferenza al Concord Lyceum sul <em>Waking<\/em>. Sul <em>Camminare<\/em>. Grande Thoreau: esorta a camminare \u2018come un cammello, l\u2019unico animale, cos\u00ec si dice, che rumina mentre cammina\u2019. Per Thoreau, reduce dai due anni solitari nella capanna di Walden, camminare \u00e8 libert\u00e0: \u2018Vorrei spendere una parola in favore della natura, dell\u2019assoluta libert\u00e0 e dello stato selvaggio\u2019. L\u2019esortazione di Thoreau \u00e8 drastica: bisogna essere pronti a lasciare la famiglia, gli amici, aver pagato i debiti, fatto testamento, sistemato gli affari: solo allora l\u2019uomo libero sar\u00e0 pronto per camminare.<\/p>\n<p>Appare d\u2019accordo con Hazlitt e Thoreau, <strong>Robert Louis Stevenson<\/strong>: \u2018In un giro a piedi si dovrebbe andare da soli perch\u00e9 la libert\u00e0 \u00e8 essenziale\u2019. Lo scrive in <em>Walking Tours<\/em>, saggio del 1876. Stevenson non \u00e8 un teorico del camminare: va a piedi per davvero, per giorni e giorni, nel cuore della Francia e il suo racconto (<em>Viaggio nelle C\u00e9vennes in compagnia di un asino<\/em>) \u00e8 picaresco e divertente.<\/p>\n<p>Rebecca Solnit sbuffa: alcune pagine, dice la scrittrice statunitense, sono eccellenti, ma questi camminatori ottocenteschi non resistono alla tentazione di predicare, di insegnare, di fare facile pedagogia.\u00a0 Nessuno, durante il loro cammino, si smarrisce. Nessuno corre rischi o prova sofferenze. Nessuno sembra che venga sorpreso da una pioggia incessante. Sono dotti intellettuali, spesso protestanti severi e pudici, hanno studiato a Oxford e Cambridge (Thoreau si \u00e8 laureato ad Harvard). Sono dei privilegiati. \u2018Sono sempre maschi\u2019, scrive, quasi con disprezzo, Rebecca Solnit. Qualche perplessit\u00e0, forse, viene avanzata, ottanta anni dopo Hazlitt, in un singolare saggio <em>In praise of walking <\/em>(1901), da <strong>Leslie Stephen<\/strong>, padre di Virginia Woolf. E\u2019 un buon letterato, ma soprattutto \u00e8 un pioniere dell\u2019alpinismo (fu anche presidente del Club Alpino inglese): anche lui esplora le parole attorno al camminare di molti altri scrittori per poi concludere che \u2018camminare \u00e8 la migliore delle panacee per le loro tendenze morbose\u2019. Dobbiamo onore anche al <strong>Max Beerbohm<\/strong> che nel 1918 va controcorrente e separa i passi dal camminare dal vagare dei pensieri: per lo scrittore inglese il corpo esce all\u2019aperto, ma la mente si rifiuta di seguirlo. Beerbohm \u00e8 una voce dissonante e, come ogni parola che esce da un coro troppo unanime, merita qualche gloria.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Camminare per scrivere?<\/strong><\/p>\n<p>La letteratura del camminare, lentamente come si addice a chi va a piedi, scalza i saggisti dall\u2019aria troppo per bene. Abbiamo gi\u00e0 seguito le tracce di un giovane ventenne, Robert Louis Stevenson, fra le montagne delle C\u00e8vennes. Dodici giorni di cammino fra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1879, 120 miglia, in compagnia dell\u2019asinella Modestine. Un vero classico della letteratura del camminare. E lui, scrittore scozzese, oggi \u00e8 celebre fra i camminatori francesi: 252 chilometri della Gr70 vengono dedicati alla sua impresa, siti internet (www.chemin-stevenson.org e www.gr70-stevenson.com ) attirano l\u2019attenzione dei trekkers europei. Quest\u2019anno, fra due settimane, comincer\u00e0 una grande festa-cammino per ricordare il 130esimo anniversario del viaggio di Stevenson nel cuore montuoso della Francia.<\/p>\n<p>E\u2019 sempre l\u2019onnisciente Rebecca Solnit a ricordarci che, in quegli stessi anni, <strong>John Muir<\/strong>, uno dei pionieri dell\u2019ambientalismo, grandissimo alpinista, fondatore del Sierra Club, cammin\u00f2 da Indianapolis alla Florida. Il racconto di quel viaggio (<em>A thousand mile walk to the gulf<\/em>) venne pubblicato solo dopo la morte di Muir. La sua fama non \u00e8 dovuta alla sua prosa, ma \u00e8 figlia della creazione del parco di Yosemite, il primo degli Stati Uniti, e al mito della <em>wilderness<\/em>. .<\/p>\n<p>Nel 1884 \u00e8 un giornalista di 25 anni a decidere di raggiungere la redazione del suo nuovo giornale a piedi. <strong>Charles Lummis <\/strong>attraversa gli Stati Uniti. Da Cincinnati a Los Angeles (che allora aveva 12mila abitanti), dall\u2019Ohio alla California in 143 giorni. Tremila e cinquecento miglia. E, capostipite degli infaticabili blogger contemporanei, Lummis, ogni settimana, mandava le cronache del suo viaggio al suo nuovo giornale. Fu una vera avventura, questa volta. E\u2019 lontano il romanticismo inglese: il giovane giornalista porta a termine il suo viaggio nonostante si rompa un braccio e debba sopravvivere a tempeste di neve nel Nuovo Messico. Otto anni dopo, Lummis pubblicher\u00e0 <em>A tramp across the continent <\/em>(Vagabondo attraverso il continente). Non fu un viaggio nell\u2019innocenza: il giovane giornalista divenne un appassionato difensore dei nativi d\u2019America. Lummis si sente in dovere di spiegare le ragioni di un viaggio che doveva apparire folle ai suoi amici (ma non al direttore del Los Angeles Times, almeno cos\u00ec sembra): \u2018Non inseguivo n\u00e9 il tempo, n\u00e9 il denaro, bens\u00ec la vita\u2026nel senso pi\u00f9 autentico, pi\u00f9 ampio, pi\u00f9 dolce\u2026la gioia esilarante di vivere\u2026con un corpo perfetto e la mente ridestata\u2019. Non credo che il giornalista Diego Marani, che ha fatto del camminare una parte del suo mestiere, conoscesse la storia di Lummis quando decise di raggiungere a piedi la redazione dell\u2019Arena di Verona per un contratto di sostituzione. Part\u00ec dalla Germania dove allora viveva. Non so se ne abbia scritto<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">E\u2019 un sentiero a zig-zag questo procedere casuale fra gli scrittori del camminare. Non ci sono bussole, n\u00e9 mappe accurate. Si viaggia seguendo passioni momentanee, si fanno soste impreviste, si perde tempo, si esplorano i confine di grandi radure e si affrontano passaggi nei boschi dove il sole fatica a entrare.<\/p>\n<p>Ora non rispetto pi\u00f9 cronologie, n\u00e9 logiche. Mi muovo avanti e indietro in un secolo e passa di parole. Possono trovare posto in una antologia del camminare anche scrittori come <strong>James Joyce <\/strong>e <strong>Virginia Woolf<\/strong>? In fondo, uno dei pi\u00f9 grandi romanzi del \u2018900 (pubblicato nel 1922) racconta di un agente pubblicitario che, per un giorno, se ne va in giro per le strade di Dublino. E Virginia Woolf racconta le bellezza di una Londra invernale scoperta grazie all\u2019alibi di dover uscire per comprare una matita. Il camminare come meccanismo del raccontare. Come sfondo di vicende minime e straordinarie.<\/p>\n<p>Mi piacerebbe che un giorno apparissero i versi, probabilmente mai scritti, da <strong>Arthur Rimbaud<\/strong>. Il pi\u00f9 grande dei poeti, il ragazzo che a sedici anni aveva gi\u00e0 scritto parole immense, smise di scrivere e cominci\u00f2 a vagare senza riuscire a fermarsi. Cammin\u00f2 per mezza Europa. And\u00f2 in Oriente e quando rientr\u00f2 nel vecchio continente da Giava lo fece a bordo di una nave che si chiamava \u2018Il comandante errante\u2019. In Africa cammin\u00f2 sotto il sole feroce della Rift Valley e risal\u00ec decine di volte la scarpata che divideva le coste del mar Rosso dall\u2019altopiano etiopico. Rimbaud, \u2018l\u2019uomo dalle suole di vento\u2019, aveva scritto: \u2018Sono il viandante della strada maestra che attraversa i boschi nani\u2026.\u2019 e, con bellezza leggera, si era fatto promesse di incanti: \u2018Le sere azzurre d\u2019estate, andr\u00f2 per i sentieri, reclinato nel grano, a calpestare erba fina: trasognato, ne sentir\u00f2 la freschezza ai piedi\u2026.\u2019. Davvero ha smesso di scrivere Rimbaud negli anni del suo camminare senza pace?<\/p>\n<p><strong>Robert Walser <\/strong>non ebbe mai un domicilio, n\u00e9 un lavoro fisso. Non fu un grande viaggiatore. Visse appartato, quasi sotto traccia. Ma fu un camminatore tenace e tranquillo. Dall\u2019apparenza serena, quasi banale. Fu camminando che conobbe la sua amata Svizzera. \u2018Un mattino preso dal desiderio di fare un passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, discesi in fretta le scale, diretto in strada\u2026.\u2019: questo \u00e8 l\u2019incipit della <em>Passeggiata <\/em>(pubblicato nel 1919). Walser si libera dell\u2019incubo del foglio bianco, lascia la sua stanzetta buia e va in cerca di una gioia che solo in strada riesce a trovare. Camminare, per lo scrittore elvetico, \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 \u2018alta e nobile\u2019. \u2018Che chiara celeste gioia \u00e8 quella del viandante\u2019, scrive Walser. Lo scrittore non vagabonda inquieto: passeggia con occhi benigni verso il mondo. Per lui, svizzero, i boschi sono verdi, il cielo \u00e8 azzurro e la strada \u00e8 bianca. Come sembra lontana la disperazione senza salvezza di Rimbaud. Secondo i suoi cultori, con il suo romanticismo, Walser lega la scrittura al passeggiare e ci \u2018insegna a passeggiare\u2019. Eppure avremmo cos\u00ec tanto da imparare da Rimbaud.<\/p>\n<p>Amo lo scrittore greco <strong>Nikos Kazantzakis <\/strong>per Zorba. Forse fu la faccia di Anthony Quinn a farmi amare il libro dopo quel <em>sirtaki <\/em>finale del film. Ora ho scoperto, grazie a Le Breton,\u00a0 che Kazantzakis si iscrive a pieno diritto nella pattuglia degli scrittori del \u2018camminare spavaldo\u2019. Da soli (\u2018Non amare nessuno in particolare\u2019), in buona salute (\u2018giovani\u2019), \u2018un sacco in spalla, da un capo all\u2019altro dell\u2019Italia, godendosi la primavera e l\u2019estate\u2026ritengono si debba essere imprudenti per invocare una felicit\u00e0 pi\u00f9 perfetta\u2019. Anche Nikos \u00e8 citatissimo: lo fanno due giovani camminatori, <strong>Luca Di Ciaccio<\/strong> e <strong>Simone Massera<\/strong>, che non resistono alla tentazione di tenere un blog nel loro cammino estivo (luglio e agosto di quest\u2019anno) fra Civitavecchia e San Benedetto del Tronto. Vorrei che potessero aiutarmi: da quale libro \u00e8 stata tratta questa citazione di Kazantzakis? Le Breton non lo dice e le ricerche su internet sono state infruttuose.<\/p>\n<p>Fu una buona idea quella di <strong>Peter Jenkins<\/strong>: nel 1979 stava camminando dall\u2019oceano Atlantico al Pacifico, da New York alle coste dell\u2019Oregon e decise di fermarsi, con il suo cane Cooper, alla redazione di <em>National Geographic <\/em>a Washington. Fu cos\u00ec che Jenkins, aveva 25 anni allora, divenne camminatore e scrittore di professione. Fra \u2018i pi\u00f9 popolari e celebri esploratori\u2019 dei nostri anni, dice, con vera modestia, il suo sito. Jenkins durante il suo lungo viaggio trova il tempo di sposare una seminarista battista, si prende tutto il tempo che vuole, diventa il simbolo di fine \u2018900 di un paese che ancora guarda ai pionieri del Far west. I suoi libri (<em>Walk across America <\/em>\u00e8 un sequel: Jenkins ne scrive due) sono stati <em>best sellers <\/em>per vent\u2019anni. E, naturalmente dopo un simile successo, Jenkins dilata le sue geografie. Va in Cina ed in Alaska: cammina per scrivere o scrive perch\u00e9 cammina? Da oltre vent\u2019anni, camminare \u00e8 il suo business. Io penso, con qualche nostalgia, a Forrest Gump, ad Easy Rider (ma Denis Hopper, Peter Fonda e Jack Nicholson non andavano a piedi) e a <strong>Jack Kerouac<\/strong>.<\/p>\n<p>Ho l\u2019et\u00e0 giusta per averlo letto quasi quarant\u2019anni fa. E poi non averlo pi\u00f9 riletto. L\u2019ho cercato sui miei scaffali. Devo averlo prestato, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. I frati francescani hanno chiamato questo nostro incontro <em>On the road<\/em>. Non so se \u00e8 intenzionale o meno, ma l\u2019orma di uno scarpone non va poi cos\u00ec d\u2019accordo con il titolo. Se ben ricordo, Sal Paradise, protagonista del romanzo sovrano della <em>beat generation<\/em>, vagabonda con l\u2019amico e complice Dean Moriarty da un lato all\u2019altro degli Stati Uniti, ma la traversata non avviene a piedi, bens\u00ec in automobile, simbolo trionfante della fine degli anni \u201950. In quegli anni, i fratelli della <em>beat generation <\/em>andavano in India: non camminavano, era un Ford Transit il simbolo di quel viaggio. Sar\u00e0 il poeta californiano <strong>Gary Snyder<\/strong>, profeta dell\u2019ecologia profonda, a strappare Jack Kerouac dai mezzi meccanici e a condurlo in montagna. Ne nacque un libro, forse migliore di <em>On the road<\/em>, che ho anche ritrovato nella mia libreria: <em>I vagabondi del Dharma<\/em>. Perdonatemi: leggo ancora da Wikipedia: secondo gli anonimi redattori di questa enciclopedia virtuale, fu con questo libro che Kerouac \u2018mobilit\u00f2 migliaia di giovani di tutto il mondo portandoli a viaggiare con i loro zaini sulle spalle\u2019. Snyder oggi ha quasi ottanta anni e i suoi seguaci italiani continuano a definirsi \u2018selvatici\u2019. Snyder sosteneva che solo la \u2018selvaticit\u00e0 \u00e8 lo stato di completa consapevolezza\u2019. Oggi il camminatore <strong>Luigi Lazzarini <\/strong>(i suoi interventi sono sul sito della Boscaglia, un operatore turistico che organizza solo trekking)<strong> <\/strong>lascia una copia di un libro di Snyder in \u2018una spirale di pietre\u2019 lungo i percorsi del Parikarama, camminata solitaria (ma anche di gruppo) e spirituale che, ad ogni inizio di settembre, percorre l\u2019aspro anello del monte Velino: \u2018cosicch\u00e8 i viandanti alle mie spalle \u2013 dice Lazzarini &#8211; potessero fermarsi a leggere qualcosa e riflettere\u2019.<\/p>\n<p>Nel 1977 \u00e8 una donna australiana (finalmente una donna), <strong>Robyn Davidson<\/strong>, a mettersi in cammino. Con un cane e tre cammelli. Percorrer\u00e0 1700 miglia nel deserto di Gibson. Si racconta che Robyn non avesse nessuna intenzione di scrivere quando decise di raggiungere la costa occidentale dell\u2019Australia partendo da Alice Springs. Ma, evento poco credibile, fu <em>National Geographic <\/em>a chiederle di raccontare la sua impresa. In realt\u00e0 un fotografo della rivista, Rick Smolan, segu\u00ec la sua impresa (un viaggio di nove mesi. Ne nacque anche un amore: camminare aiuta anche in questo, sul Cammino di Santiago si formano e si rompono innumerevoli coppie) e, all\u2019articolo, segu\u00ec, inevitabile, il libro: <em>Tracks<\/em> (Orme, pubblicato in Italia da Feltrinelli) e Robyn divenne un\u2019esperta di nomadismo. Sono certo che Robyn sia sincera quando scrivere: \u2018Ero felice: non credo che esista altra parola\u2019. Credo che la pensi cos\u00ec anche <strong>Carla Perrotti<\/strong>, la viaggiatrice dei deserti (sei deserti attraversati a piedi) quando spiega che questo andare \u00e8 la strada (faticosa) per raggiungere \u2018la pace con s\u00e9 stessi\u2019 (ma anche Carla, oramai, si muove solo con sponsor, poco interessati, presumo, all\u2019equilibrio dell\u2019anima).<\/p>\n<p>Quasi trent\u2019anni fa, Il mio primo articolo su una rivista nazionale fu una recensione di <em>In Patagonia <\/em>di <strong>Bruce Chatwin<\/strong>. Capirete perch\u00e9 ho una predilezione per questo scrittore, snob ed esteta. Eppure non dovrebbe starmi molto simpatico: molti anno dopo quel primo, entusiastico articolo ho ripercorso il suo cammino alla Fine del Mondo e ho incontrato alcune delle persone che lo avevano conosciuto. Nessuno ne conservava un buon ricordo: era un inglese insopportabile, dandy e vanaglorioso. Ma Bruce, sconosciuto proprio in Patagonia (e quando incontra Luis Sepulveda, vero cantore di quelle terre, i due uomini non si capiscono, n\u00e9 si piacciono. Si annusano come cani e vorrebbero ignorarsi, ma non possono farlo), \u00e8 il guru amato da una generazione di lettori del viaggiare. Anche da me, anche se oramai \u00e8 certo che la prosa perfetta di <em>In Patagonia <\/em>fu anche merito di una straordinaria editor che sfrond\u00f2 con le forbici da potatura quanto aveva scritto Bruce. \u00a0Chatwin \u00e8 la bussola che perfino Sabino Chial\u00e0, dotto monaco di Bose, utilizza per indagare l\u2019universo del viaggiare e del camminare:\u00a0 Chial\u00e0, studioso di ebraico e di siriaco, viaggia con sapienza fra scritture sacre e classici della filosofia, ma la prima e l\u2019ultima citazione del suo bel libro, <em>Parole in cammino<\/em>, sono parole di Bruce. E <em>In Patagonia <\/em>\u00e8 il libro di culto che ha decretato il trionfo contemporaneo della letteratura di viaggio. Chatwin crede che il camminare sia il migliore dei rimedi: \u2018\u00e8 un\u2019attivit\u00e0 poetica che pu\u00f2 guarire il mondo dei suoi mali\u2019. Chi cammina, a prestar fede a Bruce, ritrova s\u00e9 stesso, soddisfa il suo bisogno di fuga. Per Chatwin, viaggiatore quasi compulsivo, camminare \u00e8 la maniera pi\u00f9 appagante di viaggiare. E, in fondo, merito grandissimo, \u00e8 lui a regalare conoscenza mondiale alla bellissima e dolcissima leggenda della Via dei Canti degli aborigeni.<\/p>\n<p>Avrei voglia di fermarmi qui. Di non andare oltre Chatwin. Scrive davvero bene questo snob inglese morto di Aids a poco pi\u00f9 di quarant\u2019anni e detestato dai personaggi che in qualche modo ha reso celebri. Ma ci sono gli scrittori-pellegrini da ricordare, i camminatori di professione, i nuovi e non pi\u00f9 nuovi affabulatori dell\u2019andare a piedi. Negli anni \u201980, fu la rivista <em>Airone<\/em> a far uscire il camminare dai crinali delle montagne. Fu un piccolo fenomeno editoriale e sociale: una domenica di dicembre migliaia di persone arrivarono nell\u2019alta Garfagnana con una copia di <em>Airone<\/em> in mano. La rivista aveva appena pubblicato (e progettato) un itinerario su una splendida dorsale appenninica (il racconto di questa piccola impresa fu scritto da <strong>Nicoletta Salvatori<\/strong>. Che oggi dirige <em>TuttoTurismo <\/em>e continua a dedicare pagine al camminare). <strong>Riccardo Carnovalini<\/strong> gestiva, allora, un rifugio del Cai sulle Apuane e sognava di raggiungere quelle montagne di cui intravedeva gli orizzonti. Assieme a sua moglie cominci\u00f2 a camminare e, per anni, non si \u00e8 fermato: le Alpi, gli Appennini, il corso del fiume Arno, tutte le coste italiane. E\u2019 stato, probabilmente, il primo camminatore di professione italiano. Pubblicava i suoi articoli su Airone. Ha pubblicato libri su libri. Poi, per anni, si \u00e8 fermato in una fattoria del Piemonte e ha allevato capre. Per poi calzare di nuovo le scarpe da camminatore: in queste ore sta camminando, lo abbiamo gi\u00e0 visto, sui sentieri dell\u2019Occitania. E\u2019 un \u2018camminatore politico\u2019, Carnovalini. Lungo le coste liguri denuncia gli scempi edilizi di una delle pi\u00f9 belle riviere mediterranee. In Occitania vuole battersi per il riconoscimento di una lingua. Dice: \u2018Passare una giornata camminando \u00e8 un fatto naturale. E\u2019 innaturale passare una giornata chiuso in una stanza\u2019. Ma quanti fra chi sta leggendo queste parole pu\u00f2 permetterselo? Come concilia Carnovalini lo scrivere e il camminare?<\/p>\n<p>Ho solo i dati del 2004, <em>anno jacobeo<\/em>: quattro anni fa furono 156.944 i pellegrini \u2018ufficiali\u2019 che hanno raggiunto a piedi Santiago de Compostela. Un numero immenso. Quasi ottomila erano italiani. Cinquantamila avevano fra i 36 e i 60 anni (59 pi\u00f9 di ottanta). Ma bisogna saper leggere questi dati: ebbene, i pellegrini che si sono accontentati di partire dai confini della Galizia (percorso \u2018valido\u2019 per ottenere la Compostela) sono stati oltre centomila, il 60% del numero totale. Hanno comminato per meno di sette giorni. \u2018Neanche il tempo per entrare nello spirito \u2013\u00a0 commenta, con severit\u00e0, <strong>Flavio Vandoni<\/strong>, sul sito <em>pellegrinando.it <\/em>\u2013 si sono arricchiti i taxi che trasportavano gli zaini e i commercianti che vendevano una bottiglia di acqua a 5 euro\u2019. Da Saint Jean Pied de Port, nastro di partenza del Cammino Francese, sono partiti 21.544 pellegrini, ma a Santiago ne sono arrivati solo 9.343. Il Governo della Galizia sta cercando, da tempo, di attrarre un \u2018turismo di massa\u2019 sul tratto regionale del Cammino. E, sul Cammino, fecero la loro apparizione mediatizzata Ronaldinho e la figlia del presidente Bush.<\/p>\n<p>Ma, nonostante questi dati contradditori, il terzo canale di RadioRai, complice la passione da camminatore di <strong>Sergio Valzania<\/strong>, direttore dei programmi radiofonici di Radio Tre, ha dedicato ben due cicli di trasmissione al Cammino di Santiago (e altri alla Francigena e a cammini verso Oriente). Andare a Santiago vuol dire organizzarsi oltre un mese di ferie, pi\u00f9 di trenta giorni di tempo libero. Vuol dire sacrificare tutte le tue vacanze alla fatica, alle tendiniti, alle vesciche, alle unghie che si spezzano, alle strade bianche senza fine delle <em>mesetas<\/em>. Vuol dire, per chi affronta il Cammino francese, percorrere 800 chilometri. Ogni giorno 35 chilometri. Perch\u00e9? <strong>Nicola Artuso<\/strong>, altro aspirante scrittore del camminare, dichiara che cercava \u2018il passo perfetto\u2019. <b>Flavio Vandoni<\/b>, sconsolato, sembra allargare le braccia leggendo i dati del 2004: per la maggioranza dei camminatori del pellegrinaggio, il Cammino \u00e8 \u2018consumismo\u2019 o \u2018periodi di ferie a basso prezzo\u2019. Eppure, nel 2000, anno giubilare, il 94% dei pellegrini spiegava, a chi li interrogava, di aver percorso il pellegrinaggio pi\u00f9 celebre di Europa per ragioni religiose e culturali. Risposta troppo semplice. Mi convince di pi\u00f9 una viandante che, al termine del Cammino, mi spieg\u00f2 che \u2018per fare una cosa del genere hai bisogno di tempo. Sei in un momento di transizione, di cambiamento. Camminare fino a Santiago ti aiuta a fare quel grande passo che, se rimani fermo, non riesci a compiere\u2019. \u00a0E non aveva nemmeno letto lo scrittore olandese <strong>Cees Nooteboom<\/strong>, autore di <em>Verso Santiago<\/em>: \u2018Cammini. E poich\u00e9 cammini, sei una persona diversa\u2019. Bel personaggio questo Nooteboom: dovrebbe avere quasi ottanta anni, fu considerato un precursore della <em>beat generation<\/em> per un romanzo degli anni \u201950 in cui narrava di avventure in autostop attraverso l\u2019Europa. Agli inizi degli anni \u201980, Cees va a Santiagio, ma, a quanto dicono, compie il viaggio in automobile. Se questo \u00e8 vero, per scrivere del camminare, non si va necessariamente a piedi.<em> <\/em>I maligni sostengono che neanche <strong>Paulo Coelho<\/strong> abbia fatto a piedi il Cammino. Era il 1986 e Coelho non era ancora lo scrittore-star di oggi, non aveva ancora scritto <em>L\u2019alchimista<\/em>. In italiano, il suo libro su Santiago \u00e8 apparso solo nel 2001, a fama consolidata del Cammino. La citt\u00e0 di Santiago \u00e8 arrivata a dedicare una via allo scrittore che, certamente, \u00e8 ancora ben in vita.<\/p>\n<p><strong>Quanto \u00e8 un milione di passi?<\/strong><\/p>\n<p>Cerco, senza riuscirci, di evitare l\u2019inevitabile. Mi aiuta Werner Herzog, il grande regista tedesco. A un certo punto del suo <em>Sentieri di ghiaccio<\/em>, forse il pi\u00f9 bello fra i libri attorno a un viaggio a piedi, non ce la fa pi\u00f9 e si chiede: \u2018Perch\u00e9 camminare \u00e8 tanto doloroso?\u2019. E si domanda: \u2018Quanto \u00e8 un milione di passi?\u2019. Duemila passi, dicono gli esperti, sono un chilometro e mezzo. Il camminare restituisce il senso alle distanze. E il cammino dei pensieri dello stesso Herzog \u00e8, com\u2019\u00e9 giusto che sia, un\u2019altalena: dal dolore all\u2019euforia, dalla depressione alla rabbia. A un certo punto scrive di getto: \u2018Il turismo \u00e8 un peccato mortale, il viaggiare a piedi \u00e8 una virt\u00f9\u2019.<\/p>\n<p>Chi \u00e8 andato a Santiago seleziona i suoi ricordi e parla, con una risata, perfino delle vesciche che esplodono sotto i piedi. Perch\u00e9, in Occidente, si cammina o si fa esaltazione del camminare? Sergio Valzania chiede aiuto a un monaco buddista: \u2018Mi ha spiegato che chi va a piedi con metodo e disciplina affrontando un lungo viaggio verso una meta precisa \u00e8 un mistico\u2019. Werner Herzog ha una ragione reale e folle: decise di andare a piedi da Monaco a Parigi, in un triste novembre, perch\u00e9 una sua amica, nella capitale francese, stava per morire. E, invece di affrettarsi, lui disse che Lotte \u2018 sarebbe rimasta in vita se io fossi arrivato a piedi\u2019. E cos\u00ec accadde. Quando ventuno giorni dopo la sua partenza, Werner entr\u00f2, sfinito, nella stanza di ospedale, la sua amica stava riprendendosi. Lui chiese di poter aprire la finestra: \u2018Da qualche giorno io so volare\u2019. Con il fiato in gola, l\u2019irrequieto ed \u2018estremista\u2019 Werner aveva gi\u00e0 annotato sul suo diario: \u2018Ero uno che andava a piedi e perci\u00f2 indifeso\u2019. \u00a0Il giovane filosofo Italo Testa assentirebbe: \u2018Il camminare \u00e8 insieme pratica reale e metafora dell\u2019esperienza dell\u2019altro come di ci\u00f2 che sospende l\u2019ovvio, lacera i nostri abiti, rivela un tratto della nostra nudit\u00e0\u2019. Piace questa vulnerabilit\u00e0 agli esperti del camminare letterario: \u2018Sei nudo di fronte al mondo \u2013 scrive l\u2019antropologo <strong>David Le Breton <\/strong>\u2013 Chi va a piedi si sente responsabile dei propri atti e, difficilmente, pu\u00f2 dimenticare l\u2019umanit\u00e0 pi\u00f9 elementare\u2019. Lo ripeto: Le Breton \u00e8 simpatico, ha l\u2019aria scarmigliata, coltiva pensieri alternativi. Ma il suo libretto, <em>Il mondo a piedi<\/em> (Elogio della marcia, nel titolo originale, finito nel sottotitolo nella copertina italiana), \u00e8 troppo perfetto. E\u2019 la piccola Bibbia, facile da consultare, facile da citare che ha incantato legioni di camminatori. Il suo incipit \u00e8 replicato infinite volte: \u2018Camminare significa aprirsi al mondo. L\u2019atto del camminare riporta l\u2019uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi\u2019. E ancora: \u2018Camminare rappresenta uno sberleffo alla modernit\u00e0. E\u2019 qualcosa che intralcia il ritmo sfrenato della nostra vita\u2019. Non so se Le Breton conosca lo scrittore italiano <strong>Pino Cacucci<\/strong> che scrive: \u2018Stiamo accelerando talmente tanto che \u00e8 inevitabile un\u2019implosione. Riscopriremo cos\u00ec il bisogno di camminare, di viaggiare a piedi\u2019. <strong>Tiziano Terzani<\/strong>, amatissimo collezionista di storie, aveva gi\u00e0 suggerito: \u2018Mettiti in viaggio. I piedi del viandante diventano fiori\u2019.<\/p>\n<p>Sto evitando i nuovi scrittori del camminare (chiedo scusa fra l\u2019altro a <strong>Eraldo Affinati<\/strong>, <strong>Gianni Celati <\/strong>e <strong>Vitaliano Trevisan<\/strong>. Pi\u00f9 seriamente, in queste pagine, non appare <strong>Hermann Hesse<\/strong>. E nemmeno i libri che hanno esplorato i labirinti del <em>walk-about<\/em> australiano, Ne chiedo scusa), ma alle parole di Andrea Bocconi e di Claudio Sabelli-Fioretti devo ricorrere. Perch\u00e9 mi appaiono parole \u2018astute\u2019, ma immediate. Di pancia. Gli amici non chiedono ad Andrea perch\u00e9 abbia deciso di andarsene a piedi fra Toscana e Umbria per un mese. Non \u00e8 un pellegrinaggio, non \u00e8 un\u2019avventura estrema, non \u00e8 una passeggiata. Andrea dubita persino che possa chiamarsi trekking. E spiega, con buon senso, che camminare, semplicemente, gli \u2018piace\u2019. Rimane un piccolo dubbio: aveva gi\u00e0 progettato di scrivere prima di partire? Claudio Sabelli Fioretti (assieme il suo compagno di viaggio, Giorgio Lauro) non ama smentirsi. Si fanno la domanda (\u2018Perch\u00e9 lo fai?), solo per il gusto di darsi una risposta preparata da tempo: \u2018Perch\u00e9 no?\u2019. Hanno pronta anche la risposta di riserva per il piacere di sorprendere l\u2019interlocutore adorante: \u2018A giugno non avevamo un cazzo da fare\u2019. Ricordate i visi senza espressione dei seguaci di Forrest Gump quando, dopo aver corso avanti e indietro da una costa all\u2019altra degli Stati Uniti dice semplicemente che \u00e8 un po\u2019 stanco e che se ne andr\u00e0 a casa?<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">Piccola parentesi: Claudio Sabelli Fioretti infierisce e, sprezzante del pericolo, sfida il popolo dei camminatori esteti. Per camminare, lui sceglie, per la gran parte del suo viaggio, l\u2019asfalto. Niente estetica, etica o retorica dei boschi, dei sentieri o delle mulattiere. I due camminatori scelgono la via pi\u00f9 diretta fra Masetti e Vetralla.<\/p>\n<p>I camminatori scrivono, scrivono, scrivono. Un tempo si riempivano quadernetti dalla copertina di cartone che, anni dopo, riapparivano, come aghi di nostalgia, in uno scaffale mai spolverato della libreria o in fondo a un cassetto. Poi siamo passati ai taccuini dalla copertina nera e un elastico a tenere assieme le pagine (con una tasca per conservare biglietti e frammenti di carta): emuli tutti di Bruce Chatwin. I taccuini sono diventati prima oggetto di culto e poi business. Costano fra gli 11 e i 18 euro. Infine le tecnologie informatiche e digitali. Lo zaino si appesantisce: palmare, computer portatile, videocamera, macchina fotografica, registratore, telefonino (ma non ditelo a quelli della Boscaglia: loro lo proibiscono), Ipod e caricabatteria vari. Mi chiedo come facciano: uno zaino, per un lungo itinerario, non pu\u00f2 superare i dieci chili, a meno che non siate molto allenati e votati alla sofferenza. Claudio Sabelli Fioretti, che io conoscevo come persona pigra, consiglia: \u2018Se volete scrivere, fatelo la sera stessa\u2019. E loro, blogger del camminare, lo fanno: hanno percorso trenta chilometri, sono stremati e sporchi, ma resistono al sonno, scaricano le foto, controllano la posta (oramai, con buona pace di tutti noi, i collegamenti wi-fi sono possibili quasi ovunque) e scrivono. Scrive Enrico Brizzi dai suoi cammini (e assieme a lui cammina una piccola organizzazione, fotografo compreso: www.francigena21.it ), scrive <strong>Eric Sylvers <\/strong>(www.walkitaly.it), corrispondente dall\u2019Italia dell\u2019Herald Tribune (si occupa di economia e di tecnologia), che, lo scorso anno, ha percorso tutta la Via Francigena a piedi.<\/p>\n<p>Blog collettivo (nel sito www.itineraria.eu ) per Alberto Conte, l\u2019ingegnere che ha redatto ufficialmente il percorso della via Francigena, e i suoi compagni di viaggio, nel luglio scorso, fra Milano e Roma. Non sono grandi letterati, ma il diario dei trentuno giorni di cammino \u00e8 puntuale \u2018compatibilmente con la stanchezza e la disponibilit\u00e0 di una connessione internet\u2019.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\">Costruiscono blog sconosciuti viandanti. Lo hanno fatto questa estate Luca di Ciaccio e Simone Massera: diciassette giorni, 365 chilometri (pieni di vesciche e perfino di un passaggio al pronto soccorso) per andare, sulle orme di Brizzi, dal Tirreno all\u2019Adriatico. E\u2019 vero, quasi sempre si limitano agli sms, ma sul loro sito danno perfino il numero del cellulare per chi voglia chiamarli. Sono simpatici e sbruffoni, Luca e Simone. E, quando vogliono fare un po\u2019 gli intellettuali, copiano, parola per parola e senza dirlo, il retro copertina del libro di Sabelli Fioretti (che consigliano nel loro sito).<\/p>\n<p>Da studiare queste nuove letterature del camminare. Si moltiplicano i blog, i forum, i siti, le <em>communities<\/em>. Domattina, 6 settembre, attorno al monte Velino, in Abruzzo cammineranno i viandanti mistici del <em>Parikarama<\/em>, del \u2018camminare in cerchio\u2019 attorno a un luogo sacro. Camminata lunghissima e meditativa (a imitazione di quanto i tibetani fanno attorno alla mole della loro montagna santa, il Kinner Kailash), dieci e pi\u00f9 ore di un andare silenzioso, un camminare meditativo alla ricerca della Via. E il consiglio di chi ha progettato questa avventura \u00e8 quello di \u2018ripetere l\u2019esperienza per dieci anni, aumentando ogni volta il proprio livello di consapevolezza verso la natura e verso noi stessi\u2019. \u00a0<em>La Boscaglia<\/em> non vuole apparire come un semplice operatore turistico che organizza viaggi a piedi. Ma \u00e8 vero: organizzano 92 itinerari a piedi (la maggior parte in Italia, ma ve ne sono alcuni in Marocco e a Cipro) e vivono di questo lavoro. Ma si propongono anche come una <em>communities <\/em>di camminatori. Hanno una filosofia (e regole) severa: niente cellulari, niente ipod, molto silenzio e, non sono sicuro di aver capito bene, astinenza dal vino. Non sono \u2018inclusivi\u2019, ma \u2018esclusivi\u2019: cercano di selezionare i camminatori-clienti. Animano blog (www.camminarelento.it ), intervistano camminatori e scrittori, hanno creato una nuova letteratura e sociologia del camminare, accendono dibattiti, invitano alla meditazione. <strong>Luca Giannotti<\/strong>, fondatore della Boscaglia e suo infaticabile profeta, non ha molti dubbi e ha gi\u00e0 registrato il marchio <em>deepwalking<\/em>, il \u2018camminare profondo\u2019: \u2018Anni fa, chi voleva camminare ci chiedeva di organizzare viaggi nel Pollino o nella <em>wilderness<\/em>. Oggi si cercano motivazioni, si chiede una valore aggiunto. Si cammina per meditare, per fare esperienza spirituale. Camminare deve avere un s<em>ignficato<\/em>. E\u2019 la frontiera del camminare contemporaneo in Occidente. O, almeno, in Italia. Oggi i camminatori-clienti della Boscaglia sembrano preferire l\u2019asfalto che si pesta spesso lungo il percorso della Via Francigena (penso ai tratti nella pianura Padana o in Versilia) alle foreste del Casentino o dell\u2019Abruzzo. E, ripeto, comincio a pensare che non sia casuale la presidenza del Cai affidata a un antropologo-filosofo.<\/p>\n<p>Da visitare anche il sito www.vivereconlentezza.it. Con una notazione: la presentazione del libro di <strong>Bruno Contigiani<\/strong>, animatore del sito, uno che \u00e8 stato capoufficio stampa di Ibm e di Telecom, non \u00e8 esattamente una tourn\u00e9e mozzafiato, ma sei presentazioni, da Cortina a Milano, da Torino a Portogruaro, in meno di un mese non sono un esempio di particolare lentezza.<\/p>\n<p><strong>Arrivato?<\/strong><\/p>\n<p lang=\"it-IT\">Non riesco ad immaginare la forza di volont\u00e0 (o di narcisismo?) di chi, al termine di una faticosa giornata a piedi, si toglie le scarpe, controlla lo stato delle vesciche e si mette a scrivere il diario del suo cammino.<\/p>\n<p>Il mio arrivo \u00e8 pi\u00f9 semplice. Da nostalgia antica e facile. Ancor oggi, durante la messa di mezzanotte, a Natale, la comunit\u00e0 dell\u2019Isolotto, celebre nel 1968 per la disobbedienza di un prete ribelle come Enzo Mazzi, continua a intonarla come un mantra. E\u2019 una canzone che amo. E\u2019 la voce di <strong>Giorgio Gaber <\/strong>che sfrigola dal long-playing in vinile: \u2018C\u2019\u00e8 solo la strada su cui puoi contare\u2026..\u2019. \u00a0Lo ascolto, assieme a <em>Clandestino <\/em>di Manu Chao, mentre finisco queste pagine (finisco? Come se il camminare avesse fine). Sono pagine scritte con casualit\u00e0. Non sapevo che cosa avrei scritto prima di cominciare. Ho avuto la vanit\u00e0 e l\u2019imprudenza di rispondere alla sollecitazione imprevista di un frate francescano. Ho provato anche a camminare nel breve pellegrinaggio che loro fanno, nel gelo di una notte di gennaio, verso questo splendido monastero di san Romedio. Poi, qualche giorno fa, ho semplicemente cominciato a scrivere. Quando cammino, \u00e8 cos\u00ec che mi piace andare avanti. Un po\u2019 a caso. Quasi senza cartografia. Sicuramente senza bussola o Gps che non saprei usare. Lascio la macchina ai margini di un sentiero e provo a percorrerlo senza sapere bene dove conduce. Mi do delle regole, ma, spesso non le rispetto. Mi imbarazzo di fronte ai bivi: vorrei andare ovunque. A casa mi consolo con Giorgio Gaber e con un manifesto che da anni si trova in un angolo dell\u2019ingresso. Raffigura il fantasma esile di Don Chiosciotte e del fido Sancho Panza. Ci sono impresse la parole sacrosante di <strong>Antonio Machado<\/strong>: \u2018Caminante no hay camino, se hace camino al andar\u2019.<\/p>\n<p>Per questo devo un ringraziamento a frate Fabio. Perch\u00e9 mi ha costretto a vagare a caso fra libri (letti e non letti, spesso parole trovate in altri libri e copiate senza pudore), ma soprattutto perch\u00e9 mi ha fatto rileggere un libro che avevo dimenticato. Non si dovrebbero dimenticare le pagine preziose. Dopo tante parole sul camminare, mi sono convinto che il libro italiano che meglio di altri, senza ideologie e filosofie, ha saputo raccontare l\u2019epica e la grandiosit\u00e0, la bellezza e la fatica immane dell\u2019andare a piedi lo ha scritto <strong>Primo Levi<\/strong>. E\u2019 \u2018Se non ora, quando\u2019.<\/p>\n<p>Andrea Semplici<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Frate Fabio \u00e8 un francescano. Vive a San Zeno. In Val di Non. In una comunit\u00e0 con altri tre fratelli. Hanno in custodia il santuario di San Romedio, il santo che parlava agli orsi. Legge un articolo che avevo scritto sugli scrittori del camminare. Un articolo veloce, superficiale. 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